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Rischio atomico?

| FRANCESCO INGRAVALLE

Tempo di lettura: 7 minuti

Rischio atomico?
Hiroshima e Nagasaki dimostrano che un bombardamento atomico si può fare e gli Stati uniti molto spesso hanno risolto le controversie con la guerra. Ma tutti gli Stati, in genere, hanno tendenze polemogene e il nazionalismo si trasforma facilmente in imperialismo. Se in Asia occidentale non scoppierà la pace, il rischio è che scoppi la guerra atomica. Dobbiamo allora seguire Bertrand Russell: “Non siamo condannati a proseguire la nostra corsa verso il disastro. La volontà umana l’ha iniziata, la volontà umana può fermarla”.

(L’immagine di apertura è stata realizzata con l’intelligenza artificiale)

“Gli Stati Uniti non hanno raggiunto un accordo con l’Iran”, ha dichiarato il vicepresidente degli Usa. Perché “non c’è la promessa da parte dell’Iran di abbandonare definitivamente l’arma nucleare”. Che, evidentemente è riservata soltanto ai “grandi”, a coloro che, notoriamente, non possono servirsene che “a fin di bene”. A fin del loro bene. “Loro”: di chi? Naturalmente delle élites del potere per usare l’espressione di Charles Wight Mills. La morte e la distruzione riguarda, invece, tutti gli altri, la gente qualsiasi; “nella storia moderna – come si può immaginare- la pace è un fatto ambiguo: è dovuta all’accentramento e al monopolio della violenza da parte degli stati nazionali, ma nello stesso tempo la organizzazione del mondo in un’ottantina di stati simili è la prima condizione della guerra moderna” (cfr. C. Wright Mills, Le élites del potere (1956), Oaks Editrice, Sesto San Giovanni (MI), 2025, p. 166). Un “fatto ambiguo”, ma sul quale noi possiamo intervenire; Otto Neurath, non a caso, scrive, nel 1942: “Potrebbero esserci organizzazioni internazionali responsabili dell’amministrazione di tutte le risorse naturali, per esempio un’organizzazione che distribuisce il ferro, un’altra il caffè, gomma o generi alimentari, che potrebbero agire come membri di un comitato pianificatore internazionale – ciascuna organizzazione potrebbe entrare in azione prima che si sia organizzata una confederazione. Indipendentemente dall’organizzazione della produzione e della distribuzione nei singoli Paesi, tali centri internazionali presumibilmente ridurrebbero molte tensioni” (O. Neurath, Pianificazione internazionale per la libertà, ed. it. a cura di Tiziana C. Carena e Francesco Ingravalle, Quaderni di Scholé, Torino, 2010 rist. in Id., L’utopia realmente possibile, a cura di T.C. Carena e F. Ingravalle, Mimesis Editrice, Milano, 2016, p. 65). Ma una simile ragione pratica richiede un corpo politico. Che mancava nel 1942 e che manca ancora oggi.

Le società industrializzate e digitalizzate sono energivore

È noto a ognuno che le società industrializzate e digitalizzate sono eminentemente energivore. Questo significa che uno degli obiettivi delle élites del potere delle società industrializzate e digitalizzate è assicurare l’approvvigionamento energetico, così come l’obiettivo dell’economia finanziaria è assicurare agli investitori profitti crescenti utilizzando ogni fatto politico, soprattutto di rilievo internazionale. I profitti finanziari sono strettamente legati alle crisi militari, in particolare quando in gioco è il combustibile fossile per eccellenza, il petrolio. Ma va osservato che l’attuale crisi dello stretto di Hormuz rischia di mettere in ginocchio, in prima battuta, soprattutto i Paesi dell’Unione Europea, anche se non è priva di effetti pesanti, e non soltanto in prospettiva, sul consumatore medio statunitense.

Un rallentamento dell’economia europea si rifletterebbe, nel breve termine, sull’economia statunitense, come si è potuto constatare alla fine della Prima guerra mondiale e alla fine della Seconda guerra mondiale: la distruzione della Germania con la guerra del 1914-1918 ha comportato una crisi economica europea cui gli Usa hanno “risposto” con il “Piano Dawes”; alla fine della guerra del 1939-1945 gli Usa sono intervenuti in Europa con l’ERP. Peraltro, la crisi finanziaria del 2008 si è ripercossa con particolare forza sull’Europa e avrebbe potuto essere devastante senza i tempestivi interventi della Bce.

O pace o rischio di guerra atomica

La centralità dello stretto di Hormuz è evidente e legata non solo all’impegno statunitense nella guerra contro l’Iran, ma anche all’aggressione israeliana al Libano (che dipende dalla fornitura statunitense non tanto di armi, quanto di know-how e di finanziamenti).

In Iran non si può dire che la classe politica al governo abbia perduto significativamente consenso, così come non si può dire che, in Israele, il governo Netanyahu abbia perduto consenso in modo rilevante, né che lo abbia perduto Donald Trump. Tutte le compagini politiche sembrano relativamente compatte nel conflitto che le oppone. Questo significa che non è probabile che il conflitto si estingua per lo sgretolamento politico di uno dei contendenti. Una situazione, questa, che ci pone di fronte a un’alternativa: o ricominciano le trattative per individuare percorsi di pace, oppure non resta nient’altro che la soluzione armata. E tra le soluzioni armate, storicamente, l’opzione atomica è la più probabile. Storicamente: ricordiamo Hiroshima e Nagasaki, un bombardamento sperimentale, non strettamente necessario, all’epoca, se non per lanciare un “messaggio trasversale” all’Urss.

L’esempio del Vietnam

Hiroshima e Nagasaki dimostrano che un bombardamento atomico si può fare; è vero che l’opinione pubblica più standardizzata l’ha tollerato perché compiuto da una potenza vincitrice (la vittoria militare dà, comunque, una certa aura al vincitore: il male che fa è “giustificato” da “bene” che promette di fare); è vero che, oggi, l’opinione pubblica mondiale non lo tollererebbe tanto agevolmente. Ma quanto conta l’opinione pubblica mondiale rispetto a quella componente dei mercati azionari statunitensi che condivide le scelte politico-militari dell’esecutivo statunitense? Ben poco, pragmaticamente.

La stessa opinione pubblica statunitense, anche nel caso della aggressione al Vietnam, non fu decisiva (come, invece si ama credere): iniziata nel 1965 (a seguito di una escalation di un decennio in cui gli Usa. erano soltanto indirettamente coinvolti), essa si è conclusa il 30 aprile 1975 non per effetto delle reiterate proteste di una non irrilevante parte dell’opinione pubblica durate per quasi un decennio, ma per l’obiettiva e costosa, per l’erario, incapacità statunitense di creare un governo unificato alleato nel territorio vietnamita. Non fu usata l’arma atomica perché, nel frattempo, l’Urss, dal 1949, se ne era dotata e, dal 1964, anche la Cina: se la si fosse usata, si sarebbe potuta determinare una situazione incontrollabile in cui i danni avrebbero superato gli eventuali vantaggi.

La “grande politica” è affare di minoranze economiche e dei loro rappresentanti politici

La “grande politica” è, di fatto, affare di minoranze economiche e dei loro rappresentanti politici, come al tempo della “politica di gabinetto”, nata in Inghilterra nel XVIII secolo e poi diffusasi per imitazione nella maggior parte degli Stati del mondo. Le decisioni di queste minoranze colpiscono regolarmente la maggioranza. Non è una novità: il numero dei civili vittime delle guerre dall’inizio dell’età moderna a oggi (almeno), e non tanto per “errori” nelle azioni militari, ma per la volontà precisa di colpire psicologicamente il nemico (si pensi ai bombardamenti di Dresda in Germania e di Treviso o di Zara in Italia nel corso della seconda Guerra mondiale) sottraendo, nell’opinione pubblica, legittimazione al governo nemico (ogni governo si regge, in ultima istanza, sul principio protego, ergo obligo; se è manifestamente incapace di proteggere, un governo perde, con ogni evidenza, legittimazione a esercitare il potere e cade, per lo più per l’effetto di guerre civili).

La guerra, scrive Carl von Clausewitz (1780-1831), è “uno strano camaleonte perché in ogni caso concreto cambia un po’ la sua natura, ma nel suo manifestarsi complessivo e nelle sue tendenze dominanti si mostra come uno strano trilatero, composta dalla violenza originaria del suo elemento, l’odio e l’ostilità, da considerarsi come un cieco impulso naturale; dal gioco delle probabilità e del caso, che la fanno una libera attività dello spirito, e dalla natura subordinata di strumento politico, con cui essa si affida alla semplice ragione.” (cfr. C. von Clausewitz, Della guerra, a cura di Gian Enrico Rusconi, Einaudi, Torino, 2000, p. 41). Essa è “una continuazione dell’interscambio politico” e ha una caratteristica particolarmente allarmante: “Posto che giungiamo a un calcolo di probabilità accettabile della forza di resistenza del nostro avversario, possiamo misurarvi i nostri sforzi in modo da aumentarli sino a essere superiori, oppure, nel caso non riuscissimo, a renderli i più grandi possibili. Ma il nostro avversario farà lo stesso: da qui […] il reciproco crescendo che, nella mera rappresentazione, deve portare di nuovo lo sforzo all’estremo” (Cfr. C. von Clausewitz, Della guerra, cit., p. 22).

Non ci sono Stati innocui

Il conflitto tende, virtualmente, all’infinito, finché uno dei due nemici trova un mezzo risolutivo per fermare, a proprio vantaggio, la spirale, l’escalation, o finché i mezzi materiali per continuare il conflitto vengono a mancare. Il ricorso alla bomba atomica prospettato – è difficile dire quanto seriamente, stante – da Vance sarebbe consono a questa visuale, considerata, soprattutto, l’urgenza dello sblocco dello stretto di Hormuz. Per ora (12 aprile), assedio navale allo stretto: Il Comando centrale degli Usa ha annunciato, nella serata del 12 aprile, l’attuazione di un blocco di tutto il traffico marittimo in entrata e in uscita dai porti iraniani dal 13 aprile”. Ma le prospettive di un’economia occidentale in inflazione e recessione in seguito alla crisi energetica derivante dalla guerra e, in particolare, dal blocco dello stretto di Hormuz danno da pensare. L’urgenza della situazione e il mancato indebolimento del regime iraniano potrebbero dare corpo alle affermazioni criptico-minacciose del presidente e del suo vice.

Non c’è da illudersi: la storia ci insegna che gli esseri umani sono capaci di tutto: non ci sono Stati innocui, quali che siano le vicende storiche dei popoli che li costituiscono. Il caso di Israele è, forse, il più recente esempio di quella che Robert Michels ha denominato “legge di trasgressione”: il nazionalismo tende sempre a trasformarsi in imperialismo, quando e nelle circostanze della politica internazionale lo permettono, come dimostra un altro fra i casi più recenti, l’aggressione russa all’Ucraina; gli Usa non sono nuovi all’utilizzo di sistemi assai radicali per dirimere le controversie con altri Stati, ma non sono neppure gli unici ad averli usati e a usarli.

Lo Stato, di per sé, è una “macchina da guerra”

Lo Stato, di per sé, non è semplicemente uno strumento di convivenza, ma è, fin dal principio, una “macchina da guerra”; l’intero diritto internazionale è un tentativo di ostacolare la guerra che funziona soltanto quando sono date le condizioni dell’equipotenza geoeconomica e geopolitica. Non si può dire che le organizzazioni internazionali, né opinioni pubbliche siano state in grado, fino a ora, di ostacolare efficacemente le tendenze polemogene delle spinte geoeconomiche degli Stati.

Il problema non è, quindi, chi abbia la bomba atomica; il problema è che qualcuno ce l’ha. Nel 1958 Bertrand Russell scriveva: “Il pericolo di un conflitto nucleare riguarda tutta l’umanità e mette in gioco gli interessi di tutto il genere umano. Quanti desiderano prevenire la catastrofe che conseguirebbe all’uso bellico su larga scala della bomba H, non si preoccupano di sostenere gli interessi di questa o quella nazione, di questa o quella classe, di questo o quel continente” (cfr. B. Russell, Prima dell’apocalisse, tr. it. di Adriana Pellegrini, Longanesi, Milano, 1959, p. 11). Dieci anni prima, Daniel Halévy ha scritto: “Da ogni parte, pesa su di noi la minaccia di un ordine di cose sproporzionate rispetto a quello che noi siamo” (cfr. D. Halévy, L’accelerazione della storia, tr. it. a cura i Tiziana C. Carena e Francesco Ingravalle, Oaks Editrice, Milano, 2018, p. 42).

La funzione polemogena della spinta al profitto è nota a ognuno; meno attenzione si rivolge al fatto che questa spinta manca di qualsiasi limite che non nasca dalle oggettive, economiche, carenze degli strumenti per imporsi. Carenze che le nuove tecnologie sono in grado di spostare sempre più avanti. Ma le nuove tecnologie hanno bisogno, indirettamente e direttamente, di combustibili fossili, nello specifico, di petrolio. Potrà questo bisogno essere soddisfatto dalla diplomazia?

Bertrand Russell ha scritto: “Il corso attuale degli avvenimenti porterà inevitabilmente, prima o poi, all’estinzione della razza umana. Ma non siamo condannati a proseguire la nostra corsa verso il disastro. La volontà umana l’ha iniziata, la volontà umana può fermarla” (cfr. B. Russell, Prima dell’apocalisse, cit., p. 32.). Era il 1958, tredici anni dopo Hiroshima e Nagasaki. Ci troviamo, forse in una situazione analoga?

Scrive per noi

FRANCESCO INGRAVALLE
FRANCESCO INGRAVALLE
Francesco Ingravalle, già ricercatore di Storia delle istituzioni politiche presso l'Università del Piemonte Orientale, saggista e storico del pensiero e delle istituzioni politiche.