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La casa sull’orlo: abitare (ancora) nei Campi Flegrei

| UGO LEONE

Tempo di lettura: 6 minuti

La casa sull’orlo: abitare (ancora) nei Campi Flegrei
Alcuni punti di dissenso dagli interventi di Mario Tozzi sul rischio bradisismico e vulcanico nei Campi Flegrei. Cosa e come comunicare il rischio a milioni di persone che vivono in zone sismiche e vulcaniche, come l’area di Napoli, cioè nelle aree più pericolose della Terra? E quali alternative? Ad esempio, ripopolare le aree interne, che il Governo vuole invece “accompagnare” al declino e all’invecchiamento.

(Nell’immagine di apertura, la caldera dei Campi Flegrei – fonte: INGV, Osservatorio vesuviano)

Mario Tozzi è un caro e stimatissimo amico. È un bravo geologo e, quando scrive, risponde ad interviste, conduce programmi in televisione, sa quello che dice. E lo dice in modo chiaro ed attraente. Cioè, fa comunicazione.

È un po’ anche il mio compito. Lo è stato doverosamente nei miei 40 anni di insegnamento universitario (Politica dell’ambiente) e lo è, meno doverosamente ma presuntuosamente, quando scrivo.

Essendo un umanista, se entro in campi che non conosco professionalmente, prima di parlarne o scriverne mi addottoro. E naturalmente accedendo a fonti che queste cose le sanno e delle quali mi fido.

Tozzi è una di queste fonti. Tuttavia, pur fidandomi, non sempre mi riconosco nel suo modo di comunicare. Mi riferisco in modo particolare a un paio di suoi interventi sul rischio bradisismico e vulcanico nei Campi Flegrei.

Comunicare caratteristiche, cause, responsabilità del rischio

Il rischio, appunto. La cui comunicazione, il modo di farla, ho sempre considerato di grande importanza, specialmente in un Paese come l’Italia, sismico, idrogeologicamente dissestato e qua e là vulcanico. Qua e là significa soprattutto Campania (Vesuvio, Ischia e Campi Flegrei) e Sicilia (Etna ed Eolie), per non parlare dei vulcani sottomarini nel mar Tirreno, alla cui presenza sono particolarmente legati quegli imbecilli che invocano il Vesuvio perché “lavi” i napoletani.

Il rischio, dunque: caratteristiche, cause, responsabilità è il campo nel quale da più tempo cerco di fare comunicazione. Ne ho fatta per anni con riguardo al Vesuvio, poi, approfittando della sua quiescenza e della pressante presenza di scosse sismiche nei Campi Flegrei, da un paio di anni mi dedico soprattutto a questi campi ardenti nei quali, da Pozzuoli a Bacoli a Quarto e nei quartieri flegrei di Napoli, risiedono oltre mezzo milione di persone. Un numero del quale bisogna tenere opportuno conto, allo stesso modo in cui si tiene conto degli oltre settecentomila residenti in area vesuviana. E bisogna tenerne conto perché è in presenza di questi numeri che fenomeni naturali come terremoti ed eruzioni vulcaniche diventano calamità, intervenendo pesantemente e in modo disastroso sulla vulnerabilità delle aree sulle quali manifestano la loro presenza.

Come comunicare

È alle persone che costituiscono questi numeri, queste tanto rilevanti presenze, che ci si rivolge parlando e scrivendo, cioè, facendo comunicazione. È a queste persone che va detto, assumendosene la responsabilità, se bisogna aver paura di una scossa e perché.

Nel mese di giugno 2025 sono stati registrati 513 terremoti, ma la maggior parte del tutto inavvertibili.

Passando dal generale al particolare e riferendomi ai Campi Flegrei, la mia risposta è che la paura suscitata soprattutto dalle scosse di magnitudo superiore a 4 è comprensibile, ma meno giustificata se si ha la certezza di vivere in abitazioni capaci di resistere a questi scuotimenti. Anche in considerazione del fatto che scosse di magnitudo superiore al 4,6, registrate due volte quest’anno, non fanno parte della storia dei Campi Flegrei: se di storia si può parlare in presenza di fatti geologici. Ma, come si dice a Napoli quando si prevede il peggio, “stiamo sotto il cielo”. E, allora, se vogliamo temere il futuro, non è tanto il bradisismo (lento sollevamento e abbassamento del suolo) e le sue scosse che dobbiamo temere, bensì il fatto che il tutto avviene in un’area vulcanica che è stata sempre considerata più pericolosa del Vesuvio.

Allora, come fare comunicazione? Che cosa dire alle persone che chiedono di essere informate delle loro sorti?

Rispondo non dicendo presuntuosamente come fare, ma dicendo come faccio.

Mario Tozzi ridesta la paura

Ho già detto che sono un umanista. So abbastanza bene di che cosa parlo per la lunga dimestichezza avuta e in corso con sismologi e vulcanologi. Ma non so come stanno le cose. Allora? Allora mi addottoro da chi mi fido. E da chi è istituzionalmente chiamato a studiare e comunicare con esattezza scientifica come stanno le cose: mi riferisco alla sezione napoletana dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia). Cioè all’Osservatorio Vesuviano, in particolare nelle persone del Direttore Mauro Di Vito e della responsabile del settore Vulcanologia Francesca Bianco, i quali ci dicono che il magma (la cui risalita può provocare un’eruzione) è a più di 4 chilometri di distanza dal suolo e che l’eruzione, in questo momento, è fenomeno abbastanza remoto.

Mi basta e ridimensiono le mie paure.

Paure che mi aveva ridestato la lettura dell’intervista che Mario Tozzi (l’amico caro e stimatissimo di cui dicevo all’inizio) ha rilasciato a Chiara Marasca del Corriere del Mezzogiorno (“Tutta l’area è una pentola a pressione. Non si può abitare ancora lì”, 2 luglio 2025).

Affermazioni che lasciano perplessi

L’ho letta con la dovuta attenzione (e apprensione) e, con rammarico, come già un’altra volta (con riguardo a un’intervista di Tozzi al Messaggero), ho dovuto constatare che una volta tanto non siamo d’accordo.

Le cose che dice circa la pericolosità dell’area sono scientificamente corrette, ma sono proiettabili in un futuro assolutamente incerto.

L’intervista andrebbe letta tutta e non ne sono certo riportabili qui i contenuti. Ma, per correttezza anche nei confronti di Tozzi, mi riferisco solo a un paio di affermazioni che mi lasciano perplesso.

Marasca chiede se sia irrinunciabile la via dell’esodo per oltre mezzo milione di persone e Tozzi risponde che: “Non ci sono molte alternative. Ci saranno altri terremoti, e quando la magnitudo arriva a 5 c’è poco da fare, i palazzi crollano. E prima o poi ci sarà un’eruzione. Quando, non possiamo saperlo. Ma a mio avviso è inutile e pericoloso un atteggiamento rassicurante”.

Che un vulcano erutti è naturale. Ma sul prima o poi è bene intendersi, nei limiti del possibile. Perché, se è prima, è il caso di preparare le valigie; se è poi, si giustifica un atteggiamento più rassicurante. L’ultima eruzione è del 1538.

Vivere nelle aree più pericolose della Terra

Tuttavia, nell’incertezza del quando, Tozzi ritiene che “in quella zona non bisognerebbe abitare. Bisogna incentivare i residenti ad allontanarsi, progressivamente, e gli stessi residenti dovrebbero prendere consapevolezza di questo e chiedere un aiuto per andare a vivere altrove”.

E qui siamo di nuovo d’accordo. Perché, mi si perdoni un’altra autocitazione, sono molte diecine di anni (dal 1995) che sostengo l’inutilità dei gemellaggi dei comuni vesuviani e flegrei con i comuni di altre regioni in cui andare a trasferirsi nel caso di eruzione.

Perché il problema non è solo il rischio vulcanico, ma la vulnerabilità delle due aree. Vulnerabilità continuamente cresciuta nei decenni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, quando il boom demografico napoletano, non trovando in città le possibilità economiche di trovare casa, spinse le nuove famiglie ad andarsene verso Est (Vesuvio) e verso Ovest (Campi Flegrei). Cioè, nelle aree più pericolose della Terra.

Quando si è provato ad alleggerire il carico di residenti nelle aree vesuviane, la Regione dell’epoca inventò il progetto Vesuvia, col quale si riconosceva un incentivo economico a chi decidesse di andarsene a trovar casa in altre province.

Aree interne vallive e collinari da ripopolare

Dobbiamo prendere atto di risiedere in circa sei milioni in una regione (la Campania) sismica e vulcanica. Con la consapevolezza che con i terremoti si può convivere, ma con le eruzioni vulcaniche no. Malgrado ciò, nel disordine urbanistico regionale, la massima parte degli abitanti vive nelle aree più vulnerabili, avendo progressivamente spopolato le aree interne vallive e collinari.

Prendere in mano la situazione senza allarmare più di quanto ciascuno non faccia per conto suo significa ridisegnare la geografia delle residenze e proprio alla luce degli scuotimenti sismici e dei timori vulcanici.

Intendo dire che sismologi, vulcanologi, urbanisti… intendendosi con gli amministratori regionali, provinciali e comunali, dovrebbero spiegare come stanno le cose e come staranno in un futuro non si sa quanto lontano.

Le aree interne (perfino ambientalmente più amene) potrebbero essere luoghi non di rifugio, ma di ripopolamento.

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Le aree interne. Ma, ancora attenzione: il Piano strategico nazionale delle aree interne prevede un obiettivo 4 “Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”, nel quale si dice che “Queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza, ma neanche essere abbandonate a se stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le accompagni in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento”.

Non è uno scherzo: sta scritto proprio così.

(L’articolo di Ugo Leone è uscito su “Striscia rossa” del 5 luglio 2025)

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UGO LEONE
UGO LEONE
Già professore ordinario di politica dell'ambiente presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Napoli "Federico II". I suoi interessi scientifici e i contenuti delle sue pubblicazioni sono incentrati prevalentemente sui problemi dell'ambiente e del Mezzogiorno. E' autore di numerosi volumi e editorialista dell'edizione napoletana del quotidiano "la Repubblica". Per molti anni è stato presidente del Parco nazionale de Vesuvio.