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Cura della natura e difesa dell’ambiente e della salute della specie umana: etica ed estetica ecologiche invece di norme e leggi

| IPPOLITO OSTELLINO

Tempo di lettura: 14 minuti

Cura della natura e difesa dell’ambiente e della salute della specie umana: etica ed estetica ecologiche invece di norme e leggi

Crisi planetaria: biodiversità, clima, economia della rabbia e della collera, indebitamento pubblico, migrazioni popolazioni, sperequazione dei redditi, inquinamento dei mari fisico e chimico e inefficacia degli strumenti di regolazione e delle norme. Ipotesi per nuovi percorsi di “conservazione” e difesa degli equilibri naturali, con uno sguardo alla tempesta perfetta descritta da Jaques Attali ed al modello abbaziale. L’inizio di un confronto su questi temi nei Panel del CEA di Parma: etica, estetica e pace come categorie per un progetto di cura del pianeta.

La cronaca è nota, anche se non così in profondità nella nostra coscienza come dovrebbe: il Pianeta che abitiamo e sul quale il nostro percorso evolutivo ha avuto inizio (a partire da 6 milioni di anni fa secondo le ultime scoperte), sta reagendo in modo vistoso alla nostra presenza. La cosiddetta “grande accelerazione” della nostra impronta antropica sulla terra, così ben descritta nel saggio di John R. McNeill e Peter Engelke, rappresenta un dato di fatto. I numeri erano già impressionanti alla data della sua uscita nel 2013: più di tre quarti dell’emissione di anidride carbonica nell’atmosfera ha avuto luogo dal 1945 a oggi; nello stesso periodo il numero di veicoli a motore è cresciuto da 40 a 800 milioni, la popolazione del pianeta è triplicata e gli abitanti delle città sono passati da 700 milioni a 3,5 miliardi. (qui una compiuta presentazione ) del volume a cura di Paolo Missiroli.

Nel 2030 6 miliardi dei 9 della popolazione mondiale vivranno in aree urbane.

Un terzo dei suoli del Pianeta è degradato, e oggi già l’80% di chi abita in città è esposto ad inquinamento che non rispetta i limiti definiti dall’OMS. In Europa il 40% dei fiumi è affetto da inquinamento massiccio dovuto all’attività agricola, e molti altri dati forniti dall’economista francese.

Jaques Attali, l’economista francese autore di saggi sulle dinamiche planetarie attese da qui al 2030 e oltre, ci ricorda come l’impatto umano su più sistemi abbia dimensioni di livello parossistico e come il legame tra sfera individuale e dimensione globale abbia raggiunto un così stretto legame da auspicare un nuovo movimento di coscienze che recuperi le categorie ghandiane che esortano a coltivare la pace e l’armonia prima di tutto dentro se stessi e non tanto e solo al di fuori di noi. In qualche misura quindi la riflessione si sta spostando dalle interpretazioni di natura sociale a quelle dell’individuo: uno stimolo dal quale partire per un diversa visione delle strategie di salvaguardia della natura sul quale la riflessione del panel CEA di Parma ha iniziato a riflettere.

La questione climatica è poi nota: lo studio dei ricercatori dell’Australian National University – ancor più di quanto fatto da altri lavori di questo genere – lega a doppio filo la salute del nostro Pianeta con l’impatto dell’uomo, differenziando meticolosamente i fattori che hanno portato all’attuale cambiamento climatico. Il preambolo della ricerca parte ricordando che negli ultimi 7 millenni la temperatura è diminuita mediamente di 0,01 °C per ogni secolo. A influenzare in questo modo sensibile il clima del Pianeta sono stati dei fattori del tutto naturali. Ma come fa notare Will Steffen, «negli ultimi 45 anni, però, è aumentata con una media che porta a 1,7 °C per secolo», il che, se confrontato con l’andamento precedente, segna «un trend opposto e di ben 170 volte superiore».

Telmo Pievani nel suo “La natura è più grande di noi”  richiama le recenti ricerche che hanno stabilito come la biomassa del pianeta sia ormai raggiunta da quella dei manufatti dell’uomo: 1100 miliardi di tonnellate corrisponde al peso delle cose realizzate dall’uomo, che è l’equivalente della biomassa naturale che il Pianeta ospita. Quindi nel 2020 il peso dei manufatti umani ha eguagliato quello naturale, dato spaventoso se paragonato al fatto che invece nel 1900 era del 3%. Un ennesimo dato che conferma quanto lo sbalorditivo progredire delle attività antropiche abbia esteso i suoi effetti a tutto il Pianeta e con effetti di grande “peso”.

Il confronto in gigatonnelate nel quale le attività di produzione umana hanno ormai superato quelle naturali nel 2020.

L’antropologia dell’uomo contemporaneo sta subendo, inoltre, una sotterranea ma travolgente trasformazione indotta dalla dimensione digitale dell’esistere aprendo alterazioni non solo ambientali ma interne alla dimensione psichica dell’uomo: l’accoppiamento ad un individuo su due al mondo di un device elettronico (smartphone), ha aggravato il distacco dell’individuo dal contatto con gli elementi naturali, generando patologie di varia natura, già nate con il diffondersi a scala di massa dei dispositivi elettronici di prima e seconda generazione, e trasformando questo blocco di 4 miliardi di soggetti in altrettanti centri di ricavo a causa dell’esplosione del mercato online. Una dimensione quest’ultima che ha permesso la sproporzionata potenza economica di singole imprese con patrimoni confrontabili con quelli di nazioni come la Francia, con forti pericoli per la stessa democrazia. Su questa dimensione psicologica del vivere moderno poco ci si interroga, eppure da questa dipendono direttamente le nostre capacità di reagire ai cambiamenti, o di non reagire: è un campo particolare dove un analogo saggio sull’accelerazione, Accelerazione e alienazione di Hartmut Rosa, ma questa volta connessa all’alienazione umana, cerca di scavare in profondità per scoprire l’alterazione delle dimensioni spazio e tempo che la società contemporanea ha generato nei sui abitanti.

Intorno a questi ed altri quesiti il centro di Etica ambientale di Parma ha deciso di avviare una serie di panel per stimolare la discussione e il confronto. Il primo si è tenuto Martedì 18 ottobre ore 17.30-19.00 online su Zoom e in diretta streaming sul canale Youtube CEA dal titolo “Panel CEA – Grandi crisi del nuovo secolo e custodia della Terra”.

Il Panel composto da Vincenzo Balzani – Professore emerito Università di Bologna, Mauro Bossi, dal Redattore di Aggiornamenti Sociali, e da Corrado Clini – ex Ministro dell’Ambiente e da chi scrive, ha avuto al centro tre questioni:

–  il consumo non sostenibile di risorse naturali e di combustibili fossili da parte dell’uomo che sempre più si allontana dalla sua missione di custode della casa comune;

–  gli effetti della guerra e della crisi energetica che ci stanno allontanando dagli obiettivi globali assunti dai Governi in materia di contrasto alla riduzione della biodiversità e lotta al cambiamento climatico;

–  la constatazione che l’insieme delle regole, dei vincoli e delle leggi di salvaguardia del pianeta, nel loro complesso non riescono a fermare il declino del benessere umano e della qualità degli ecosistemi naturali.

In questa cornice prospettica ci è oggi richiesto un approccio etico, non accademico, per concretamente indicare agli uomini la strada giusta da imboccare che potrà richiedere il cambio delle forme di coinvolgimento degli individui e della società verso un nuovo impegno di cura del mondo in cui viviamo.

Il resoconto completo di questa seduta è consultabile qui sul sito del CEA Parma.

In questo contesto si è ragionato intorno al fatto che di fronte alla erosione incessante delle risorse naturali, a cui si associa la costante disaffezione da esse a causa dei fenomeni socioeconomici prima richiamati, le comunità internazionali e quelle locali hanno reagito con una misura che potremmo chiamare esterna: quella del dettare norme e regole su tutte le matrici ambientali. Leggi di gestione del suolo, di contrasto alla perdita di biodiversità, di regolazione dell’uso delle acque, della qualità dell’aria, di tutela dei beni naturalistici come le aree protette, di lotta al commercio delle specie rare ed esotiche e centinaia di altre loro declinazioni giuridiche. Si è anche inserita la categoria ambientale nelle magne carte e nelle costituzioni, come gli esempi delle costituzioni in Bolivia ed Ecuador o il recente caso della Costituzione italiana.

Interrogarsi su quali azioni adottare per contrastare il declino delle condizioni di salute della specie umana sul pianeta, é un impegno che deve superare le tradizionali visioni e conclusioni, che specie durante il ‘900 hanno visto l’espandersi proprio del “sistema normativo”. Infatti i risultati che questo approccio hanno fornito sono carenti. A livello globale molte operazioni puntuali sono state avviate con la salvaguardia di specie in estinzione, ma l’erosione e degli ecosistemi per fare spazio alle attività agricole e antropiche è in continua crescita come testimonia il progressivo arretramento della data dell’Earth overshoot days.

E’ una valutazione questa corroborata proprio dal primo rapporto dell’UNEP sull’efficacia degli strumento normativi. Dal 1972 alla fine della seconda decade degli anni 2000, sono stati istituiti 1.100 accordi intergovernativi per la tutela ambientale; di 88 Paesi che hanno introdotto nella propria Costituzione provvedimenti a favore di un ambiente sano, ben 65 hanno inserito norme ad hoc per la protezione dell’ambiente; oltre 50 nazioni hanno istituito 350 tribunali e corti ambientali in tutto il mondo; 60 Paesi devono garantire ai cittadini per legge una corretta e trasparente informazione in campo ecologico e ambientalista e dal 2017 a oggi 176 Paesi hanno varato leggi quadro ambientali.  Ma a fronte di tutto ciò il rapporto chiarisce che l’applicazione delle loro indicazioni non è attuata.

Mentre questi dati non fanno che confermare l’estrema carenza di considerazione che la comunità umana sta dedicando alle componenti naturali del pianeta, si affermano per altro verso nuovi dizionari ambientali come l’operazione dell’UE relativa alla cosiddetta tassonomia verde.  Un segnale ulteriore con il quale i tentativi di introiettare le categorie ambientali nelle decisioni internazionali sia si presente, ma sempre ed ancora troppo legate alle dichiarazioni, e non ai fatti. C’è chi afferma, con buone ragioni, che la parola crea, ma a patto di non inflazionarla.

Negli ultimi 3 anni siamo inoltre di fronte ad una escalation di attacchi che stanno premiando e nutrendo l’atteggiamento egoistico delle società come degli individui: a partire dal fenomeno pandemia (nel quale la difesa delle economie globali, come le ricadute economiche a vantaggio di unici gruppi farmaceutici in assenza di una politica di congelamento dei brevetti medici, hanno aggravato le condizioni di salubrità globale e di accesso alle informazioni), passando per la guerra in Europa ed alle soglie di quella cinese in Taiwan, sono nel loro insieme comportamenti orientati alla difesa del sistema economico globale, fatto di grandi blocchi di mercato estesi dai servizi, alla sanità ed all’economia di guerra. Sono i segnali che vanno verso una stagione che Jaques Attali chiama dell’economia della collera, l’evoluzione peggiorativa dell’economy of anger sempre descritta da questo autore.

In questa era che evoca nel reale le descrizioni distopiche di tanta letteratura di fantascienza, l’alleanza tra le democrazie ancora esistenti sul pianeta sembra l’unica strada nuova da intraprendere, come stimola il pensiero sempre di J. Attali, che tuttavia quasi paradossalmente propone di accoppiare a questa scelta (difficilissima da realizzare) una diversa prospettiva: quella della dimensione individuale.

Come da lui richiamato nelle sue 6 lezioni per sopravvivere alla crisi proprio nella prima ritroviamo “…avere un forte rispetto per se stessi”, oltre a “(…) voler vivere, non solo sopravvivere. Avere dei valori, puntare all’eccellenza, essere protagonisti del proprio futuro. E possedere la dote dell’intensità: saper guardare lontano, sacrificarsi ora perché il domani sia redditizio. È necessario farsi un’idea propria del mondo. Capire chi sono gli amici e chi i nemici, una dote che chiamo empatia”.

Il primo punto, il rispetto per se stessi, corrisponde alla cura di se, che si ottiene prima di tutto coltivando con costanza e perseverando nelle pratiche di crescita della propria coscienza personale sia tramite la pratica della meditazione, sia con altre come la nostra frequentazione della natura, oltre che ed in tutte quelle attività che favoriscano il contatto diretto tra persona e contesto naturale come metodo per favorire la ricerca dei propri equilibri interiori. In questo ambito possiamo anche collocare quello che gli artisti Andrea Caretto e Raffaella Spagna chiamano “rieducazione alla percezione” considerando la crisi ecologica in realtà una “crisi estetica”: d’altro canto le due categoria etica ed estetica sono connesse da un intimo legame che bene descrive Longo in una sua serie di argomentazioni relative al tema dell’Intelligenza artificiale. oltre ad altri temi di spunto del dibattito che interessano le stesse categorie della città e dell’urbe.

Ogni nostro intervento di relazione con il mondo e con gli altri parte dalla capacità percettiva, dove i nostri sensi raccolgono informazioni che noi possiamo poi elaborare: ed è proprio coltivando questa capacità che possiamo migliorare a partire dalle nostre radici ed utilizzando l’arte come medium straordinario per mettere al lavoro i nostri senti. Stare con sé stessi e proprio quella dimensione che il mercato contemporaneo non vuole e non favorisce, preferendo lo stare virtualmente con gli altri, cadendo cosi sempre di più nel magma della rete web, dove la grande macchina è  pronta a catturarti,  fino ad arrivare alle dimensioni più pericolose tramite il proprio alter ego proiettato in una vita nuova nel metaverso.

Ma a questa dimensione per un recupero dell’agire coerente per un nuovo rapporto con l’ambiente circostante, nel corso del dibattito tenuto nel panel del CEA di Parma, sono state proposte altre 3 questioni, che invece di tentare di reprimere con le sole norme la grande accelerazione più sopra richiamata, mirano a formare un cerchio che lentamente ma con costanza tenti un accerchiamento rispetto ai danni arrecati alla qualità di vita delle comunità dall’espandersi smisurato della grande accelerazione.

Etica ed estetica, due volti del medesimo percorso.

Il primo riguarda il coltivare il senso del sacro in natura, e con esso le sfere delle dimensioni del divino e dello spirituale nell’esistenza. Lo stare più profondo nella natura, recuperando tutta la tradizione antica così presente ad esempio nelle culture andine, come nei mondi dell’antico di tutto il pianeta, rappresenta una modalità per prendere contatto con il senso del limite. La distruzione delle risorse del pianeta per i nostri usi ha potuto fiorire grazie all’affermazione dell’etica della rapina, considerata tale perché venduta come la via per la rinascita di un uomo dominatore del pianeta, maestro di un progresso inarrestabile. Questa è una dimensione che deve essere tuttavia specificata in quanto lo stesso concetto di sacro porta con se insidiosi elementi che potrebbero risultare persino controproducenti. Come bene chiarisce Vito Mancuso: ” Un tempo l’esperienza del sacro poteva forse provenire dall’ignoranza della natura; oggi, al contrario, è alimentata dalla conoscenza dei risultati della ricerca scientifica.(…)
Ha scritto Einstein: “Ritengo che il sentimento religioso cosmico sia il più forte e nobile incitamento alla ricerca scientifica”. In precedenza Planck aveva affermato: “Scienza e religione non sono in contrasto, ma hanno bisogno l’una dell’altra per completarsi nella mente di ogni uomo che seriamente rifletta”. (…) Ma da dove nasce il sentimento religioso cosmico di cui parlava Einstein ponendolo alla base della ricerca scientifica? Esso sorge laddove il soggetto percepisce di trovarsi al cospetto di qualcosa di più grande e di più importante di sé, nasce cioè dal senso del sacro. “

Una vista della Bismantova, nella Riserva della Biosfera dell’Appennino ai cui piedi è nato un Centro studi dedicato alla Laudato si.

Dello stesso tono sono le considerazioni di Serenella Iovino: ” Definire “sacro” solo un determinato perimetro, e lasciare quel che è fuori alla mercé dello sfruttamento indiscriminato, ad esempio, significa trasformare tutto ciò che è esterno al perimetro di sacralità in una zona di sacrificio. È per questo che, a mio avviso, la proposta tradisce alcune problematicità. Per non parlare del fatto che – come abbiamo già ricordato – laddove c’è sacro, c’è anche una classe di sacerdoti, cioè una classe di persone atta a mediare una separazione ritenuta incolmabile. Invece noi, oggi, non abbiamo bisogno di sacerdoti che medino questa separazione, ma di maestri che la colmino», e che ci insegnino a guardare oltre questo solco, la cui esistenza permane solo nella nostra mente.

E se proprio abbiamo bisogno di sacralità per legittimare le nostre azioni, e per dare senso alla realtà che ci circonda, che almeno sia una sacralità tangibile: immanente, non trascendente. «Se c’è un sacro, se c’è un miracolo, questo è dappertutto ed è sempre», afferma Serenella Iovino, definendosi seguace di Spinoza in questa ricerca di immanenza. «Ciò di cui abbiamo oggi bisogno, per recuperare coscienza della nostra appartenenza alla natura, non è la trascendenza, tipica di una sacralità localizzata, recintata, amministrata, ma l’immanenza. Dobbiamo riconoscere, proprio in virtù di questa parentela, di questa coappartenenza tra noi e il resto del mondo naturale, che – come scriveva Anna Maria Ortese – è sacra la Terra ed è sacro anche l’uomo, sua parte». Nel suo insieme uno scenario quello del rapporto sacro natura che apre a molte altre considerazioni anche relative a questo tema nel pensiero cristiano. Tutte le pratiche quindi dell’outdoor education, del forest bathing, del cammino come pratica di consapevolezza delle proprie risorse individuali, ed altre cento variazioni di questo tipo, rappresentano attività concrete da praticare e seguire, per favorire il rispetto e allontanare l’atteggiamento d’aggressione proprio dell’uomo moderno, riducendo invece che aumentare l’attaccamento al mondo digitale che non favorisce un atteggiamento positivo verso l’altro.

Vi è poi una seconda dimensione: è quella della cosiddetta economia della vita, di cui parla anche Jaques Attali e che riguarda l’importanza strategica di orientare gli investimenti e le attività umane prioritariamente verso quei settori che si occupano appunto della vita: come comportarsi rispetto alla salute, some favorire l’economia dei servizi alla persona, come praticare il riciclo, come gestire i propri acquisti di beni. E questa dimensione è in particolare interessante da approfondire seguendo ad esempio le valutazioni che in merito fa Luigino Bruni, direttore del progetto Economy of Francesco, che sta segnando importanti segnali di fondamento di nuovi paradigmi. Un campo questo di grande interesse che corrisponde alle attività di quella che è anche denominata economia civile.

Una derivazione di questo secondo aspetto, che però per la sua importante presenza nel quotidiano della persona e per i suoi effetti profondi rispetto alla capacità dell’individuo di stare nel contempo bene nella società e bene con sé stesso, è la sfera dei comportamenti nell’alimentazione. La sua estrema derubricazione come fenomeno di mercato costituisce un tassello fondamentale del rapporto tra individuo ed economia non solo per gli aspetti diretti, legati al suo acquisto, ma anche per quelli indiretti, legati alle malattie e disfunzioni della salute connesse ad un suo uso non corretto.  Anche su questo elemento Attali ci offre la possibilità di approfondire il tema nel suo Cibo.

Anche in questo suo saggio lo scenario descritto è apocalittico per la nostra salute, registrando come il nostro comportamento alimentare si stia sempre di più allontanando dalla sana alimentazione, in quanto fatto di spuntini, consumati in solitaria, iperconnessi, ma sostanzialmente soli.  Le scelte del consumo del cibo di prossimità, biologico, biodinamico, di una pratica del farsi da se il cibo, evitando i cibi pre-preparati, l’affidarsi a realtà della ristorazione che salvaguardino l’anima di chi prepara il cibo con attenzione e cura della materia prima e del suo ciclo di trasformazione, appaiono tutti elementi tenuti in debita distanza dalla nostra quotidianità, in quanto proprio non coerenti con il modello di vita dell’economia non della vita ma della corsa.  Si tratta anche di un sistema di offerta che non viene più favorito a causa della pervasiva presenza di un mercato dell’alimentazione fatto più di finanziere che di imprenditori di una catena fondamentale dei servizi al pubblico. Un sistema che purtroppo nel suo insieme si tiene tutto connesso al suo interno perché questi comportamenti danno da vivere a grandi imprese farmaceutiche, come anche all’informazione: gli spot pubblicitari dei vari prodotti contro la gastrite, pagano l’informazione delle emittenti televisive che osserviamo, spesso, troppo.

Stiamo parlando di visioni troppo fantasiose? Stiamo pensando che vi sia un approccio complottista di sotto di queste valutazioni? Ebbene se vogliano denominare l’approccio all’economia dell’uomo come un grande sistema che si regge su principi coerenti uno con l’altro, certo che si. Ma non si chiama complotto, ma bensì modello di sviluppo diverso, che senza un suo cambiamento radicale, porterà l’umanità a distaccarsi sempre di più dalla sua traccia, il suo sentiero,  originario per affrontare uno scenario nel quale solo la tecnologia la terrà in vita, entrando anche dentro il corpo umano, con conseguenze alienatorie tutte da valutare. Vogliamo prendere questa strada?

L’abbazia di Novalesa in alta Valle di Susa nel torinese.

In proposito ancora un elemento è utile valutare: quello del dove attuare questi stili di vita e questi principi etici. Molti pensano che con l’impegno nel mondo collettivo, quello della politica ordinaria, si possano ottenere risultati, cercando di portare nel livello dell’istituzione attuale queste posizioni co-naturali. E’ certo encomiabile chi lo fa o tenta di farlo ed a loro va il rispetto per questa caparbietà. Ma di certo crediamo che debba essere seguito anche un secondo modello che qui chiamiamo “abbaziale”.  La coltivazione di questi principi è certamente più utile svilupparlo all’interno di piccole comunità, di realtà fatte da nuclei all’interno dei quali siano presenti forti coerenza di pensiero, dove i conflitti lievi presenti sono di gran lunga di più facile gestione, e dove l’attenzione alla quantità del fare quotidiano è ridotta al minimo, per privilegiare la qualità e pertanto la  continuità nel tempo con una crescita maggiormente garantita. Un modello dell’abbazia, che non deve far pensare a piccole comunità chiuse, proprio come non lo erano le abbazie medioevali: ma bensì realtà collegate tra di loro che comunichino e si scambino informazioni e pratiche. Lo facevano le antiche sedi con gli scarsi mezzi a disposizione: noi oggi con la rete possiamo invece utilizzare uno strumento potente per poter sviluppare una fittissima e serrata modalità di connessione.

Pensiamo ad un tessuto locale che poco alla volta si consolidi, costruendo una maglia coesa che alla sua maturità potrà anche esprimere forme di gestione di governo, quando si sarà arrivati alla costituzione di nuove forme “demo-cratiche”. La connessione infine tra questi principi di coerenza con la Natura e il principio della Pace è un elemento di grande importanza, da non tralasciare, in quanto solo in questo stato di convivenza è possibile evitare continui passi indietro nella comunione di intenti nel salvare la nostra vita sul pianeta.

La dimensione etica che qui è sottolineata è peraltro una sensibilità emergente che si sta diffondendo a partire dai pensatori che oggi propongono di riflettere sui tempi contemporanei, anche in Italia con Vito Mancuso che nel suo ultimissimo “Etica per giorni difficili” ci ricorda che solo ritrovando un’etica condivisa, e rinnovando il legame che ci unisce in quanto esseri umani, che le nostre ferite potranno finalmente essere rimarginate. La posta in gioco è altissima: chiamati a invertire la rotta di questa «nave dei folli» in cui si è trasformata la società, dall’esito delle nostre scelte dipenderanno il futuro del pianeta e le sorti delle generazioni future. Una visione importante che deve però coinvolgere anche i mondi della natura, nostri compagni di viaggio.

La natura è più grande di noi e pertanto dobbiamo in realtà fare proprio un calcolo di convenienza: se consideriamo  tutti i costi che si dovranno affrontare per parare i colpi che le dinamiche naturali ci infliggeranno a causa del nostro allontanamento da essa, con i benefici del restare invece in coerenza con essa, crediamo che i conti siano a favore della seconda. Ma non dovremmo fare solo i conti economici, ma anche quelli etici, ed in sostanza spirituali.

Pertanto l’idea di muoverci seguendo i 4 vertici qui proposti (coltivazione della coscienza individuale, rispetto del valore immanente (sacro) della natura, attenzione all’economia della vita, cura del cibo) evolvendo così il nostro senso etico ed estetico della vita, potrebbe aprirci la possibilità di proseguire su una strada dove la natura non potrà che accompagnarci ed affiancarci, forse anche perché con essa condivideremo lo stesso “Spirito”.

Scrive per noi

IPPOLITO OSTELLINO
Ippolito Ostellino nasce a Torino il 16 agosto 1959. Nel 1987 si laurea in Scienze Naturali e opera come prime esperienze nel settore della gestione e progettazione di Giardini scientifici Alpini. Nel 1989 partecipa alla fondazione di Federparchi Italia. Autore di guide botaniche e di interpretazione naturalistica e museale, nel 1997 riceve il premio letterario Hambury con la guida ai Giardini Alpini delle Alpi occidentali. Dal 2007 al 2008 è Presidente nazionale AIDAP, Associazione italiana dei direttori dei parchi italiani. Dal 2009 partecipa come fondatore al Gruppo di esperti nazionale sulle aree protette "San Rossore". Nell'area torinese opera in diversi campi: è il promotore del progetto Corona Verde dell'area metropolitana torinese per la Regione Piemonte, e svolge attività di docenza presso il Politecnico di Torino; nel 2008 progetta il format della Biennale del Paesaggio Paesaggio Zero; nel 2009 è autore con i Prof. Pala e Occeli del progetto della ciclovia del canale Cavour; nel 2011 ha ideato il marchio di valorizzazione territoriale “CollinaPo” sul bacino di interesse dell'area del fiume Po e delle colline torinesi e nel 2016 porta a riconoscimento UNESCO Mab il territorio di riferimento; nel 2016 coordina il tavolo Green infrastructure nel III Piano strategico dell'area metropolitana. Autore di saggi, contributi congressuali e libri sul tema Natura, Paesaggio e Ambiente, nel dicembre del 2012 è stato insignito del premio Cultori dell'Architettura da parte dell'Ordine degli Architetti della Provincia di Torino.
Dal 2022 è membro effettivo del Centro di Etica ambientale di Parma, mentre nel dicembre 2024 lascia anticipatamente il mondo dei parchi nei quali ha lavorato per oltre 30 anni, svolgendo prima attività professionale e poi accedendo alla pensione, proseguendo oggi nel suo impegno teorico e pratico a favore del pensiero ecologico.