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Una multi-simbiosi tra uomo, piante, funghi e cani: il Tartufo nell’antico borgo di Seborga (IM).

| IPPOLITO OSTELLINO

Tempo di lettura: 11 minuti

Una multi-simbiosi tra uomo, piante, funghi e cani: il Tartufo nell’antico borgo di Seborga (IM).
Esplorando le nuove tartufaie nell’estremo Ponente ligure, alla scoperta di tre patrimoni UNESCO legati tra arte, natura e danza. di Ippolito Ostellino e Monica N.Mantelli Ci sono occasioni nelle quali un evento può diventare un enzima per far incontrare tra di loro eccellenze ed esperienze che hanno, nel loro DNA, valori e contenuti di livello […]

Esplorando le nuove tartufaie nell’estremo Ponente ligure, alla scoperta di tre patrimoni UNESCO legati tra arte, natura e danza.

di Ippolito Ostellino e Monica N.Mantelli

Ci sono occasioni nelle quali un evento può diventare un enzima per far incontrare tra di loro eccellenze ed esperienze che hanno, nel loro DNA, valori e contenuti di livello internazionale. Scopriamo insieme perché questo accade in quel di Seborga in provincia di Imperia, planando a volo d’uccello su paesaggi unici di una magica Liguria oggi al confine con la Francia, ma un tempo parte integrante di Nizza.

Il leggendario Borgo di Seborga – Castrum Sepulchri

Non tutti hanno infatti la fortuna di poter esplorare i territori delle valli interne del ponente ligure, solcate da antiche e profonde incisioni che dal mare risalgono verso le vette delle Alpi Liguri. Un piede esterno, o se vogliamo, una testa, dell’imponente arco alpino transnazionale, che dalla Francia all’Austria segna a sud dell’Europa una zona di confine, da sempre oggetto di studi per i tanti preziosi saperi in esso contenuti. Uno spazio che va verso l’attuale frontiera, segnato da misteri e leggende che sono stati persino ispiratori di film fantasy come la coinvolgente pellicola Inkheart girata proprio tra location liguri come Laigueglia, Balestrino a Realdo, borgo ponentino abbarbicato su alte falesie rocciose.

Una delle scene del film girate tra i borghi ponentini

Questi ambienti e paesaggi che da Sanremo, Imperia, Ventimiglia, Ospedaletti, Bordighera, Diano Marina, Arma di Taggia e Albenga si spingono caparbi su per pendii e versanti spesso occupati da antiche fasce coltivate a uliveto, sono territori di un fascino straordinario, specie per la loro forma quasi a dedalo, nella quale è facile ritrovarsi a scendere e risalire in continuazione a causa della particolare struttura geologica. Ciò accade appunto nell’estremo Ponente, che racchiude paesini medievali intrisi di magiche memorie, come Triora, Perinaldo, Bajardo, Cosio d’Arroscia, Pigna, Pieve di Teco, Apricale, Ceriana, Bussana, Rocchetta Nervina, Dolceacqua, Dolcedo e – appunto – il Castrum Sepulchri di Seborga, dove gli strati geologici emergono verticali come lame che paiono spinte dal basso della Terra, quasi sollevate da mani annesse a forze profonde. Seborga: luogo di sepolcri. Ma anche di possibili resurrezioni.

Il borgo di Realdo irto sulle sue cenge rocciose

Per questo la viabilità esistente è spesso intricata ed insieme fascinosa, specie perché di colpo si passa da versanti ricoperti di profumatissime Ginestre bianche a quelli abitati da Querce Rovere. Un tripudio di flora Mediterranea e Alpina, in un calembour botanico che ammalia gli appassionati della materia. Un continuo palinsesto che alterna paesaggi a vista mare, con tratti di ambite vette come quelle delle Alpi Liguri, che per i camminatori e appassionati di natura rappresentano una attraente ricchezza vegetale che è, di fatto, un unicum a livello europeo e mondiale. Molti di questi borghi sono circondati da imponenti habitat verdi, come anche per Seborga, dove sorge il Bosco comunale inserito nel SIC Monte Nero e Monte Bignone e che presenta le parti restanti dei vasti boschi in parte ancora presenti di Castagno, Leccio, Pino marittimo e molte altre essenze, e dal quale le viste sulla Costa Ligure e francese riservano spettacoli emozionanti, specie al tramonto.

Il profilo della costa dell’Esterel francese visto da una casa di Seborga

E’ anche grazie a questa ricchezza bioclimatica, oltre che alla miscela di saperi tra appassionati botanici stranieri, specie inglesi, e imprenditori locali, che questo territorio è stato – nella Storia, ed in parte è ancora oggi – luogo di elezione per le coltivazioni floreali (come recita anche la denominazione di Riviera dei Fiori che spetta all’area compresa tra Ventimiglia e Capo Mimosa a Cervo più a est).

L’arbusto “Fiore d’angelo” (Philadelphus sp.) utilizzato ancora oggi
come fiore ornamentale.

Sono queste le bellezze ed emozioni polisensoriali che possono vivere coloro che raggiungono gli angoli delle valli sopra Bordighera – dominate dai monti Nero, Bignone, Caggio e più a nord Ceppo – dove si erge, su un crinale, tra i valloni del Beodo a est e Vallebona a ovest, il Comune di Seborga, paese che non si dimentica, profondamente connesso alla storia Templare e che si fregia di un antica nomea di Principato.

Il benvenuto che troneggia all’ingresso del borgo di Seborga

Un sito che ad ad oggi è alimentato da iniziative ed eventi di Piazza Templare di Seborga (per chi vuole approfondire la rete è ricca di informazioni storiche al riguardo) che qui coltivano una antica tradizione devozionale fatta di altrettanti antichi saperi: una Realtà che promuove molte attività e trasferisce – a chi si affida alle loro visite guidate – molti spunti per approfondire conoscenze storiche, esoteriche e spirituali.

Una cerimonia templare di fronte alla Chiesa di San Bernardo

Seborga, con i suoi agriturismi, bb e ristoranti di qualità, è un borgo oggetto di leggende e di folklore, ma anche di vere vicende tracciate negli antichi documenti d’archivio, come ci racconta il sindaco di Perinaldo, storico e archivista, Francesco Guglielmi. Tra queste, l’indimenticata regnanza di “Re Giorgio”, (agli annali, Giorgio Carbone), di cui esistono vari tributi disseminati nei caruggi del centro storico e un busto a suo memento sulla piazza della chiesa medievale dedicata a San Bernardo .

L’occasione di conoscere queste epicità e le nuove esperienze si sviluppa anche grazie all’incontro con le eccellenze di produzione locale. E’ questo il caso del tartufo di Seborga o Black Prince, così come è stato griffato da Villiam Casali, colui che ha portato la prima tartufaia nell’area seborghina. Un territorio, dicevamo dunque, ricco di unicità come la eccellenza della Lavanda della Riviera dei Fiori, di cui abbiamo già parlato, l’Olio di Seborga di Flavio Gorni, il sorprendente vicino Carciofo di Perinaldo, di cui parleremo in una prossima occasione, o ancora le produzioni di fiori come il Ginestrin, la Mimosa, e il Miele (noi vi suggeriamo di assaggiare la Melata di Abetina di Perinaldo).

Villiam Casali nel suo regno botanico

Nell’area tra Seborga e Villabona l’esperto di tartufi Villiam Casali, ricercatore da decenni del prelibato “frutto” della terra, uomo di bosco che ha maturato una lunga esperienza nei suoi territori d’origine dell’alta Lombardia, ha scelto di avviare proprio qui l’impianto di una specifica area di produzione, i tartufi, e in particolare il Tartufo nero pregiato (Tuber magnatum melanosporum): un progetto che interessa una fascia di territorio collocata sui ripidi fianchi della vallata che segna a ovest il borgo seborghino, in una felice serie di terrazzamenti ricavati in un’oasi in parte pianeggiante sul fondo del vallone.

Uno scorcio della tartufaia con Seborga sullo sfondo

Ed anche qui, grazie al tartufo, incontriamo il marchio Unesco: “La cerca e cavatura del tartufo” che ha infatti una sua pratica e sapienza di grande valore per le tante implicazioni che intrecciano conoscenza degli ambienti naturali, cura e rispetto, e alleanza simbiotica con il partner indispensabile per la raccolta di questi preziosissimi tuberi: il Cane, in questo caso non solo amico dell’uomo ma sua fondamentale estensione dei sensi. Proprio per questi motivi questa particolare attività, specificamente dedicata all’Italia, è stata inserita nel 2021 nella lista dei patrimoni immateriali di UNESCO.

La pratica della ricerca del Tartufo, riconosciuta Patrimonio immateriale da UNESCO

Il rispetto dell’ambiente tra i tanti aspetti in particolare colpisce, quando Villiam orgogliosamente racconta che di una pianta tartufigena non bisogna mai raccogliere tutto ma lasciare sempre due tartufi su 5 per garantire la diffusione del tessuto fungino nel tempo. Pratica auspicata ma purtroppo non così diffusa in questo mondo spesso troppo orientato a prelevare senza rispetto le risorse che la terra offre.

La presenza di questo particolare “frutto” sotterraneo è infatti il risultato di un delicatissimo equilibrio che deve essere trattato con la massima cura: la micorriza è infatti una speciale forma biologica dove l’apparato radicale di una pianta (albero o anche arbusto) entra in cooperazione (simbiosi) con il tessuto fungino. Da questa unione – nella quale il fungo riceve sostanze nutritive dalla pianta, mentre questa riesce ad aumentare l’assorbimento di acqua e nutrienti, proteggendo le radici da patogeni, e facilitandone la resistenza allo stress (oltre a migliorare la comunicazione tra le piante) – il fungo produce el suo ciclo vitale particolari formazioni: un vero corpo fruttifero, come i più noti funghi epigei (come ad esempio i Porcini), al quale è affidato la diffusione delle sue spore atte alla disseminazione in natura.

L’infinita rete di connessione tra il tessuto fungino (ife) e le radici delle piante che sta alla base del fenomeno simbiotico della micorriza.

E qui la natura ha escogitato una doppia cooperazione: infatti come mai potrebbe un corpo fruttifero sottoterra essere disperso nell’ambiente circostante senza poter essere visto da alcun essere vivente soprasuolo? Allora, ecco che basta emanare un irresistibile e inconfondibile profumo, capace di attrarre mammiferi dal fiuto fino (tassi, cinghiali, lupi, volpi, cani etc..) così da farsi mangiare e attraverso la loro digestione diffondere le spore anche molto distante dal terreno dove è nato. La spora “trasportata” farà nascere nella sua nuova dimora i suoi tessuti fungini sotterranei. Ed ecco che la famosa fragranza del tartufo – da esigenza ecologica per la riproduzione- diviene allettante prodotto per la tavola, amato da veri gourmet ed appassionati di gastronomia.

Le diverse specie più note del genere Tuber

La tecnologia di coltivazione umana ha permesso di riprodurre il fenomeno della micorriza concedendogli di non limitarsi a raccogliere in natura i tartufi, ma di farne una vera coltivazione: nascono così le tartufaie, impianti di alberi e arbusti che sono stati micorrizati preventivamente, e che vengono messi a dimora con particolare cura. Essi vengono ciclicamente arricchiti nello spazio circostante praticando l’inoculo sporale, ovvero la dispersione di una soluzione mista, composta da una miscela di prodotto radicante e alcune spore di tartufo ottenute dai tartufi raccolti in natura o in tartufaia, per consentire la proliferazione della produzione del corpo fruttifero.

La scelta operata da Casali, che utilizza piante micorrizate, tutte certificate e provenienti da diversi vivai del Mediterraneo, è stata orientata alla quercia classica marittima, ovvero il Leccio, per ragioni soprattutto di affinità climatica, mentre sono note le specie tipiche per il tartufo come la quercia Rovere, il Pino nero o il Nocciolo, che troviamo entrambi anch’essi nella tartufaia di Seborga, oltre a molte altre piante, compreso l’arbusto del Cisto marittimo, dal grazioso fiore violaceo.

Il lavoro su questo terreno è tutt’altro che facile perché, oltre ad aver realizzato l’impianto di Lecci che raggiunge gli oltre 500 esemplari, comporta un contestuale, attento ed anche faticoso, lavoro di ricostruzione di centinaia di metri di muri a secco: un’impresa davvero importante, e permessa oltre che dalla perizia e dalla passione di Villiam Casali, anche dalle provvidenze economiche dei fondi messi a disposizione della Regione Liguria per il recupero di questa particolare “architettura agricola”.

La fitta rete di muretti a secco nelle fasce tartufigene nell’area
recuperata da Villiam Casali

È proprio questo il terzo marchio Unesco che incontriamo qui: l’arte dei muretti a secco è stata anch’essa riconosciuta nel 2018 come patrimonio immateriale UNESCO, come attività che coinvolge più nazioni e in Liguria in particolare l’area delle Cinque Terre, ma ovviamente non solo. L’impegno nella lavorazione del terreno è poi anche rappresentato dalla necessità di rendere – con il giusto grado di basicità – il suolo, che in questo appezzamento ha visto l’avvicendarsi della coltivazione della vite. Quest’ultima, per sua natura asporta componenti di calcio dal terreno. O ancora permangono tracce di floricoltura, che permane nelle aree immediatamente circostanti, insieme a coltivazioni naturali, ma che purtroppo non alterano la qualità dei suoli di tartufaia, che invece hanno bisogno di un alto grado di naturalità e purezza da agenti inquinanti e chimici.

La ricostruzione dei muretti a secco lungo le fasce di piantumazione dei lacci nell’area della tartufaia di Seborga

L’area interamente protetta e recintata di Villiam Casali (nella quale per fortuna i cinghiali non creano danni anche in seguito alla loro sensibile diminuzione da quando è arrivato il Lupo che applica una severa selezione naturale, specie sui più piccoli di striati del cinghiale), rappresenta un angolo con una speciale Energia, a fianco di antiche strade romane e di una forra che accoglie persino un ponte dei conquistatori d’allora insieme a vasche di acqua freschissima, scavate nella roccia.

Nei boschi qui intorno non mancano anche i tartufi naturali, come accade per i territori Liguri che, a dispetto di una realtà meno vistosa della nota Langa piemontese, presentano aree tartufigene non secondarie. Proprio a Millesimo ha infatti sede l’importante associazione dei Tartufai e tartuficoltori Liguri e il Comune del savonese fa parte dell’associazione nazionale delle Città del Tartufo, dove si svolge l’importante fiera annuale.

I versanti boscati con sul crinale sullo sfondo il profilo di Seborga

In questa filiera naturale di simbiosi e cooperazione naturale, non si devono dimenticare gli altri indispensabili protagonisti, che grazie alle loro doti naturali permettono che tutto questo ciclo giunga a maturazione finale: si tratta di loro, i cani da tartufo. Qui da Casali incontriamo un terzetto speciale, nel quale spicca – non solo per simpatia, ma anche per estrema precoce preparazione alla cerca – “Cispa”, un Grifo della Valnerina che a detta del nostro tartufaio è una razza davvero speciale ed è da prediligere per la cerca del tartufo. Non manca poi il carattere dell’esperienza rappresentata da Nina, e infine da Linda, pacioso bracco che fa andare tutti d’accordo con il suo carattere mite e tranquillo.

Cispa, della nobile razza tartufigena dei cani della Valnerina

Che dire, in questa valle seborghina si respira in ogni angolo, sottoterra come di sopra, aria di armonia e cooperazione tra uomo e natura, vegetali e funghi (che come noto compongono un Regno vivente a sé stante), animali e esseri umani: non mancano infatti qui anche le chiassose e bipedi Oche che aiutano a mantenere pulite e difese le lunghe fasce in coltivazione.

Qui da Casali i progetti non mancano, e grazie alla passione di questo recente “foresto” cittadino ligure, nasceranno originali declinazioni enogastronomiche, come l’olio aromatizzato con la produzione di premiata qualità come quello di Flavio Gorni, sempre di Seborga, o il burro di malga che viene dalle vicine montagne del Pietravecchia, ed altre future sperimentazioni che mirano a unire tra di loro i sapori caratteristici di queste eccellenze della terra di Ponente.

Il miele all’aroma di Tartufo della produzione di Seborga

La creatività e la passione hanno portato qui una nuova realtà, che speriamo cresca e si consolidi anche grazie alle iniziative di promozione locale come la piattaforma del Festival Onorata Milonga che già alla prima edizione 2024 ha permesso di mettere in rete tartufo, lavanda, olio, carciofo e molto altro, oltre alle arti e discipline musicali coreutiche teatrali e poetiche Tango rioplatense, bene iscritto nella lista del patrimonio immateriale UNESCO dal 2009. Le attività collaterali al festival interdisciplinare – come la mostra pittorica dell’artista Natale Cannelli, dal titolo “Dal Minotauro al Macrocosmo”, e i Talks, nati per coinvolgere testimonial eccellenti da Piemonte, Liguria e insieme e superlativi prodotti locali, permettono di scandagliare e conoscere meglio questo affascinante comprensorio.

La direttrice artistica di Onorata Milonga con Francesco Guglielmi Sindaco di Perinaldo

Chi vuol conoscere Villiam Casali potrà farlo nell’ambito di questi talk presso lo Spazio Espositivo Museale (SEM) di Seborga DOMENICA 3 AGOSTO alle ore 18, in occasione dell’incontro “DALLA LAVANDA RIVIERASCA, UN FIORE DEL CUORE E DELLA TAVOLA, AL TARTUFO SEBORGHINO”, il settimo appuntamento con intervento anche di Cesare Bollani, Presidente Consorzio Lavanda della Riviera, che a sua volta parlerà de “La Lavanda: un Gusto, un Profumo, un Paesaggio”. Anche l’inaugurazione della mostra il 29 giugno 2025 sarà occasione per incontrarlo essendo il vernissage accompagnato da assaggi proprio di tartufo. Con loro, arriva dal Piemonte il 3 agosto, un già deus ex machina della Fiera del Peperone di Carmagnola, Lorenzo Sola. L’intervento sarà anche registrato e disponibile sul canale YOUTUBE La Natura torna ad Arte.

Scrive per noi

IPPOLITO OSTELLINO
Ippolito Ostellino nasce a Torino il 16 agosto 1959. Nel 1987 si laurea in Scienze Naturali e opera come prime esperienze nel settore della gestione e progettazione di Giardini scientifici Alpini. Nel 1989 partecipa alla fondazione di Federparchi Italia. Autore di guide botaniche e di interpretazione naturalistica e museale, nel 1997 riceve il premio letterario Hambury con la guida ai Giardini Alpini delle Alpi occidentali. Dal 2007 al 2008 è Presidente nazionale AIDAP, Associazione italiana dei direttori dei parchi italiani. Dal 2009 partecipa come fondatore al Gruppo di esperti nazionale sulle aree protette "San Rossore". Nell'area torinese opera in diversi campi: è il promotore del progetto Corona Verde dell'area metropolitana torinese per la Regione Piemonte, e svolge attività di docenza presso il Politecnico di Torino; nel 2008 progetta il format della Biennale del Paesaggio Paesaggio Zero; nel 2009 è autore con i Prof. Pala e Occeli del progetto della ciclovia del canale Cavour; nel 2011 ha ideato il marchio di valorizzazione territoriale “CollinaPo” sul bacino di interesse dell'area del fiume Po e delle colline torinesi e nel 2016 porta a riconoscimento UNESCO Mab il territorio di riferimento; nel 2016 coordina il tavolo Green infrastructure nel III Piano strategico dell'area metropolitana. Autore di saggi, contributi congressuali e libri sul tema Natura, Paesaggio e Ambiente, nel dicembre del 2012 è stato insignito del premio Cultori dell'Architettura da parte dell'Ordine degli Architetti della Provincia di Torino.
Dal 2022 è membro effettivo del Centro di Etica ambientale di Parma, mentre nel dicembre 2024 lascia anticipatamente il mondo dei parchi nei quali ha lavorato per oltre 30 anni, svolgendo prima attività professionale e poi accedendo alla pensione, proseguendo oggi nel suo impegno teorico e pratico a favore del pensiero ecologico.