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Maligna o benigna? La natura secondo Giacomo Leopardi

| Elena Bonino

Tempo di lettura: 5 minuti

Maligna o benigna? La natura secondo Giacomo Leopardi
Nata in provincia di Cuneo nel 1975, Elena Bonino è un’insegnante di scuola secondaria a Torino; dal 2023 collabora con la rivista .eco

Leopardi e la natura: la vita e le opere

Giacomo Leopardi, uno degli scrittori più importanti della letteratura italiana, nasce a Recanati (“il natio borgo selvaggio”), nel 1798. La famiglia è aristocratica, è figlio del conte Monaldo, e della marchesa Adelaide Antici. Fin dall’infanzia riceve un’educazione in diversi campi: dalle lettere classiche alla scienza, grazie anche alla biblioteca paterna. Inizia a comporre versi fin da bambino. 

Si occupa di filologia, di filosofia illuminista e si dedica alla composizione di testi propri. Inoltre afferma la superiorità dell’immaginario classico su quello romantico.

Incomincia a raccogliere i suoi pensieri, le sue annotazioni di carattere letterario-filologico, filosofico in una raccolta che  diventerà  lo’’Zibaldone di pensieri’’.

Negli anni venti dell’Ottocento pubblica le sue prime raccolte, gli ‘’Idilli ‘’(1819-1821) e le ‘’Canzoni’’ (1820-1823). 

Nel 1824 si dedica a un’opera in prosa, le ‘’Operette Morali’’. 

Nel 1828 è costretto a tornare a Recanati, a causa di un grave disturbo agli occhi, e rimarrà nel paese natale fino al 1830. In questi due anni Leopardi compose i cosiddetti ‘’Grandi idilli’’‘’A Silvia’’, ‘’Il passero solitario’’‘’Il sabato del villaggio’’‘’Canto notturno di un pastore errante dell’Asia’’. 

Dal 1830 al 1833 è a Firenze, città dove conosce Antonio Ranieri a cui rimarrà legato fino alla sua morte. Si innamora di una giovane nobile, Fanny Targioni Tozzetti. Passione che si conclude in una delusione, ma che gli ispira le poesie del cosiddetto: ‘’Ciclo di Aspasia’’

Nel 1833 Giacomo Leopardi è a Napoli con Ranieri, in questa città compone i suoi ultimi Canti: ‘’La ginestra o il fiore del deserto’’‘’Il tramonto della luna’’

Nel 1837 le sue già precarie condizioni di salute si aggravano ulteriormente e il 14 giugno 1837 muore a trentanove anni.

Il concetto di natura per Leopardi

Il concetto di natura è uno dei pilastri fondamentali del pensiero poetico di Giacomo Leopardi. 

La sua visione della natura, però cambia nel tempo.

Durante la gioventù, tra il 1818 e il 1822, la Natura è vista come una’’madre benigna’’ che ha a cuore l’interesse dei propri figli, gli uomini. Vede il rapporto tra l’uomo e la Natura in una luce positiva. Egli considera la Natura come un rifugio dalle angosce e dalle sofferenze. E’ un’entità benefica, che offre consolazione e bellezza all’uomo. Questa è una concezione idilliaca e romantica. Ne è un esempio lo ‘’Zibaldone’’.

Negli anni successivi, dal 1828 al 1830, la visione, diventerà tragica e pessimistica, più oscura, la Natura è considerata dal poeta: indifferente e crudele. Essa domina l’esistenza umana senza preoccuparsi del destino degli individui. Verrà definita: “natura matrigna’’.

Secondo Leopardi essa genera gli esseri viventi per poi abbandonarli a un destino di sofferenza e morte. L’uomo nasce con il desiderio di felicità, ma la Natura, indifferente e distante, non si cura delle sue aspirazioni. La vita è segnata dalla contraddizione tra il desiderio umano di felicità e l’inesorabile dolore. La Natura è una forza che genera illusioni per poi distruggerle. Il rapporto tra uomo e Natura diventa conflittuale.

Leopardi descrive la Natura come cieca e insensibile, senza pietà né compassione. Crea la vita e la priva di significato. L’uomo, nel suo tentativo di trovare un senso alla propria esistenza, si scontra con l’indifferenza della Natura, che offre solo distruzione e morte. L’uomo può trovare una sorta di nobiltà nel riconoscere e affrontare la verità. L’essere umano è destinato alla sofferenza. Ne è un esempio:‘’A Silvia’’.

La natura matrigna, è sì sofferenza, ma anche il mezzo attraverso cui l’uomo può raggiungere una piena consapevolezza della sua fragilità. 

Quindi si può parlare di una visione più materialistica della Natura, allora l’uomo deve rendersi conto di questa realtà e contemplarla in modo distaccato e rassegnato.

Lo Zibaldone e la Natura

Lo Zibaldone, che può essere definito come il diario personale di Leopardi,  ha richiesto un lavoro di quindici anni da parte sua, dal 1817 al 1832. E’ formato da 4526 pagine manoscritte in cui l’autore si occupa di: questioni filosofico erudite, linguistiche e letterarie ; ci sono anche note: autobiografiche e psicologiche, abbozzi poetici e pagine saggistiche.

Nell’opera Leopardi sostiene che la Natura è dispensatrice di illusioni, ma l’uomo moderno, è sotto il giogo della ragione per cui non può completamente beneficiare delle illusioni. Ragion per cui, secondo il poeta, gli uomini antichi sono stati più felici perché più vicini alla Natura e quindi hanno potuto formulare la vera poesia. ’È necessario amare e cercare la maggior vita possibile nelle cose esistenti’’.

A Silvia e la Natura

Silvia era in realtà Teresa Fattorini, la figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta nel 1818 per tisi polmonare. Viene chiamata Silvia come la ninfa dell’’’Aminta’’ di Tasso. Il nome Silvia può essere associato alla parola selva, come una figura evocativa, perché fa venire subito in mente una donna scura di capelli, bella come il bosco. Redatta a Pisa tra il 19 e il 20 aprile 1828, venne poi trascritta in forma definitiva il 29 settembre e comparve nell’edizione dei ‘’Canti’’ del 1831.

Per il poeta di Recanati, il tema centrale è  la distruzione delle speranze e delle illusioni giovanili. Lei è l’esempio dei sogni infranti dei giovani perché morta prematuramente. Leopardi considera la sua morte un’ingiustizia, perché una vita è stata spezzata molto precocemente. Il poeta sostiene che la colpevole di tanta sofferenza e della morte sia la Natura. Come dimostrano le parole: ‘’…O natura, o natura, perché non rendi poi quel che prometti allor? Perché di tanto inganni i figli tuoi?…’’

Qui emerge il passaggio dalla Natura benigna a quella di matrigna che è indifferente alla sorte dei suoi figli. 

Il passero solitario e la Natura

L’uccello cui si riferisce il poeta è proprio una specie chiamata passero solitario (Monticola solitarius), una specie di merlo dal piumaggio azzurrino che ama vivere sui vecchi palazzi delle città ripudiando la vita di gruppo.

Potrebbe essere stato scritto fra il 1829 e il 1835. L’avvio è descrittivo e primaverile per introdurre la contrapposizione tra il poeta/il passero solitario e il modo circostante che sta vivendo un momento di festa. Ma, mentre la scelta del passero di cantare da solo e in disparte è indotta dalla natura, quindi non soffre per la sua solitudine, per il poeta, la solitudine è una costrizione dolorosa. Il passero solitario rappresenta il poeta da giovane. Questo componimento è una riflessione sulla solitudine e il non godere della gioventù che fugge come evidenziato dal passo: ‘’Il sol…cadendo si dilegua’’ (v.41-44)

L’infinito e la Natura

La sua composizione risalire al 1819. Leopardi è immerso nella Natura, ascolta la sua voce. Tra gli elementi si possono trovare: l’ermo colle, la siepe, il vento, le piante, le stagioni re il mare. La siepe è un’opportunità, non un ostacolo e Leopardi lo comprese. Il poeta riesce, usando delle immagini a mettere in evidenza un tema molto importante e centrale della sua poetica: lo scorrere inesorabile del tempo.

La Natura viene personificata. Il limite della siepe gli permette di percepire l’infinito dentro di sé, tramite l’immaginazione.  Il poeta vorrebbe fuggire dall’oppressione paterna che lo costringe a rimanere a Recanati e ci riesce attraverso questa poesia e alla sua immaginazione. L’infinito di Leopardi è un infinito “negativo”, nel senso che è un infinito creato dall’immaginazione e dal desiderio, un puro prodotto della mente umana.’’Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude…’’.

Le conclusioni di Leopardi sulla sofferenza come parte dell’esistenza umana, furono aspramente criticate da molti, che lo descrissero come: “misantropo”, “pessimista” e “gobbo”, per sostenere  che il suo pessimismo fosse da attribuire alla sua condizione fisica e all’infanzia infelice. Sicuramente l’infanzia con un padre autoritario ed i suoi problemi fisici e di salute hanno contribuito a far maturare il pensiero pessimistico di Leopardi, ma i suoi furono ragionamenti dettati da grande intelligenza, oltre che dalla sua immensa sensibilità.

Autrice de "Maligna o benigna? La natura secondo Giacomo Leopardi"

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Scrive per noi

Elena Bonino
Elena Bonino
Bonino Elena, insegnante di Discipline Sanitarie presso la scuola secondaria di secondo grado, Laurea in Farmacia, Master di primo livello in ‘’Metodologie dell’insegnamento e didattica multimediale per l’apprendimento attivo’’, Corso di Perfezionamento Post lauream in:- ‘’Educazione e insegnamento multiculturale: elementi di didattica’’ e in: -‘’Bisogni Educativi Speciali: Metodologie Didattiche per la gestione di Disturbi Evolutivi Specifici’’. Corso di Specializzazione Biennale Post lauream in: -‘’Teoria e metodologia della valutazione e della programmazione scolastica: elementi di didattica’’. Co-autrice dei libri: -‘’Il nonno racconta: favole di Natale ed altre storie’’,- ‘’Raccolta di poesie e racconti’’, -’’Il Viaggio di Istruzione in Italia-Pedagogia, Didattica e Esperienza’’. E’ anche autrice del libro:’’Natale e l’amore’’.