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Non è la fine del mondo: tre distopie sul limite dell’umanità

| Michela Colpo

Tempo di lettura: 9 minuti

Non è la fine del mondo: tre distopie sul limite dell’umanità
Che cosa resta dell’umanità quando scopre di non essere al centro del mondo? Tre distopie immaginano risposte diverse, tra resistenza, adattamento e perdita di senso. Il mondo, intanto, va avanti.

Le grandi lezioni di vita, spesso, non sono gentili. Arrivano come uno schiaffo in faccia e fanno male.
Forse è per questo che le narrazioni distopiche – quelle che immaginano futuri peggiori del presente – risultano più impattanti rispetto a quelle utopiche, che invece promettono mondi perfetti e rassicuranti, ma irraggiungibili.

La distopia non consola: avverte

Prende un problema già esistente nella nostra realtà e lo spinge alle sue estreme conseguenze. Ed è proprio per questo che diventa uno strumento narrativo potentissimo per interrogare il nostro presente.

Tra le distopie più celebri troviamo opere come 1984, Fahrenheit 451 e Hunger Games o serie tv come l’antologia britannica Black Mirror: mondi in cui il controllo politico, tecnologico o sociale ha preso il sopravvento, generando società oppressive e disumanizzate. Sono storie che riflettono paure collettive molto concrete, legate al potere e alla perdita di libertà.

Negli ultimi tempi, però, mi sono trovata a riflettere su un altro tipo di distopia: una distopia che mette in discussione il rapporto dell’essere umano con il pianeta che abita.

È qui che si inseriscono The Last of Us, Sweet Tooth e Cadavere squisito. Tre opere molto diverse tra loro – due serie tv, nate rispettivamente da un videogioco e un fumetto, e un romanzo – che in qualche modo ruotano attorno alla stessa questione: che cosa resta dell’umanità quando, a causa di eventi catastrofici, scopre di non essere al centro del mondo?

Le risposte arrivano dalle loro trame. Tutte e tre le storie condividono un elemento iniziale: un’epidemia. Da questo punto in poi, però, i percorsi narrativi si separano, dando vita a visioni – e a forme di resistenza – profondamente diverse di fronte a una crisi simile.

Un mondo che continua senza di noi: The Last of Us

The Last of Us, serie tv tratta dall’omonimo videogioco del 2013, non è una “storia di zombie”.
È molto di più.

Il vero cuore della storia non è l’orrore dell’apocalisse in sé, ma la reazione umana alla catastrofe: una risposta che riguarda la sopravvivenza, certo, ma soprattutto le relazioni, le emozioni, le scelte morali e il modo in cui continuiamo, o smettiamo, di prenderci cura gli uni degli altri.

Non a caso, in alcuni episodi degli “zombie” (che nella serie vengono significativamente chiamati solo “infetti”) non c’è traccia, e a fare più paura sono spesso gli esseri umani, più crudeli di qualsiasi creatura mostruosa.

Ma partiamo dall’inizio.

In The Last of Us l’infezione nasce da un fungo, il Cordyceps, che nella realtà esiste davvero. Si tratta di un genere di funghi parassiti capace di infettare alcuni insetti, come le formiche, alterandone il comportamento fino alla morte e favorendo la diffusione delle spore, le strutture riproduttive microscopiche dei funghi.

Una formica infetta dal fungo Cordyceps. Le strutture gialle sono i corpi fruttiferi del fungo, che emergono dall’insetto morto per produrre e disperdere le spore.
(Fotografia di Alex Hyde, Nature Picture Library)

Nella serie, questo meccanismo biologico viene rielaborato in chiave fantascientifica: il fungo muta e compie un salto di specie, arrivando a infettare l’essere umano. Non si tratta di un’ipotesi realistica, ma di una costruzione narrativa credibile.

Il cosiddetto salto di specie, infatti, è un fenomeno ben documentato. Avviene quando un patogeno – come un virus o un batterio – riesce a passare da una specie animale a un’altra, come accade nelle zoonosi (da animale a essere umano). È ciò che è successo, ad esempio, con il virus dell’HIV, originariamente presente in alcune specie di primati. Si tratta di processi biologici reali, che trovano condizioni favorevoli per espandersi.

The Last of Us utilizza quindi un’idea scientificamente plausibile per costruire un evento apocalittico immaginario.

C’è però un livello più sottile che attraversa tutta la serie ed emerge fin dalla sigla iniziale. Il fungo non è solo l’agente dell’infezione: è ovunque. Si infiltra negli edifici, nei corpi, nel sottosuolo, nelle crepe delle città. Cresce, si connette, occupa.

Nella realtà, i funghi non vivono come individui isolati, ma come sistemi complessi. Formano reti miceliari capaci di estendersi per chilometri – uno dei più grandi organismi conosciuti è un fungo – e di collegare organismi diversi in rapporti simbiotici, come accade nei licheni, frutto dell’unione tra un fungo e un’alga. In questo senso, il Cordyceps di The Last of Us non rappresenta una natura “cattiva”, ma il suo funzionamento: processi che occupano spazio quando se ne libera e che continuano anche quando l’essere umano si ritira.

La trama segue il viaggio di Joel, un uomo segnato dalla perdita, ed Ellie, una ragazza misteriosamente immune all’infezione, in un mondo in cui le città vengono invase dalla vegetazione, le infrastrutture decadono sotto le ife fungine e gli animali tornano a occupare spazi abbandonati. Il pianeta non è distrutto: è semplicemente liberato dalla gestione umana.

Ellie e Joel, i due protagonisti di The Last of Us.

L’essere umano diventa una specie vulnerabile tra le altre. La distopia si sposta dalla sopravvivenza delle specie a quella delle relazioni, l’unico spazio in cui è ancora possibile provare a restare umani, in un mondo che quasi non lo permette più.

Quando il pianeta risponde e si adatta: Sweet Tooth

In Sweet Tooth, serie tv tratta dall’omonimo fumetto del 2009, la catastrofe assume una forma diversa. Anche qui c’è un’epidemia, causata da un virus, e anche qui l’umanità viene decimata. Ma, insieme alla morte, accade qualcosa di inatteso e misterioso: iniziano a nascere bambini ibridi, metà umani e metà animali.

Un ibrido appena nato, metà umano e metà cane.

Il legame tra ibridi e pandemia, inizialmente, è un mistero. Non è chiaro se questi bambini siano la causa della malattia o una sua conseguenza. La reazione è immediata e profondamente umana: trovare un colpevole sembra più urgente che capire. Per questo vengono perseguitati, cacciati ed eliminati, e sopravvivono solo quelli che riescono a crescere nascosti.

Ma la serie lascia aperta una lettura affascinante e inquietante: e se gli ibridi non fossero il problema, ma una risposta del pianeta? E se l’essere umano non fosse più adatto a questo nuovo equilibrio?

Il protagonista, Gus, è un ibrido cervo di dieci anni. Gentile, curioso, profondamente fuori posto in una società che non riesce ad accettare la sua esistenza, ma perfettamente a suo agio nella natura. Intorno a lui, gli adulti reagiscono alla crisi quasi sempre con soluzioni drastiche e violente, incapaci di immaginare alternative che non passino dal controllo e dalla dominazione.

Gus, al centro, insieme ad altri ibridi.

In Sweet Tooth la Terra non è uno sfondo neutro, ma un sistema che reagisce e si riorganizza, proprio come fanno i sistemi complessi quando un equilibrio viene spezzato.

Non è forse significativo che Gus viva i suoi primi anni nel Parco Nazionale dello Yellowstone? Qui, negli anni ’20 del Novecento, l’eliminazione del lupo grigio, predatore apicale, ha innescato un collasso degli equilibri ecosistemici. La sua reintroduzione, settant’anni dopo, ha invece prodotto una cascata trofica capace di trasformare fiumi, vegetazione, habitat e catene alimentari.

L’eradicazione e la successiva reintroduzione del lupo grigio nel Parco Nazionale di Yellowstone sono un esempio emblematico di come, quando un equilibrio viene rotto o ripristinato, l’intero sistema naturale si adatti e si trasformi.
Infographic: “Wolves Keep Yellowstone in the Balance”, Wolf Reintroduction, Center for Digital Inquiry and Learning (CDIL)

Gli ibridi incarnano un’altra possibilità biologica e morale: non dominano il sistema, ma ne fanno parte. Mettono in crisi l’idea di centralità dell’essere umano e suggeriscono un adattamento diverso, più integrato. Come suggeriva Charles Darwin, non sopravvive il più forte, ma chi riesce ad adattarsi meglio.

​​In questo senso, Sweet Tooth assume i tratti di una fiaba ecologica, dolorosa e ambigua, ma non del tutto disperata. Il futuro non è più antropocentrico. Ed è proprio questo che potrebbe salvarci.

Restare al centro anche quando non c’è più nulla: Cadavere squisito

Se Sweet Tooth immagina un mondo che prova ad andare oltre l’uomo, Cadavere squisito (2024), romanzo di Agustina Bazterrica, racconta l’opposto. 

In questo mondo distopico, un virus rende la carne animale non commestibile e letale per l’essere umano. Gli animali vengono abbattuti, gli allevamenti chiudono e l’intero sistema alimentare collassa. La soluzione più immediata sarebbe cambiare dieta e modello, ripensando il rapporto con le altre specie.
Ma la società sceglie un’altra strada, perfettamente coerente con la logica che già conosce: legalizzare e regolamentare il consumo di carne umana.

Il cannibalismo diventa un’industria. Dove prima c’erano maiali, bovini e agnelli, ora ci sono esseri umani, e il trattamento è lo stesso.

Dopotutto, da che mondo è mondo, non facciamo altro che mangiarci a vicenda. Quando non in maniera simbolica, ci fagocitiamo letteralmente. (Agustina Bazterrica, Cadavere squisito)

C’è gente in giro, eppure è una città che sembra deserta. Non solo perché la popolazione è diminuita, ma anche perché da quando non ci sono più animali aleggia un silenzio che nessuno ascolta ma che è lì, a tutte le ore, e rimbomba. (Agustina Bazterrica, Cadavere squisito)

Bazterrica non usa metafore rassicuranti. Il mostro non è una creatura esterna, né una mutazione. Il mostro è l’essere umano, quando pur di continuare a vivere come prima si convince che tutto sia giustificabile. Lo dice senza ambiguità: l’essere umano è la causa di tutti i mali di questo mondo. Siamo il nostro stesso virus. (Agustina Bazterrica, Cadavere squisito)

La forza del romanzo sta proprio nello spostamento dello sguardo. Immaginare la macellazione di esseri umani costringe a guardare con maggiore lucidità ciò che accade quotidianamente agli animali negli allevamenti intensivi. È una distopia durissima, che attraversa i temi dell’antispecismo, del capitalismo, del corpo ridotto a merce e della violenza normalizzata.

In questo mondo, l’adattamento alla crisi non è ecologico, ma economico: il sistema non viene messo in discussione, cambia solo l’oggetto dello sfruttamento.

Gli esseri umani destinati al consumo non sono più persone, ma “capi“. Perdono il nome, la voce, la possibilità di socializzare e di pensare. La violenza non esplode, viene amministrata, regolata, resa “invisibile” dalle nuove leggi.

La storia segue Marcos, che lavora in uno di questi allevamenti. Sa che ciò che fa è sbagliato, lo sente a livello fisico, ma continua a farlo. Non è un eroe né un ribelle: è un uomo che sopravvive dentro un sistema che ha reso l’orrore quotidiano.

Ma come si può sopravvivere in un mondo del genere?
Smettendo di sentire.

Il cuore si indurisce fino a farsi di pietra. Non per crudeltà, ma per necessità: l’empatia diventa un problema e viene sospesa deliberatamente, trasformandosi in una strategia di sopravvivenza.

Il risultato è un’umanità che continua a vivere biologicamente, ma collassa eticamente, rifiutando qualsiasi limite pur di restare al centro del sistema. E, così facendo, finisce per divorare sé stessa.

Tre risposte alla stessa crisi

Messe insieme, queste storie non raccontano la fine del pianeta, ma la fine di un’illusione: quella della centralità dell’essere umano. Un’illusione antica e, in parte, ancora attuale.

Basta pensare al geocentrismo, l’idea che la Terra fosse al centro del sistema solare. Non era solo una teoria astronomica, ma una rappresentazione culturale più profonda, in cui l’uomo si immaginava al centro di tutto. Anche dopo essere stata superata, quella visione ha continuato a sedimentarsi nel nostro modo di pensare il mondo, riaffiorando in diverse correnti culturali – dall’Umanesimo all’Illuminismo – che hanno posto l’essere umano come misura e riferimento di ogni cosa.

Ancora oggi, ci comportiamo come se tutto ruotasse intorno a noi.

Lo si vede anche nel modo in cui raccontiamo il presente. Viviamo in quello che molti studiosi chiamano Antropocene, l’epoca in cui l’impronta umana è diventata una forza capace di modificare il pianeta, fino a comprometterne gli equilibri. Ma questo termine mette a nudo anche un paradosso: l’idea di essere al centro non ci rende più forti, ci espone. La nostra “centralità” si traduce in vulnerabilità.

È qui che le distopie tornano utili. Immaginano un mondo che va avanti anche quando l’uomo vacilla, costringendoci a fare i conti con la nostra fragilità.
In The Last of Us il mondo continua senza di noi. In Sweet Tooth il pianeta si adatta, creando nuove possibilità di vita. In Cadavere squisito l’uomo, rifiutando di spostarsi dal centro, perde lentamente ciò che chiamiamo umanità.

In un pianeta sottoposto a pressioni ambientali sempre più intense tendiamo a dimenticare un fatto essenziale: gli effetti più devastanti li subiremo noi. La Terra ritroverà altri equilibri, come ha sempre fatto. Gli esseri umani non sono indispensabili; lo sono, semmai, quelle forme di vita che rendono possibile l’esistenza degli ecosistemi, dagli insetti impollinatori, come le api, alle reti ecologiche invisibili da cui dipendiamo.

È un tema che emerge anche in Bugonia di Yorgos Lanthimos, un film che per tutta la sua durata ci fa domandare se una potente donna d’affari sia o meno un’aliena.

Ma chi è davvero l’alieno? Forse non si tratta di chi, ma di come.
Il nostro modo di abitare il pianeta.
Forse quelli strani siamo noi.

Scrive per noi

Michela Colpo
Michela Colpo
Michela Colpo, laureata in Scienze biologiche e in Didattica e comunicazione delle scienze naturali, si occupa di comunicazione scientifica attraverso diversi media: giornalismo, social e podcast. Attualmente produce il podcast Eco Talks.