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Quando il teatro diventa dialogo tra fantasmi: L’ultima parola

| FRANCESCO INGRAVALLE

Tempo di lettura: 3 minuti

Quando il teatro diventa dialogo tra fantasmi: L’ultima parola
“Un unico spettacolo per due testi diversi, due monologhi lontanissimi in tutto, giocati uno di seguito all’altro come in un dialogo, come un’eco, per favorire un confronto sul potere e la memoria”, come si legge nella presentazione della stagione 2024-2025 del Teatro Astra di Torino.

Un duello tra Samuel Beckett e Peter Handke. Due maestri della parola e del silenzio, del tempo e dell’istante. In scena, la recitazione incontra la performance, il passato si scontra con il presente, la ripetizione sfida l’imprevedibilità del qui e ora nello spettacolo “L’ultima parola”.

Il progetto, firmato da Lea Barletti e Werner Waas, accosta due monologhi iconici: L’ultimo nastro di Krapp di Beckett (1906-1989) e Finché il giorno non vi separi di Handke (1942-). Due testi apparentemente lontani, uniti in una drammaturgia che li fa dialogare, come voci che si inseguono senza mai sovrapporsi.

Barletti e Waas non mettono in scena solo due opere, ma due visioni del teatro, due modi di abitare lo spazio scenico. Il risultato è un confronto vivo e profondo tra parola e ascolto, memoria e presenza, attore e spettatore. Un’esperienza teatrale che è al tempo stesso scontro e incontro.

Samuel Beckett – Peter Handke, L’ultima parola. Teatro Astra Torino, dal 17 al 31 maggio 2025, con Lea Barletti e Werner Alexander Waas. Sound design e musiche originali eseguite dal vivo da Luca Canciello. Produzione Fondazione Luzzati-Teatro della Tosse, Barletti/Waas, TPE-Teatro Piemonte Europa, Florian Metateatro.

L’ultima parola

Un uomo è seduto al centro del palcoscenico. Indossa una giacca e un paio di pantaloni pieni di macchie di calce e inamidati e fissa con sguardo attento un punto al di sopra del pubblico. Inizia a narrare la vita di Krapp interamente consegnata a scatole di bobine registrate, una vera e propria successione acustica delle sue memorie.

Memorie di alcool, memorie di delusione per il proprio fallimento letterario, di odio nei confronti della propria giovinezza, di indifferenza per la morte della madre ritmate da numerose pause. Poi un “punto di luce”, un miracolo, un amore. Ma a seconda della bobina che ascolta, la luce del ricordo si fa più viva, oppure si offusca. Finché afferma: “il mio gioco non ha bisogno di nessuno!” Si toglie gli abiti, e adagia giacca e pantaloni sulla sedia in modo che sembri che egli ne sia uscito lasciandoli a comporre un fantoccio acefalo sulla sedia, di fronte al pubblico ed esce dalla scena in boxer.

Dietro la sedia, il sipario si affloscia a terra e svela le gradinate deserte del teatro. A sinistra c’è una donna, vestita di blu. A destra un uomo di fronte alla tastiera di un sintetizzatore di suoni. La donna, accompagnata dai suoni elettronici, narra nuovamente la vicenda di Krapp: il tempo di Krapp, afferma la donna, è il tempo della significazione ininterrotta, il tempo delle “cose dietro le cose”, una sorta di deteriore platonismo nel quale la realtà vivente muore in omaggio a un solipsismo assoluto.

La comunicazione è impossibile, reale è, invece, il parlare in parallelo, senza dialogare, cogliendo in ogni parola un “pretesto per l’estraneità” reciproca. Eppure Krapp ha visto nella donna, un tempo, durante una notte in una barca in mezzo ai canneti, lo specchio della propria anima.

Ma dell’immagine che egli ha della donna si potrebbe dire quello che dell’immagine del mondo degli spiriti che ha Faust ha lo spirito che, evocato, gli appare: “Tu somigli allo spirito che comprendi, non a me”. Krapp gioca, è “il maestro dei giochi!” Punto per punto, parola per parola, la solipsistica ricostruzione di Krapp viene capovolta o, piuttosto, contestualizzata dalla controparte; Krapp ha rinchiuso in un tempo specifico, particolare, suo, anche l’esperienza della donna che parla in parallelo con lui. Ma la donna è “altra” rispetto all’immagine del monologo di Krapp, proprio perché è libera dal gioco da quest’ultimo imbastito.

Krapp è solo con le sue immagini. Per questo è uscito dai suoi abiti: per lasciar affiorare quello che è oltre l’apparenza di queste immagini. Ma i due personaggi non escono dall’incomunicabilità che sembra essere la loro condizione essenziale ed esistenziale così intensamente portata sulla scena da Lea Barletti e Werner Alexander Waas che hanno curato anche la regia de “L’ultima parola”.

Scrive per noi

FRANCESCO INGRAVALLE
FRANCESCO INGRAVALLE
Francesco Ingravalle, già ricercatore di Storia delle istituzioni politiche presso l'Università del Piemonte Orientale, saggista e storico del pensiero e delle istituzioni politiche.