Aurelio Peccei

Per i problemi e le situazioni locali e nazionali esistono sindaci, ministri, deputati, senatori – anche generali – e tutta una schiera di altre autorità, e ogni sorta di istituzioni e di organismi che si suppone se ne prendano cura. Invece nessuno è, o sembra sentirsi, realmente responsabile per lo stato del mondo, e quindi nessuno è disposto a fare per esso qualcosa più degli altri, anzi ognuno cerca di battere gli altri nel trarne il massimo vantaggio.

La citazione è tratta dall’autobiografia di Aurelio Peccei, un italiano poco conosciuto (e poco apprezzato) in patria, ma molto noto all’estero.
Chi si occupa di ambiente pensa subito a I limiti dello sviluppo (un vero bestseller internazionale) e al Club di Roma, che nacque a casa di Peccei dopo una conferenza da lui convocata presso l’Accademia dei Lincei.

In realtà non si capisce la figura di Peccei se non si risale molto indietro, al clima culturale in cui cresce nella Torino dei primi decenni del Novecento, ai suoi anni giovanili, al suo antifascismo da sempre (che lo porterà ad affrontare il carcere e la tortura), alla sua insaziabile curiosità, alla sua testardaggine, all’ampiezza dei suoi interessi (si definiva un inguaribile “generalista”) e delle sue vedute, al suo profondo senso etico, al suo coraggio, al suo ottimismo.

Ma Peccei non sarebbe Peccei (e il Club di Roma non sarebbe mai nato) senza la brillante carriera nella Fiat e gli altri numerosi incarichi in Italia all’estero ricoperti senza mai interrompere il filo che lo univa alla casa madre. E ciò non solo per l’aiuto finanziario e organizzativo ricevuto dal gruppo Fiat per la celebre riunione del 1968 all’Accademia dei Lincei tramite la Fondazione Giovanni Agnelli, ma anche o soprattutto per l’approccio pragmatico derivatogli dall’essere un “top manager” e per la ricchezza delle occasioni che il suo ruolo (certo, da lui interpretato con spirito di iniziativa) gli ha offerto.

Grazie alla sua forte personalità e alle opportunità che la vita gli offriva e che ha saputo cogliere (in nome di un dovere eticamente sentito di essere utile all’umanità), Aurelio Peccei è stato uno spirito anticipatore (e “avventura dello spirito” definiva la storia del Club di Roma), attento decenni prima di altri al cambiamento climatico, al saccheggio della natura, alla crisi alimentare, alle conseguenze dell’inurbamento, all’esplosione demografica e consapevole della complessità di un mondo interconnesso.

Peccei chiamava questo intreccio terribile di problemi la “problematica mondiale” e proponeva come precondizione alle soluzioni (voleva dare più diagnosi che ricette) la capacità di previsione e programmazione, a largo raggio e a lungo termine, e la “governance globale”. Siamo in un’epoca di svolte epocali, ricordava spesso, e ciò richiede responsabilità, adeguamento dei nostri strumenti e un radicale cambiamento del paradigma culturale.

Per questo, anche se non direttamente, Aurelio Peccei è anche un grande educatore: cercò con decine di scritti, conferenze e incontri di educare capi di Stato, ministri, parlamentari, manager d’azienda, scienziati, ma inventò anche in qualche modo l'”educazione al futuro”. Facciamo molte previsioni, ma settoriali, a corto raggio, solo per aumentare i profitti e l’utile immediato. In definitiva, previsioni miopi e autolesioniste, che possono portare il mondo e l’umanità alla rovina. Peccei era un ottimista e aveva fiducia nel genere umano, nella sua intelligenza, nelle possibilità di un sapere ben inteso ed eticamente sorvegliato. La sua lezione ha lasciato una grande impronta nel mondo, forse è ora che anche l’Italia riscopra e studi la vita e il pensiero di una delle più grandi personalità del Novecento.

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