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Mal d’Africa: sviluppo o saccheggio? Il continente al centro della transizione globale

| Redazione

Tempo di lettura: 3 minuti

Mal d’Africa: sviluppo o saccheggio? Il continente al centro della transizione globale
Mal d’Africa: il dossier di .eco di marzo indaga il prezzo nascosto della transizione, tra miniere, conflitti e ingiustizie ambientali in Africa.

Il prezzo sociale e ambientale dello sviluppo è al centro del webinar di “.eco” mercoledì 25 febbraio ore 17. Modera Elena Pagliarino; partecipano Alessandro Murtas e Luca Graziano. Ne discutono con loro Gabriella Calvano e Silvia Mongili. Collegati qui per seguire il webinar.

Nel nuovo numero di .eco” di marzo 2026 il dossier centrale porta un titolo che è già una domanda politica: “Mal d’Africa. Il prezzo dello sviluppo”

Una domanda che, nelle pagine del TEMA, si precisa e si radicalizza: sviluppo o saccheggio? Perché oggi il continente africano non è ai margini della transizione globale: ne è uno dei fulcri strategici, minerari, energetici, geopolitici.

Il prezzo nascosto della transizione in Africa

Il dossier si apre con il reportage di Alessandro Murtas, “Senegal, il prezzo dello sviluppo”

Le immagini e le parole raccontano territori trasformati da discariche, impianti industriali, infrastrutture calate dall’alto. Non è la narrazione esotica di un’Africa lontana, ma la fotografia concreta di un modello economico che esporta impatti ambientali e importa materie prime.

Il cuore della questione emerge con forza negli articoli di Luca Graziano: “Il Congo, i metalli della transizione e la guerra che non vediamo” e “La transizione ecologica ha fondamenta tossiche”

Cobalto, coltan, rame: i metalli critici indispensabili per batterie, mobilità elettrica, digitalizzazione. Senza di essi, la transizione energetica rallenta. Con essi, però, si riaccendono conflitti, si consolidano economie estrattive, si aggravano condizioni di sfruttamento e devastazione ambientale.

La guerra “che non vediamo” è quella che si combatte attorno alle miniere, nelle filiere globali opache, nei territori segnati da instabilità politica e interessi multinazionali. La transizione verde, se non governata con criteri di giustizia, rischia di riprodurre le logiche coloniali sotto nuove forme tecnologiche.

Ingiustizia ambientale e sociale

Il dossier si amplia con l’approfondimento “Africa, il triste primato di ingiustizia ambientale e sociale” e con l’analisi sulle disuguaglianze nel continente

Il paradosso è evidente: l’Africa è tra le aree meno responsabili delle emissioni storiche di gas serra, ma tra le più colpite dagli effetti della crisi climatica. Desertificazione, eventi estremi, insicurezza alimentare e instabilità economica colpiscono territori già fragili.

Qui la crisi climatica non è un’ipotesi futura: è una realtà quotidiana. E si intreccia con debiti finanziari, dipendenze strutturali dall’export di materie prime, vulnerabilità sociali.

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Sviluppo per chi?

Le pagine di “.eco” non indulgono in semplificazioni. Non oppongono in modo ideologico sviluppo e conservazione. Piuttosto, interrogano il modello:

  • Chi controlla le filiere dei metalli critici?
  • Quali benefici restano alle comunità locali?
  • Quali costi ambientali vengono scaricati sui territori?
  • Quale ruolo hanno le istituzioni internazionali e i governi nazionali?

Il continente africano appare così come il crocevia della transizione globale: luogo di estrazione strategica e, al tempo stesso, spazio di resistenze, di rivendicazioni di sovranità, di richieste di equità.

Educare alla complessità

Come sempre, “.eco” non si limita alla denuncia. Il dossier chiama in causa la responsabilità educativa. Comprendere il legame tra smartphone, auto elettriche, batterie e miniere congolesi significa educare alla complessità delle interdipendenze.

La transizione ecologica non può essere solo tecnologica: deve essere sociale, politica, culturale. Deve interrogare i consumi, le filiere, i rapporti di potere.

“Mal d’Africa” diventa allora un invito a cambiare sguardo. Non più un continente raccontato come problema, ma come nodo decisivo delle scelte globali.

Se la transizione sarà giusta o ingiusta dipenderà anche da questo: dalla capacità di riconoscere che il futuro “verde” dell’Europa e del Nord globale non può fondarsi su nuove forme di saccheggio.

Il dossier di questo numero di “.eco” ci chiede di non accontentarci di parole rassicuranti. Ci chiede di guardare dove spesso non guardiamo.

Perché il prezzo dello sviluppo, oggi, si misura anche nelle miniere, nei villaggi, nei territori africani che sostengono – nel silenzio – la promessa della nostra transizione.

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".eco", rivista fondata nel 1989, è la voce storica non profit dell'educazione ambientale italiana. Intorno ad essa via via si è formata una costellazione di attività e strumenti per costruire e diffondere cultura ecologica e sostenibilità.