Una visione ecologica comune per scuole, università e lavoro. E una rivoluzione per tutta la società!

Si è conclusa l’edizione 2019 di “Si può fare”, rassegna sui temi dell’ecosostenibilità promossa dall’Associazione Kòres in collaborazione con la rete WEEC. Evento centrale il Convegno nazionale “Ambiente: innovazione, tutela del territorio, resilienza urbana”. I nuovi bisogni formativi e aziendali raccontati dai relatori del mattino.

È stato il 9 maggio scorso, nell’incantevole cornice del Castello di Moncalieri, il Convegno nazionale “Ambiente: innovazione, tutela del territorio, resilienza urbana”. Scopo dell’incontro era di fornire ai partecipanti una panoramica di taglio interdisciplinare riguardo alla crisi climatica e alle modalità con cui la società civile può affrontarla. Come ha sottolineato Mario Salomone, presidente dell’Istituto per l’ambiente e l’educazione Scholé Futuro, in apertura alla giornata, è infatti “fondamentale che i diversi saperi si uniscano nell’impegno concreto di costruire un domani di qualità”.

Il convegno ha rappresentato uno degli eventi d punta dell’edizione 2019 di “Si può fare”, rassegna sui temi dell’ecosostenibilità promossa dall’Associazione Kòres in collaborazione con la rete WEEC e la nostra rivista come media partner.

La partecipazione delle scuole

Nel corso della mattinata, a rappresentanza delle generazioni future, erano presenti in sala anche alcune classi dell’Istituto Tecnico Industriale Statale Pininfarina e dell’Istituto di Istruzione Superiore J.C. Maxwell. Proprio a loro si è rivolto Fabrizio Galliati, Presidente Coldiretti Torino: “Il legame tra mondo educativo e mondo dell’impresa – ha osservato – deve diventare sistematico, innovativo, fondato su un continuo dialogo. Per permettere il cambiamento di cui le nostre economie hanno bisogno, le aziende, ancor più nel mondo dell’agricoltura, devono poter contare su professionalità ben specifiche e ben formate. È fondamentale raccontarlo ai giovani”.

 

La sfida dei green jobs

La crescente importanza di integrare una visione “ecologica” all’interno dei percorsi sia formativi che professionali è stata ribadita anche dal giornalista Marco Gisotti, che così ha introdotto la tematica dei green jobs: “Si sta parlando di una rivoluzione di tutta la società”. Il parallelo è con la situazione vissuta dalla popolazione mondiale di due secoli fa: “Nel 1815, l’eruzione del vulcano Tamborin ha dato vita al cosiddetto “anno senza estate”. L’inaspettato clima sempre nuvolo, piovoso e freddo creò le condizioni per lo svilupparsi di importanti conseguenze a livello storico, artistico, letterario e tecnologico, stimolando la creatività umana. Ad esempio, è a questo periodo che risale l’invenzione della bicicletta: la mancanza di sole rese il mangime per cavalli troppo costoso, per cui bisognò trovare modi alternativi per viaggiare. Anche oggi dobbiamo rispondere alle emissioni climalteranti inventando nuove professioni, costruite intorno al benessere ambientale. Dal settore primario a quello terziario e quaternario, ogni lavoratore deve conoscere il concetto di sostenibilità. La green economy funziona, necessita di personale e crea lavoro”.

La responsabilità sociale dell’università

Con il clima, dunque, cambia il mondo del lavoro, che esige di conseguenza dei nuovi modelli formativi. A tal proposito, il sociologo e prorettore dell’Università di Torino Sergio Scamuzzi, si è riferito a una nuova “responsabilità sociale dell’università”. La formazione deve essere “ambientale” a tutto tondo, rivolta non solo allo sviluppo di capacità e skills tecniche, “ma soprattutto in grado di stimolare nei giovani la sensibilità, l’interesse e la fiducia verso le questioni ecologiche”. Christian Campagnari, del Politecnico di Torino, sottolinea inoltre l’importanza di formare professionisti in grado di progettare il futuro. “Solo attraverso un tipo di design “4.0”, innovativo, capace di un’ottica sistemica e complessa, è possibile programmare la trasformazione economica e sociale di cui l’umanità ha bisogno”. Ed attraverso la formazione, la ricerca e l’innovazione, compito degli atenei è poi quello di fornire strumenti pratici di sviluppo sostenibile.

Marco Devecchi del Dipartimento di Scienze Agrarie di dell’ateneo torinese, fa l’esempio degli ecosistemi urbani. Il suo gruppo di ricerca studia come “vegetare la città”, attraverso il ripensamento del paesaggio, i progetti di orticoltura urbana e la manutenzione delle aree verdi, per fondare il rapporto uomo-altri organismi sui reciproci benefici e non sulla reciproca distruzione.  Gli interventi delle classi degli istituti scolastici piemontesi hanno mostrato come tali tematiche siano già vive all’interno del mondo educativo. Gli alunni hanno raccontato di progetti di ricerca sulla qualità delle buste in plastica biodegradabile, lavori di giardinaggio ed esperienze di scambio internazionale delle buone pratiche ecologiche.

 

In un clima di rinnovata fiducia, la mattinata al convegno di Moncalieri è giunta così al termine, anche se i presenti si stavano già preparando ai ricchi interventi del pomeriggio, sull’intreccio tra legalità, cura del bene comune e qualità della vita.

Annabelle de Jong

Laureata in Psicologia clinica, ha studiato il rapporto tra psicologia e ambiente. Da sempre appassionata di natura, è capo scout CNGEI e presta servizio civile presto l'Istituto per l'Ambiente e l'Educazione Scholé Futuro Onlus.

Annabelle de Jong has 7 posts and counting. See all posts by Annabelle de Jong

Parliamone ;-)