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Da una guerra all’altra

| FRANCESCO INGRAVALLE

Tempo di lettura: 8 minuti

Da una guerra all’altra
Al sogno dei filosofi di un’umanità come fine e non come mezzo si è contrapposta la realtà di un dominio tradotto in occidentalizzazione e globalizzazione e in un proliferare di “conflitti aperti fra due o più Stati, o in generale fra gruppi organizzati, etnici, sociali, religiosi condotti con l’impiego di mezzi militari”. La globalizzazione, infatti, non è finita: ha perduto la maschera di “ordine mondiale” per ri-assumere il volto di contesa imperialistica. Le guerre Russia-Ucraina, Israele-Iran e le decine di altre guerre sono il frutto di un quadro sempre più complesso di competizione tra blocchi di Stati.

1. Regno della necessità e regno della libertà

“Siamo entrati nella crisi dell’umanità senza accedere all’Umanità; ma non si vede l’insieme, tutt’al più si vedono alcuni frammenti del grande problema”. Così scrive Edgar Morin (Di guerra in guerra. Dal 1940 all’Ucraina invasa, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2023, p. 65). Un grande problema che è stato posto in tutta la sua gravità già da Immanuel Kant nel 1795, nel celebre saggio Per la pace perpetua ove la libertà morale è il fondamento dell’uguaglianza morale e dell’esigenza della pace; per riprendere la terminologia marxiana, noi, oggi, continuiamo a muoverci nel “regno della Necessità”, caratterizzato dalla guerra, senza riuscire a muoverci verso il “regno della Libertà”, cioè verso la gestione sostenibile e pacifica del nostro rapporto con la biosfera.

Comune a Kant, a Marx e a Morin è la convinzione che l’essere umano non deve essere trasformato in mezzo, essendo l’essere umano l’essere più alto per l’essere umano. Ma questo è il “dover essere” espresso dalla filosofia europea moderna contro la “pre-modernità pagana” e contro l’età della servitù della gleba. A questo “dover essere” si è contrapposta quella che Serge Latouche ha denominato “occidentalizzazione del mondo” che è riuscita soltanto a inserire i micro-confitti in macro-conflitti, e, per tre volte, tra XX e XXI secolo, le micro-guerre in macro-guerre (tre guerre mondiali: 1914-1918, 1939-1945 e 1947-1991). “Occidentalizzazione del mondo”: l’abbiamo denominata, a un certo momento, “globalizzazione”, abbiamo pronosticato la fine degli Stati-nazione e, di conseguenza, la fine delle guerre e, quindi, la “fine della storia”.

Era mera teoria. La prassi ha avuto, e ha, tutt’alto volto.

2. Le nostre guerre quotidiane

Secondo i dati del 2024 (ACLED, Armed Conflict Location and Event Data, acleddata.com) nel mondo erano attivi 56 conflitti, in conseguenza dei quali 100 milioni di persone hanno dovuto migrare (sia internamente, sia all’estero); si tratterebbe del numero più alto di conflitti dal 1945. Conflitto: ma è più preciso parlare di “guerra”, cioè di “conflitti aperti fra due o più Stati, o in generale fra gruppi organizzati, etnici, sociali, religiosi condotti con l’impiego di mezzi militari”.

Attualmente, sotto i riflettori, ci sono soltanto due guerre: quella russo-ucraina e quella fra Hamas e Israele e, ora, la guerra fra Israele e Iran.

Di fronte a questo quadro, è opportuno rivolgersi ai classici del pensiero occidentale moderno, in particolare a Thomas Hobbes, per il quale la “guerra” è la condizione naturale del rapporto fra i singoli e fra i gruppi: gli esseri umani non giungono naturalmente ad associarsi e a convivere in pace perché ogni singolo (e ogni gruppo, potremmo aggiungere) ha “diritto naturale a tutto quello che la sua forza gli permette di ottenere”.

Se, con un balzo di più di un paio di secoli, apriamo l’Antidühring di Friedrich Engels, leggiamo: “Il produttore di più perfetti strumenti di violenza, vulgo armi, vince il produttore di strumenti meno perfetti e […] in una parola, la vittoria della violenza poggia sulla produzione di armi, e questa poggia a sua volta sulla produzione in generale, quindi sulla “potenza economica”, sull’ “ordine economico”, sui mezzi materiali che stanno a disposizione della violenza.” (F. Engels, Antidühring, tr. it. Edizioni di Lotta comunista, Milano, 2003, p. 207).

Guerra-economia, un nesso decisivo

Il nesso guerra-economia è decisivo, sempre, non soltanto al tempo di Engels o al tempo di Hobbes. Nel 1913 il sociologo tedesco Werner Sombart si è chiesto: “In che misura e perché, se lo è, il capitalismo è un effetto della guerra? (Guerra e capitalismo, tr. it. a cura di Roberta Iannone, Mimesis, Milano, 2007, p. 55)”.

Potremmo trovarci di fronte a un modello circolare: l’economia capitalistica stimola la guerra e la guerra stimola l’economia capitalistica basandosi sulla duplice natura dell’essere umano (attestata dalla filogenesi), faber e miles. Natura dell’essere umano: quanto risulta dalla storia della specie, com’essa ci è nota dalla storia economica, sociale e politica e dall’etologia (in particolare Irenaeus Eibl-Eibesfeld, Etologia della guerra, tr. it. Boringhieri, Torino, 1989). Certo, la natura umana è plasmabile, tanto dall’interazione dei gruppi umani, quanto dalle condizioni climatiche (che, nell’antropocene, sono condizionate dall’azione dei gruppi umani organizzati nelle diverse forme dello Stato).

La guerra segue la storia dell’umanità come un’ombra, ma, a differenza dell’ombra che non interferisce più di tanto nella vita umana, la guerra trasforma radicalmente il vissuto umano. Secondo alcune fonti, le vittime della guerra russo-ucraina sarebbero più di 100.000 (www.ispionline.it); i morti nella guerra fra Hamas e Israele sarebbero più di 41.500 (con lo sfollamento di 1 milione e 900.000 palestinesi). E le altre 54 guerre nel mondo? Perché se ne parla appena o non se ne parla?

Perché “Euro-Usa” e le sue “pertinenze” hanno ancora una indiscussa centralità nel mondo: lì c’è la abbondanza di mezzi tecnologici, il know how, l’abbondanza di mezzi (più o meno leciti) di acquisizione delle materie prime; “Euro-Usa” è l’angolo prospettico dal quale si guarda al mondo e alle sue guerre: ci sono guerre “di serie A” e guerre di serie C o D.

Si potrebbe obiettare che i rapporti fra Usa. e Unione europea non sono, attualmente, dei migliori, a partire dalla presidenza di Donald Trump. Quali che siano i rapporti sul piano mediatico e diplomatico, resta il fatto che nel territorio geografico dell’Europa ci sono poco meno di trecento basi militari statunitensi ufficialmente censite e questo fatto legittima il parlare di “Euro-Usa” (senza nascondere il timore nord-americano che l’Unione europea voglia assumere una configurazione statuale, o anche soltanto strutturare una cooperazione rafforzata di un certo peso nei rapporti internazionali), ove la forza traente, sul piano dei rapporti di forza internazionali, perché politicamente strutturata, sono gli Usa.

3. Caro, vecchio, imperialismo!

Non è un fatto nuovo, pur se noto sotto nome diverso. L’economia mondiale è passata da una fase di internazionalizzazione a una fase di multinazionalizzazione, poi, alla fase di globalizzazione (cfr. Sergio Parmentola, Globalizzazione ed economia in Globalizzazione e razzismo,Parte II, Le relazioni internazionali nell’era della globalizzazione, a cura dell’Istituto di Studi Storici Gaetano Salvemini, Torino, 1998, pp. 71 e ss.). All’origine vi è il ben noto fenomeno dell’“imperialismo”. Una strana sensibilità (o allergia alla verità?) sconsiglia di usare questa parola. Ma, al di là delle parole che, pure, hanno la loro importanza, il fenomeno noto con il nome di “imperialismo” è oggettivo, vale a dire, può non piacere o piacere, ma non dipende, nella sua materialità, dai punti di vista; “l’età del più recente capitalismo ci dimostra come tra le leghe capitalistiche si formino determinati rapporti sul terreno della spartizione economica del mondo, e, di pari passo con tale fenomeno e in connessione con esso, si formino anche tra le leghe politiche, cioè gli Stati, determinati rapporti sul terreno della spartizione territoriale del mondo, della lotta per le colonie, della ‘lotta per il territorio economico’.” (Lenin, L’imperialismo fase suprema del capitalismo, 1917, tr. it. di Felice Platone, Editori Riuniti, Roma, 1970, p. 113). Il “più recente capitalismo” è il capitalismo fondato sul credito, il “capitalismo finanziario”, ancora nostro contemporaneo. Quattordici anni più tardi, nel 1931, l’economista tedesco Ferdinand Fried scrive che il mondo si va suddividendo in più parti: “gli Stati capitalistici creditori e la Russia bolscevica: e ciascun centro ha le sue irradiazioni” (F. Fried, La fine del capitalismo, OAKS Editrice, Milano, 2024, p. 329).

Le organizzazioni internazionali condannate alla marginalità

Fra le due parti sta la Mitteleuropa, il cui centro è la Germania; l’America del Nord diventerà “autarchica” rispetto al resto del mondo. Dieci anni più tardi James Burnham La rivoluzione manageriale, tr. it. Bollati Boringhieri, Torino, 1992) scrive: “Una dopo l’altra, le nazioni sovrane capitaliste vengono spazzate via del tutto o spogliate degli attributi della sovranità” (p. 161); e precisa: “L’industria più progredita si concentra in tre aree, relativamente ristrette, e solo in quelle: gli Stati Uniti, specie nelle loro regioni del nord-est e del centro-nord; l’Europa, e specialmente l’Europa del centro-nord (Germania, Olanda, Belgio, Francia settentrionale, Inghilterra); e le isole del Giappone insieme a certe parti della Cina orientale” (p. 164). Non solo: l’esistenza di un gran numero di nazioni sovrane, specialmente in Europa (…) è incompatibile “con le necessità economiche e sociali contemporanee” (p. 162). Sia la prospettiva di Fried, sia la prospettiva di Burnham presuppongono l’imperialismo e una drastica semplificazione delle pluralità sovrane. Un ragionamento analogo era stato sviluppato, negli anni Ottanta del XIX secolo, da Friedrich Nietzsche e, prima di lui, da Karl Marx.

La Seconda guerra mondiale porterà effettivamente a una semplificazione con il ben noto bipolarismo che, con l’ascesa della Cina, diverrà tripolarismo. Rispetto a questo quadro, l’implosione della Russia nel 1989-91 ha comportato una mera estensione dell’Occidente statunitense, mentre, all’orizzonte si profilava la crescita economica e tecnologica della Cina.

Una dinamica nella quale le organizzazioni internazionali sono state mere casse di risonanza. A differenza degli Stati continentali o subcontinentali esse non hanno mai disposto del monopolio dell’uso della forza fisica che è il contrassegno tipico del potere sovrano. E non ne hanno mai disposto perché gli Stati che le hanno costituite non hanno mai rinunciato al potere sovrano. Non hanno mai rinunciato al potere sovrano, perché gli obiettivi economici del piccolo nazionalismo imperialista di fine Ottocento si è trasformato nel grande imperialismo dell’età della globalizzazione, l’imperialismo delle “unioni regionali”.

4. La globalizzazione ha soltanto perduto la maschera

Una dinamica polemogena.

La globalizzazione non è finita: essa ha perduto la maschera di “ordine mondiale” per ri-assumere il volto di contesa imperialistica.

Ma occorre specificare. La “fame di terre rare” spiega, per larga parte, il conflitto russo-ucraino; la “bolla di gas al largo di Gaza” spiega il conflitto Hamas-Israele; la “via del petrolio” spiega il conflitto Israele-Iran. Ma, naturalmente, la riconduzione dell’operare militare-politico alle dinamiche economiche ha cessato di essere “demistificante”. Si dice che non si utilizzino più i principi etici come giustificazione dell’operare militare e politico come sino a poco tempo fa, perché gli attori politici hanno sperimentato che non occorrono più maschere per giustificare la Realpolitik. Si dice che nel discorso pubblico che riguarda le relazioni internazionali prevalgono sempre di più argomentazioni di tipo utilitaristico riconducibili, per il margine di giustificazione, al vecchio detto “Ciò che è bene per il paese è bene per la General Motors e viceversa”; come osservava Moses I. Finley, “Con un certo margine di verità si potrebbe sostenere che, nell’ambito del sistema economico nel quale viviamo, l’interesse nazionale è promosso dalla crescita del potere e dalla redditività delle grandi industrie” (M. I. Finley, La democrazia degli antichi e dei moderni, 1972, tr. it. di Gianni Di Benedetto e Francesco De Martino, Laterza, Roma-Bari, 1982, p. 41); ma dato che il plus-valore prodotto non è equamente ripartito, il beneficio è ristretto a una minoranza sempre più ridotta e la perequazione delle disuguaglianze è affidata, per lo più alle politiche di Welfare sempre più ridotte nel corso del tempo.

Si dice.

Non manca il ricorso a giustificazioni ideologiche

Ma il ricorso a quella che Marx denominava “ideologia”, Gaetano Mosca “formola politica” e Vilfredo Pareto “derivazione” non manca nelle guerre attuali: così la guerra russo-ucraina è la guerra di un regime liberticida (quello russo) contro chi aspira alla libertà (l’Ucraina) da una prospettiva occidentale, mentre dalla prospettiva russa è una guerra di difesa dall’estensione a Est dell’Occidente (iniziata nei primi anni Novanta del XX secolo; l’attuale guerra fra Israele e l’Iran è presentata come la lotta fra un “asse del Male” e un “asse del Bene” (per gli Israeliani è Israele e l’Occidente l’asse del bene, mentre per l’oligarchia iraniana è l’Iran “l’asse del bene”).

Niente di nuovo, si potrebbe dire: gli appelli morali sono utilizzati per la loro efficacia in termini di psicologia delle masse (il che non significa, naturalmente, che non incontrino obiezioni, basate sulla loro decostruzione, anche relativamente cospicue: come mostrano le numerose manifestazioni pro-Palestina in Occidente).

Né è nuova l’irrilevanza delle maggiori organizzazioni internazionali (Onu e Ue) in qualità di peacekeepers; al tempo della guerra fredda queste organizzazioni ‘funzionavano’ perché funzionavano, soprattutto dal tempo della “coesistenza pacifica”, i rapporti fra i due vincitori della Seconda guerra mondiale (Usa e Urss), funzionamento evidenziato anche dalla regola del veto in Consiglio di Sicurezza dell’Onu (il funzionamento dell’Onu come forza di pace presuppone l’accordo delle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale; un accordo difficile al tempo della Guerra fredda e ancora più difficile nello scenario delle relazioni internazionali post-1989/91).

Il 1989 ha significato la moltiplicazione degli attori internazionali autonomi; si è creduto che l’integrazione crescente dei mercati avrebbe disinnescato le maggiori esche polemogene, che gli Stati sovrani sarebbero stati sempre meno i protagonisti della scena internazionale e che una possibile più equa ripartizione delle ricchezze prodotte e dei know how avrebbe avuto una funzione pacificatrice nelle zone più povere del mondo.

Le disuguaglianze economiche e di capacità produttive erano state indicate già negli anni Quaranta del XX secolo come le principali cause di guerra (Otto Neurath, Pianificazione internazionale per la libertà (1942), tr. it. T. Carena, L. Coppo, F. Ingravalle, Quaderni dell’Istituto per l’ambiente e l’educazione Scholé futuro-WEEC Network ETS, Torino, 2010, riprodotto in Id., L’utopia realmente possibile, Mimesis, Milano, 2016; David Mitrany, Le basi pratiche della pace (1943), rist. a cura di S. Parodi, Centro Editoriale Toscano, Firenze, 2013); gli apparati della “Guerra fredda” avevano promosso una (molto relativa) stabilizzazione dei conflitti.

Dopo l’implosione dell’Urss il quadro internazionale si è complicato lasciando emergere tendenze a nuove aggregazioni di potenza, dapprima nella forma “innocua” di unioni regionali, di aree di libero scambio, sino a giungere all’attuale ripartizione delle forze tra “Euro-Usa”, connessione economico-diplomatica Russia-Cina-India con proiezioni nel continente africano e nella zona dell’Indo-Pacifico. Nuove aggregazioni di potenza che riconoscono l’Onu come istanza sovraordinata tanto quanto lo riconoscevano Usa e Urss, a suo tempo: cioè, quasi per niente.

Non si può negare che il conflitto fra Israele e l’Iran potrebbe rendere ancora più complesso questo quadro, solo che vi si veda quello che esso è: una delle premesse a nuove frizioni fra “Euro-Usa” da un lato e Russia-India e Cina dall’altro.

Scrive per noi

FRANCESCO INGRAVALLE
FRANCESCO INGRAVALLE
Francesco Ingravalle, già ricercatore di Storia delle istituzioni politiche presso l'Università del Piemonte Orientale, saggista e storico del pensiero e delle istituzioni politiche.