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Dallo sport la sfida del genere tra natura e cultura

| Marica Biglieri

Tempo di lettura: 5 minuti

Dallo sport la sfida del genere tra natura e cultura
Prendendo spunto dalle Olimpiadi, l’articolo analizza il confine tra natura e cultura nello sport. Distingue il sesso biologico dal genere come costrutto sociale , evidenziando come i modelli sportivi siano stati storicamente “androcentrici”. Sebbene esistano differenze fisiche — forza maschile contro resistenza femminile — la medicina di genere promuove oggi un approccio personalizzato per garantire equità e prestazioni ottimali. Superare gli stereotipi e investire nella ricerca riduce i divari. In conclusione, lo sport riflette la capacità sociale di trasformare la diversità in forza, senza creare gerarchie.

La recente edizione delle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina appena conclusa è stata un’esperienza intensa e memorabile per i tanti atleti che vi hanno partecipato, ma anche coinvolgente per un grande pubblico che ha potuto indirettamente avvicinarsi a sport che normalmente non ha la possibilità di praticare.

Da una parte, l’impegno degli atleti ha condotto gli sportivi a prendere parte ad un evento mondiale coronato per i vincitori da ambiti successi; dall’altra, l’interesse degli spettatori è stato stimolato anche dal desiderio di vedere raggiunti risultati in termini di prestazioni fisiche emozionanti e sempre più sorprendenti, magari anche con l’attesa di vedere superati i precedenti record.

Possiamo dire che l’evento sia stato molto di più di uno spettacolo sportivo e che abbia  riacceso domande antiche ma sempre attuali:  “è sufficiente un allenamento regolare ed intenso per arrivare al risultato sperato oppure la prestazione eccellente è possibile solo in individui particolarmente dotati e predisposti fisicamente?”; ci si può chiedere anche “perchè uomini e donne ottengono risultati e performance diversi?”: o ancora, approfondendo la riflessione, “fin dove può spingersi il limite umano?”

Certo, è evidente che condizione primaria per ottenere buoni risultati è la dedizione intensa e regolare allo sport praticato, sicuramente sostenuta dalla passione ma anche e spesso gravata da fatica e sacrificio.  Allora, a queste condizioni, chiunque potrebbe farcela? E, con un analogo impegno, le donne potrebbero raggiungere gli stessi livelli di prestazione degli uomini?

È passato molto tempo da quando alle donne era vietato correre una maratona per motivazioni fisiche e fisiologiche e Kathrine Switzer dovette camuffarsi da uomo per partecipare alla maratona di Boston nel 1967. Oggi le donne corrono con gli uomini e quanto gli uomini, pur registrando, però, tempi ancora molto differenti.

In effetti lo sport, più di ogni altro ambito, rende visibile la differenza fisica tra i sessi: mediamente, gli uomini esprimono maggiore forza e potenza muscolare, che produce maggiore efficienza dello sforzo fisico che si traduce in maggiore velocità; le donne, però, possiedono maggiore elasticità e mobilità articolare, dimostrando generalmente una superiore resistenza fisica alla fatica, soprattutto se prolungata nel tempo. Inoltre, è dimostrato che le differenze anatomiche e ormonali incidono anche sul rischio e sul tipo di infortuni.

Distinzione tra sesso e genere

Tuttavia, concentrarsi solo sulla dimensione fisica e anatomica non porta a considerare la fondamentale distinzione riconosciuta dalle scienze sociali tra il sesso e il genere. Le caratteristiche fisiologiche e biologiche qualificano il sesso sulla base di caratteri che differenziano gli esseri umani per natura, ma la differenziazione per genere è un costrutto culturale, che deriva dall’insieme di ruoli e aspettative sociali, stereotipi e modelli di comportamento e valoriali, che ogni società attribuisce a maschi e femmine. Prova ne è che la dicotomia tra maschi e femmine non è intesa sempre e dappertutto nello stesso modo.

Le scienze sociali ci inducono a considerare le sovrastrutture culturali che, sovrapponendosi alle differenze naturali, hanno profondamente agito nella storia dell’umanità, determinando gerarchie e poteri socialmente differenziati. Da questa prospettiva, anche le differenze che apparirebbero più incontestabili perché fondate sulla natura, ci inducono a spostarci su un piano meno oggettivo, dove si ritrovano situazioni diverse per quanto attiene alle possibilità pratiche e reali.

Fin dall’educazione infantile si può individuare la spiegazione della costruzione di una specifica identità individuale e sociale, dando luogo a stereotipi che definiscono e fissano status e ruoli riconosciuti socialmente a cui tradizionalmente si è portati a conformarsi, anche se ciò può comportare di  mortificare o sacrificare  identità e aspirazioni individuali.

Ritornando all’ambito sportivo, per decenni l’allenamento, le attrezzature e la programmazione  sono state costruite su modelli “androcentrici” e la maggior parte degli studi scientifici è stata condotta su atleti maschi, assumendo implicitamente il corpo maschile come standard.

Ø. Sandbakk, professore di scienze dello sport e preparatore atletico di sportivi norvegesi, sostiene che, se si vuole ridurre il divario tra gi atleti, occorre investire molto di più nella ricerca sulle donne e anche, più in generale, sugli atleti che non rientrano nel binarismo tradizionale: riconoscere le differenze non significa creare gerarchie, ma ottimizzare la preparazione, calcolando carichi, tempi e strategie differenti. Non basta dire che “gli uomini sono più forti” o che “le donne sono più resistenti”: lo sport di alto livello richiede personalizzazione.

Le nuove frontiere della medicina

Nel rapporto tra natura e cultura, la nuova branca della “medicina di genere-specifica” combina la conoscenza e lo studio della natura fisica dei sessi con la consapevolezza culturale che l’approccio medico non può essere sempre e del tutto analogo: superando il tradizionale pregiudizio che ha da sempre assunto il corpo maschile come modello universale dell’essere umano, riconosce invece che anche dal punto di vista medico le differenze tra i sessi vanno valorizzate . E’ risultato chiaro che ogni individuo, in base alla fisionomia sessuale, possiede caratteri specifici che non vanno generalizzati e confusi: è emersa la consapevolezza che uomini e donne non reagiscono allo stesso modo a sintomi, farmaci e diagnosi, perché ci sono differenze nel modo in cui le sostanze vengono assorbite o agiscono, in base a sensibilità fisiche e fisiologiche differenti.  L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce la Medicina di genere (MdG) come “lo studio dell’influenza delle differenze biologiche (definite dal sesso) e socio-economiche e culturali (definite dal genere) sullo stato di salute e di malattia di ogni persona”.

Considerare in modo corretto il ruolo dei determinanti biologici e socioculturali conduce ad una ricerca più utile e anche eticamente più equa; il riconoscimento delle differenze va nella direzione di permettere il miglior trattamento possibile per uomini e donne, costituendo un’imprescindibile base scientifica per superare le discriminazioni che le donne continuano a subire in tanti ambiti.

Considerando la partecipazione e il livello delle performance ottenuti dalle donne oggi, la storia dimostra che quando aumentano investimenti, strutture e ricerca, il divario tende a ridursi.

In più, la crescente partecipazione femminile alle competizioni internazionali non è solo un fatto sociale, perchè può essere anche un acceleratore scientifico. Più dati, più studi producono più conoscenze.

Si aprono altre prospettive culturali e sociali, più adeguate a comprendere un’umanità ricca di varietà. Il mondo sociale, come quello della politica e quello del lavoro non possono ignorare le nuove conoscenze scientifiche che devono trovare adeguato riconoscimento a livello legislativo in tutti gli ambiti della vita umana.

Il cammino per superare stereotipi tradizionali

I cambiamenti sociali e culturali, tuttavia, faticano sempre ad essere ufficialmente riconosciuti e normati nei sistemi legislativi dei vari popoli. Tradizionalmente, il dominio del “maschile” è prevalso sull’altro sesso, escludendo totalmente altre tipologie sessuali, prima di tutto quella femminile, senza dubbio ancora di più quelle delle altre varietà sessuali. Il dibattito attuale, però, recepisce le esigenze e le rivendicazioni di tutti gli individui che vivono nella società ad essere riconosciuti per quello che sono, indipendentemente da differenze di sesso, somatiche, religiose, culturali o di ogni altra tipologia.

Conclusioni

Allora forse le domande iniziali possono essere riformulate: “le differenze tra uomini e donne nelle prestazioni atletiche sono solo biologiche? E fino a che punto incidono cultura, allenamento e stereotipi sociali? E se ci chiediamo se chiunque può arrivare al vertice con il solo allenamento, forse la risposta è che “il talento conta, la fisiologia conta, ma contano anche ricerca, cultura e pari opportunità”.

Il Presidente Mattarella riconosce che l’equilibrio uomo-donna non è ancora alla pari e che lo Stato deve impegnarsi per riconoscere e valorizzare in tutti gli ambiti le energie migliori di cui dispone.

Lo sport non è solo una misura dei limiti del corpo umano, ma si presenta anche uno specchio di come la società interpreta le differenze e di come decide, o meno, di valorizzarle. Se lo sport misura la performance fisica, la società contemporanea deve misurare la propria capacità di includere e valorizzare le differenze. Riconoscere le specificità biologiche senza trasformarle in gerarchie culturali è il passaggio decisivo.

La vera eccellenza, oggi, non è superare un record olimpico. È costruire organizzazioni e società capaci di trasformare la diversità in forza strutturale.

Scrive per noi

Marica Biglieri
Marica Biglieri
Marica BIGLIERI è docente di Filosofia e Scienze Umane. Docente CLIL in lingua francese, responsabile della Biblioteca d'Istituto ed autrice di numerosi articoli per riviste italiane e straniere.