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Verso una integrazione europea, il richiamo di Mattarella per un’unione più solida

| FRANCESCO INGRAVALLE

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Verso una integrazione europea, il richiamo di Mattarella per un’unione più solida
Nel suo intervento del 6 settembre 2024 al Forum di Cernobbio, il Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha sollecitato il completamento della costruzione europea. In qualità di presidente di uno degli Stati fondatori del processo di integrazione, Mattarella ha sottolineato che questo compito non riguarda solo il governo italiano, ma anche gli altri governi […]

Nel suo intervento del 6 settembre 2024 al Forum di Cernobbio, il Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha sollecitato il completamento della costruzione europea. In qualità di presidente di uno degli Stati fondatori del processo di integrazione, Mattarella ha sottolineato che questo compito non riguarda solo il governo italiano, ma anche gli altri governi europei, nei limiti delle sue prerogative.

Il termine “completamento”, usato da Mattarella, sembra avere una connotazione ovvia e scontata: terminare ciò che è stato avviato. Tuttavia, un’analisi più approfondita rivela incertezze riguardo a quando e cosa sia stato esattamente iniziato.

Se l’integrazione europea è principalmente l’integrazione dei mercati degli Stati sotto l’influenza degli Stati Uniti, a partire dal 1944-1945, su impulso degli USA e in concomitanza con il loro crescente intervento in Europa, allora questa influenza potrebbe essere vista come il punto di partenza reale.

La visione di Schuman

Tuttavia, nella dichiarazione del 9 maggio 1950, Robert Schuman immaginava una federazione europea, una vera unione statale: “Questa proposta, mettendo in comune le produzioni di base e istituendo una nuova Alta Autorità, le cui decisioni saranno vincolanti per la Francia, la Germania e i paesi che vi aderiranno, costituirà il primo nucleo concreto di una federazione europea indispensabile al mantenimento della pace. Per realizzare tali obiettivi, il governo francese è pronto ad avviare negoziati sulla base di tali principi.”

Nella visione di Schuman, l’Europa federale sarebbe potuta diventare uno Stato satellite degli Stati Uniti, una prospettiva che, sebbene pensata come garanzia di pace tra gli Stati europei, sembrava inconcepibile senza la comune appartenenza alla NATO degli Stati membri.

Perché adottare un modello federale? La federazione rappresenta, per dirla in modo semplificato ma non troppo, l’unico modello istituzionale capace di garantire l’unità sia interna che esterna attraverso la pluralità.

Questa struttura è stata delineata esplicitamente solo a partire dal Trattato di Maastricht, ma ha operato in pratica sin dall’accordo della CECA, ispirandosi al principio di sussidiarietà (come descritto nell’articolo 5, paragrafo 3 del Trattato sull’Unione Europea: “In virtù del principio di sussidiarietà, nei settori che non sono di competenza esclusiva dell’Unione, quest’ultima interviene solo se e nella misura in cui gli obiettivi dell’azione prevista non possono essere conseguiti in misura sufficiente dagli Stati membri, né a livello centrale né a livello regionale e locale, ma possono, a causa della portata o degli effetti dell’azione in questione, essere conseguiti meglio a livello di Unione”).

Perché cercare di unificare un’Europa composta da Stati così diversi sotto il profilo economico, istituzionale, sociale e politico? I padri fondatori dell’Europa non avevano solo due tentativi politico-militari di unificazione alle spalle (quello della Francia rivoluzionaria del Primo Impero e quello della Germania del “Terzo Reich”), ma anche due guerre mondiali che avevano portato al sorgere e al consolidarsi di potenze continentali come gli Stati Uniti d’America e l’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche. Questi nuovi attori avevano ridimensionato, nella pratica, il peso economico e politico degli Stati-nazione tradizionali, in particolare in Europa.

Le guerre europee erano state imputate al nazionalismo, soprattutto economico, e si era vista nell’unione politica la chiave per la pace e la ricostruzione (attraverso il Piano di recupero europeo del 1947) superando le dimensioni piccolo-nazionaliste della politica continentale. Questa diagnosi è alla base del Manifesto di Ventotene, redatto nel 1941 da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, che è alla radice del Movimento federalista europeo (MFE). Tuttavia, il MFE non è mai diventato un partito politico di massa, limitandosi a un’azione intellettuale ai margini dei grandi partiti della isnistra.

Le masse, che identificavano i propri interessi nell’egemonia americana o, negli anni Settanta, nel modello sovietico (seppure riveduto secondo l’ottica di Togliatti, Longo e, infine, dell’”Eurocomunismo” di Berlinguer, Carrillo e Marchais), non si riconoscevano nella prospettiva europea.

I limiti dell’integrazione europea

L’integrazione europea è rimasta principalmente un’opera diplomatica e commerciale, nonostante le grandi svolte istituzionali come l’Atto unico europeo, il Trattato di Maastricht, i Trattati di Amsterdam e di Nizza, e infine il Trattato di Lisbona, che regolano attualmente l’Unione.

Con la scomparsa del blocco sovietico (1989-1991) e l’espansione della NATO verso est (con l’ingresso nell’UE spesso visto come una premessa per l’adesione alla NATO), sono emersi crescenti attriti diplomatici tra la NATO e la Russia, culminando tra il 2014 e il 2022 in un conflitto tra l’Ucraina (candidata all’entrata nell’UE) e la Russia.

In questo contesto, completare l’Unione europea significa dotare l’assetto economico-commerciale dell’UE di una configurazione politica e militare adeguata. La configurazione politica completa può essere raggiunta solo ampliando le competenze del cosiddetto “triangolo istituzionale” – la Commissione europea, che propone le bozze di legge, il Consiglio dei ministri dell’Unione europea e il Parlamento europeo, che co-decidono su queste bozze – e rivedendo le competenze e la metodologia decisionale del Consiglio europeo e del Consiglio dei ministri dell’UE.

Attualmente, l’UE possiede una struttura federale sotto il profilo economico, ma è solo debolmente confederale nei settori della giustizia e degli affari Interni, così come nella politica estera e di sicurezza comune. In questi ambiti, gli Stati membri non hanno ceduto alcuna parte di sovranità all’UE.

Non sembra esserci una particolare urgenza di completare l’integrazione europea sul piano militare, poiché l’Unione europea occidentale, come branca della NATO, dispone di una funzionalità quasi equiparabile a quella di un apparato militare statale.

Tuttavia, il completamento dell’UE richiede ben più del profilo militare: è necessaria una solida struttura interna. In particolare, ci sono quattro esigenze oggettive che devono essere affrontate: 1) un sistema fiscale unico per l’Unione, 2) un sistema di welfare unico per l’Unione, 3) una gestione unitaria e conforme ai diritti dell’uomo dei flussi migratori, e 4) una lotta unitaria, radicale e capillare contro il cambiamento climatico.

Queste esigenze richiedono una revisione dei trattati di Lisbona. Secondo l’articolo 48 del Trattato sull’Unione europea e l’articolo 352 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, la revisione dei trattati deve essere approvata all’unanimità dagli Stati membri. Attualmente, sette Stati membri sono guidati da governi con orientamenti sovranisti. È importante notare che i partiti sovranisti sono generalmente ostili al completamento dell’Unione europea evocato da Mattarella e, salvo rare eccezioni, sono favorevoli solo a una unione limitata a un’“area di libero scambio”. Per i sovranisti, la NATO è sufficiente sul piano militare, e l’“area di libero scambio” funzionerebbe come normalizzatore e strumento anti-crisi, oltre che come protezione contro la concorrenza extra-europea.

In questa prospettiva, non c’è alcun bisogno di completare l’Unione europea: basta l’UE così com’è.

Gli esecutivi sovranisti sono stati eletti nei Paesi dove hanno ottenuto la maggioranza, anche se con una significativa riduzione della partecipazione elettorale. Nei sistemi di suffragio universale – di fatto, ristretto – la verità scientifica e il falso non competono ad armi pari, come dimostrato da Tom Nichols nel suo libro La conoscenza e i suoi nemici. L’èra dell’incompetenza e i rischi per la democrazia (tradotto in italiano da Chiara Veltri, LUISS, Roma, 2018). Tuttavia, è il consenso elettorale a determinare la maggioranza governativa e, di conseguenza, chi legifera e per quali scopi.

Sebbene un’opinione pubblica idealmente informata e moralmente attiva potrebbe favorire la verità, la realtà è che non disponiamo di un’opinione pubblica ideale, ma piuttosto di una che è solo parzialmente vicina a tale ideale. Chi possiede maggiore conoscenza spesso ha meno capacità di orientare le scelte politiche. Solo una radicale riforma dei sistemi educativi, basata sulle “scienze della sostenibilità” – non solo ambientale, ma anche sociale – potrebbe contribuire a colmare questa lacuna tipica dei sistemi democratici.

La questione europea: una questione di sapere

Se così è, la “questione europea” diventa una questione di sapere; si pensi al frequente ritornello “è l’Europa che ce lo chiede” riguardo alle disposizioni comunitarie che incontrano resistenze nell’opinione pubblica. Questo ritornello è fuorviante, come dimostra Luciano Canfora nel suo libro “È l’Europa che ce lo chiede! Falso!” (Laterza, Roma-Bari, 2012, quinta ristampa 2013): l’U.E. è ciò che gli Stati membri e la NATO, l’organizzazione militare a cui essi appartengono, ne fanno.

Senza una diffusa cultura della sostenibilità – ambientale, sociale e politica – è improbabile che la costruzione dell’Unione Europea possa essere completata nel senso auspicato da Schuman e Mattarella.

Scrive per noi

FRANCESCO INGRAVALLE
FRANCESCO INGRAVALLE
Francesco Ingravalle, già ricercatore di Storia delle istituzioni politiche presso l'Università del Piemonte Orientale, saggista e storico del pensiero e delle istituzioni politiche.