Eclissi o distruzione della ragione?
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Qualche annotazione sul presente del mondo. La politica e il diritto dovrebbero essere chiamati a realizzare principi morali. La realtà però è ben diversa, con governi legati a complessi produttivi e finanziari che mirano alla realizzazione del profitto per investitori nazionali e, sempre di più, esteri e guerre diffuse. Andiamo verso una società oligarchica fondata sulla manipolazione delle masse e crescono le disuguaglianze, tanto da chiedersi “Si tratta di una eclissi della ragione o di una sua distruzione?”. La via di uscita è rimettere in armonia microcosmo umano e macrocosmo naturale.
(Nell’immagine di apertura, particolare del celebre disegno di Goya “Il sonno della ragione genera mostri”)
Che la politica sia chiamata, come il diritto, a realizzare principi morali è il presupposto teorico basilare degli attuali ordinamenti occidentali. Un presupposto che risale alla teorizzazione di Immanuel Kant (Critica della ragion pratica, 1788): se gli esseri umani sono liberi (cioè in grado di imporsi un dovere e non determinati, nel loro agire, dalle mere esigenze naturali), essi sono uguali, quanto a dignità; dall’uguaglianza deriva l’imperativo della solidarietà che sostanzia, nel celebre Per la pace perpetua (1795) il diritto universale all’ospitalità. Su queste basi si fondano sia la Dichiarazione dei diritti dell’uomo (1948), sia la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (1951) e la Carta europea dei diritti (2000). Questa è la Ragione, com’essa ci è stata tramandata fin dal XVIII secolo. A questa realtà si sono ispirati i movimenti legati al socialismo scientifico: lo sfruttamento denunciato da Marx e da Engels non potrebbe essere uno scandalo se esso non fosse la negazione di un concetto forte di razionalità sociale: il concetto elaborato, al vertice dell’Illuminismo, da Kant.
Ma questo concetto era ed è il “dover essere”.
L’eloquenza della realtà
L’ essere, la realtà attuale, si esprime in cifre piuttosto eloquenti: negli ultimi dieci anni quasi 26.000 persone sono morte nel tentativo di attraversare il Mediterraneo per raggiungere l’Europa.
Secondo Eurostat, nell’Unione Europea, 95,3 milioni di persone, nel 2022, erano a rischio di povertà o di esclusione sociale: il 21,6% della popolazione europea.
Nel Global Compact sui rifugiati adottato a maggioranza dall’Assemblea Generale dell’O.N.U. nel dicembre 2018 afferma che “clima, degrado ambientale e catastrofi naturali interagiscono sempre più con i fattori alla radice dei movimenti di rifugiati.”
Cambiamento climatico e degrado ambientale dovuti allo sviluppo dell’economia capitalistica (il “gigante scatenato” di cui parlava, negli anni Trenta del secolo scorso, il sociologo Werner Sombart), come attestano, a esempio, i lavori di Naomi Klein (Il mondo in fiamme. Contro il capitalismo per salvare il clima, tr. it. Milano, Feltrinelli, 2019) e di Daniele Conversi (Cambiamenti climatici. Antropocene e politica, Milano, Mondadori, 2022).
La ragione: eclissi o sua distruzione?
Dopo la crisi economica del 2008 si calcola che l’1% della popolazione mondiale possieda il 90% delle ricchezze (si veda in merito all’esigenza di una redistribuzione globale delle ricchezze Joseph Stiglitz, Il prezzo della disuguaglianza, tr. it. Torino, Einaudi, 2012; Zygmunt Bauman, “La ricchezza di pochi avvantaggia tutti”. Falso!, tr. it. Roma-Bari, Laterza, 2013).
Si tratta di una eclissi della ragione o di una sua distruzione? Nel 1947 Max Horkheimer vedeva nello sviluppo del totalitarismo degli anni Trenta del XX secolo e nell’amministrazione totale post-bellica (a est come a ovest di Berlino) un temporaneo oscurarsi della ragione (non a caso: Eclissi della ragione è il titolo di uno dei suoi libri più noti); nel 1954 György Lukàcs forniva un’altra interpretazione del fenomeno totalitario (e delle sue diramazioni post-belliche) nel suo lavoro La distruzione della ragione: l’intenzionale distruzione dei mezzi per attuare l’uguaglianza allo scopo di avvantaggiare lo sviluppo aggressivo dell’economia capitalistica. Una distruzione che non sembra essere reversibile (se non con la palingenesi socialista per la quale Lukàcs, a quel tempo, militava).
Non c’è nulla di irreversibile
Niente c’è di irreversibile nella storia umana e una pianificazione internazionale per la libertà come quella teorizzata dal filosofo e sociologo austriaco Otto Neurath è sempre possibile (l’utopia realmente possibile”, come titola una raccolta dei suoi scritti èdita nel 2016 da Mimesis); ma la reversibilità di una direzione di marcia della storia dipende da forze concrete, e, soprattutto, politicamente organizzate che, in un passato non troppo lontano, non sono state poco influenti sul piano sociale (qualcuno ricorderà, a esempio, il vasto movimento contro la guerra nel Vietnam che ha interessato tutto l’Occidente).
Gli esecutivi degli Stati (non soltanto occidentali) non sembrano essere in grado di esprimere politiche conformi alla ragione. Anzi: sembra che, al di là dell’integrazione dei mercati – che ha, fino a ora, reso più ricchi coloro che già erano ricchi – l’integrazione dei diritti non sia stata perseguita; né che le politiche di tutela dell’ambiente siano riuscite a incidere realmente sul preoccupante stato di cose attuale. Solitamente si sostiene che questo è dovuto alla mancata cessione di sovranità da parte degli Stati all’interno delle organizzazioni internazionali; ma questa è soltanto una parte della verità.
Governi legati a complessi industriali e finanziari
L’altra parte è che gli esecutivi sono, solitamente, strettamente legati a complessi produttivi e finanziari dai quali dipende il livello dell’occupazione per ciascuno Stato. Complessi produttivi e finanziari che mirano alla realizzazione del profitto per investitori nazionali e, sempre di più, esteri, investitori disciplinati da un numero imponente di istituti di credito. Gli obiettivi degli investitori non sono, di fatto, realizzare una maggiore uguaglianza là dove investono, una maggiore redistribuzione della ricchezza sociale. La ragione non si realizza nel mercato; nel mercato si realizzano gli obiettivi di gruppi più o meno ristretti che non necessariamente coincidono con la realizzazione dell’uguaglianza, con la tutela del clima, con l’accoglienza per chi fugge da guerra, fame e degrado ambientale.
Obiettivi del mercato vs obiettivi di tutti
Gli obiettivi della ragione, depositati nelle Carte, gli obiettivi di tutti, non sono gli obiettivi del mercato. Perché il mercato è quell’intreccio di giochi non-cooperativi descritto da John Nash, non un soggetto cosciente, ma un plesso di interazioni che la statistica e il calcolo delle probabilità spiegano, forse, meglio di qualsiasi speculazione di carattere puramente teoretico. Quindi non sono uno strumento della ragione, ma dei rapporti di forza tra gruppi di interesse; da questi rapporti difficilmente potrebbe scaturire l’interesse generale. Non si tratta di uno schema nazionale, ma mondiale.
L’unico “contro-movimento” è quello di coloro che sono danneggiati da questo schema – fino alla fine degli anni Settanta, fino a che le organizzazioni di classe esistono e hanno un peso politico nei Paesi occidentali (e non solo). In questo “contro-movimento” Lukàcs vede la possibilità della ricostruzione della ragione (la possibilità che il capitalismo si apra, in qualche misura, alle ragioni del socialismo; dopo tutto, sta cominciando l’èra della “coesistenza pacifica” fra U.R.S.S. e U.S.A.) nella quale Horkheimer non crede, invece.
Alla radice della antitesi “eclissi” o “distruzione” sta la vicenda della ragione da Kant a Hegel a Marx; Kant era convinto (Idea per una storia universale da un punto di vista cosmopolitico, 1784) che la morale si realizzasse nella storia per effetto di una spinta oggettiva; Hegel vedrà nella sequenza dei “popoli-guida” e nelle guerre che costellano la vicenda dell’Occidente la via della realizzazione della ragione; Marx vedrà la realizzazione della filosofia (cioè della ragione) nelle spinte alla rivoluzione sociale che caratterizzano lo sviluppo del capitalismo.
L’identità tra essere e volere, l’identità tra sviluppo sociopolitico nel tempo e sviluppo della libertà (cioè l’identità tra pensiero ed essere, tra soggettività e oggettività) pare disvelarsi nel corso della storia.
Tendenza all’amministrazione totale
L’avvento dei totalitarismi potrebbe essere una battuta d’arresto, se il periodo post-bellico non rivelasse la tendenza all’amministrazione totale quale “cifra” della vicenda dell’Occidente, verso una società oligarchica fondata sulla manipolazione delle masse. La “critica della scienza” non era la nostalgia dell’irrazionale o del pre-scientifico, ma il rifiuto dell’uso classista della scienza e della tecnica; oggi, invece, ci troviamo di fronte, non di rado, nei paesi occidentali, a forme regressive di tipo georgico e/o bucolico che si presentano come forme di opposizione alla “oligarchia di massa”, ad attacchi indiscriminati contro la competenza che minacciano la sostanza stessa della razionalità auspicata (e auspicabile) del vissuto sociale (come ha rilevato Tom Nichols, La conoscenza e i suoi nemici. L’èra dell’incompetenza e i rischi per la democrazia, Roma, LUISS, 2018). Della ragione oggettiva della tradizione kantiana e hegeliana non si parla quasi più; e quanto alla razionalità strumentale della tecno-scienza la si attacca in nome di diverse forme di irrazionalismo.
L’instabilità massimizzata
Quanto questo quadro sia influente anche sul modo di concepire le relazioni internazionali va rilevato. Ormai la guerra come mezzo per dirimere le controversie è “normale”. Ormai: anche soltanto limitandosi agli ultimi settantotto anni di politica mondiale è il caso di riconoscere che fino a che i rapporti di forza fra le potenze e l’esistenza stessa di due superpotenze (cui si è aggiunto soltanto a metà degli anni Sessanta del Novecento la Repubblica Popolare Cinese, come “terzo incomodo”), con un’opinione pubblica mondiale (soprattutto giovanile) assai critica, i conflitti sono stati, tutto sommato, pochi e controllati (Guerra di Corea, Guerra del Vietnam, guerre del processo di decolonizzazione), per quanto taluni presentassero caratteri di cronicità (conflitto israeliano-palestinese riacutizzatosi drammaticamente proprio in questi giorni in forma di una vera e propria guerra), all’ombra dell’equilibrio atomico.
La fine dell’ordine di Jalta, nel 1989, ha massimizzato l’instabilità, proprio mentre si stava intensificando l’integrazione dei maggiori mercati, mettendo capo a una marcia verso est dell’Alleanza Atlantica e il ricorso alla guerra si è fatto sempre più frequente – con eclissi delle organizzazioni internazionali e di ogni forma di soft power. Si può dire che la massima delle relazioni internazionali continui a essere “il terrore viene in soccorso alla ragione, quando quest’ultima non basta” (se per ragione intendiamo, minimalisticamente, il ricorso alla trattativa e all’accordo diplomatico).
Il problema del rapporto fra esseri umani e biosfera
Affiora, addirittura, nella coscienza umana, il timore di “non essere la specie eletta ma solo l’ennesimo errore di percorso” (Claudio Kulesko, Ecopessimismo. Sentieri nell’Antropocene futuro, Prato, Piano B, 2023), il capovolgimento della convinzione umanistica più radicata (che culmina nella linea che va dalla Critica del giudizio di Kant, alla Fenomenologia dello spirito di Hegel al Capitale di Marx).
Sennonché il problema centrale pare essere quello del rapporto equilibrato fra essere umano e biosfera; un problema che potrebbe essere affrontato alla luce di quanto afferma Platone nel Filebo. In questo dialogo il Bene è identificato con l’ordine, la simmetria e l’equilibrio delle diversità che il filosofo, imitando la figura divina del Demiurgo, deve contribuire a governare: ma non può contribuire a governare quello che è fuori di lui, senza, prima, avere dato ordine a quello che è in lui, in modo che microcosmo umano e macrocosmo naturale siano in armonia.
Ricostruire, dunque, la ragione a partire dal Filebo di Platone ricordando che “il sonno della ragione genera mostri”?
Forse non è, questa, la strada meno valida.
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- FRANCESCO INGRAVALLE
- Francesco Ingravalle, già ricercatore di Storia delle istituzioni politiche presso l'Università del Piemonte Orientale, saggista e storico del pensiero e delle istituzioni politiche.
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