Educazione e cultura della sostenibilità nelle aree protette: parte un’inchiesta di “.eco”
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Con un articolo di Silvio Carrieri, il numero di giugno di “.eco” apre un’inchiesta sulle sfide educative e culturali che le aree protette (destinate a crescere dal 20 al 30 per cento del territorio nazionale) devono affrontare. Parchi nazionali e regionali, riserve naturali e siti della rete Natura 2000 non sono soltanto perimetri amministrativi o mappe della biodiversità. Sono territori abitati, raccontati e vissuti, dove, scrive Silvio Carrieri, «si sviluppano esperienze di educazione alla sostenibilità di altissimo valore, portate avanti da una galassia eterogenea di attori: scuole, centri di educazione ambientale, guide, cooperative, associazioni del terzo settore, università ed enti gestori».
Ma, commenta l’autore, troppo spesso lo fanno in isolamento, le risorse sono discontinue, i riconoscimenti incerti e la progettualità è quasi sempre a termine. Dovrebbero essere presìdi di cittadinanza ecologica, il rischio è che restino luoghi amministrativamente riconosciuti ma culturalmente periferici.
Una domanda scomoda
Da qui la domanda scomoda: l’educazione ambientale nelle aree protette è considerata una funzione istituzionale essenziale o un’attività collaterale, utile ma sacrificabile?
«Se è essenziale – osserva Carrieri – devono seguire investimenti, programmazione e professionalizzazione. Se resta collaterale, continuerà a vivere di solo entusiasmo e precarietà, chiedendo alle aree protette di generare consapevolezza pubblica senza fornire loro gli strumenti adeguati a farlo.»
L’inchiesta di “.eco” proseguirà nei prossimi numeri a stampa e su questo sito web, misurando i punti di forza e le criticità e analizzando la capacità delle aree protette di essere laboratori di innovazione e spazi di dialogo tra natura, comunità e ricerca, mettendo anche in luce i divari tra i territori e la frammentazione delle competenze.
È possibile contribuire all’inchiesta con segnalazioni e commenti, scrivendo a [email protected].
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