Democrazia, comunità, partecipazione: il filo verde dell’ecologia in “.eco” di marzo 2025
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“.eco” di marzo 2025 segna l’inizio di un anno per la riflessione su democrazia, comunità e sostenibilità. In un’epoca di trasformazioni e sfide globali, l’informazione ambientale e la formazione civica sono strumenti essenziali per costruire un futuro più giusto e consapevole. Abbonarsi a .eco per il 2025 significa sostenere una cultura ecologica e partecipata, ricevendo in omaggio Ecologia, economia e società – Dizionario per la sostenibilità.
Democrazia, comunità, partecipazione: il filo verde dell’ecologia, l’editoriale di Mario Salomone

Un filo lega i molti, importanti temi di questo numero. Siamo forse in una fase di passaggio dall’Antropocene (o come si voglia chiamare quanto avvenuto negli ultimi secoli) a una nuova epoca, dai contorni incerti e pericolosi. Di certo, però, si confrontano due opposte visioni: da un lato il disaccoppiamento tra ambiente e società, dall’altro i principi sistemici (alla base anche dell’educazione ambientale) e l’idea che cooperazione, coevoluzione, intelligenza creativa possano portare giustizia sociale e ambientale, democrazia, pace.
Passato. Presente. Futuro.
Passato: in una frazione infinitesimale del tempo cosmico, gruppi di Homo sapiens hanno preso il sopravvento sui propri simili e hanno piegato a proprio beneficio (e a danno dell’intero, complesso, interconnesso sistema terrestre) l’uso di progressi frutto di uno sforzo collettivo unito all’ingegno di alcuni, .
Presente: in una frazione ancor più infinitesimale del tempo cosmico, l’immissione di gigantesche quantità di energia nelle attività umane (avvenuta con la Rivoluzione industriale) hanno fanno schizzare esponenzialmente tutti gli indicatori e tagliato sempre di più i tempi di ogni transizione, fino a portare l’Antropocene (o Capitalocene, o Wasteocene che dir si voglia) sulla soglia di un collasso o comunque di una rottura che può preludere al passaggio verso una nuova epoca che non sappiamo ancora come chiamare.
Futuro: come questa epoca sarà chiamata dai posteri (speriamo non del Grande Caos, del Collasso planetario, della Distopia climatica, della Nuova barbarie, del post-Terza guerra mondiale…) dipenderà anche dalla via presa dal pensiero, dal comune sentire, dagli indirizzi della ricerca e della scienza.
Colmare il gap, questa la sfida
Farà la differenza se si colmerà o non si colmerà il gap, come esseri umani nella loro globalità, tra le nostre conoscenze e competenze e la grandezza sempre crescente e a ritmo sempre più veloce dei problemi che, come umanità, dobbiamo affrontare.
L’educazione ambientale, fin dalla sua nascita tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta del secolo scorso, si è proposta di indicare la via verso futuri migliori da trovare e percorrere insieme. L’educazione ambientale è al servizio dei miliardi di persone che in tutto il mondo vivono, lavorano, studiano, e sognano. L’educazione ambientale fa crescere generazioni di sognatori determinati e realisti e di costruttori di futuri possibili e desiderabili.
Pensiamo che, in un pianeta in cui tutto è interconnesso e interdipendente, l’azione umana (guidata da volontà prima di potere/ricchezza e poi di profitto) abbia progressivamente turbato le normali dinamiche evolutive globali, fino a un possibile punto di non ritorno, un punto distruttivo e pericoloso, in primis, per la sicurezza e il benessere dell’umanità stessa. Pensiamo che sia necessario un cambiamento di paradigma, di cui l’educazione ambientale può essere la leva incidendo su conoscenze, competenze, atteggiamenti in ambito formale, non formale e informale.
Una rottura che raddoppia le sfide
La sfida, indubbiamente, è resa più ardua e insieme importante e urgente dal fatto che la “policrisi” (climatica, ecologica, politica,…) che stavamo appena imparando a comprendere in tutte le sfaccettature di una realtà comunque unica è giunta forse a un punto di rottura: rottura climatica con la soglia di 1,5 gradi superata nel 2024 rispetto all’età preindustriale, rottura sul piano politico delle convenzioni e della cultura costituzionale nate dal trauma della Seconda guerra mondiale, tracollo della biodiversità, definitivo passaggio dalla produzione e consumo di massa come elemento caratterizzante dell’economia reale al “finanzcapitalismo” delle criptovalute e delle piattaforme (digitali e di lancio di satelliti e spedizioni interplanetarie).
Stiamo insomma forse entrando in una nuova epoca e anche tutto il dibattito se chiamare quella attuale “Antropocene”, “Capitalocene”, o altro, rischia di essere superato alla ricerca di un nuovo nome. Dell’epoca che ci stiamo lasciando alle spalle restano tutti gli effetti: consumismo, automazione e delocalizzazioni che hanno ridimensionato, frammentato e mutato antropologicamente le classi lavoratrici della società industriale tradizionale e marginalizzato le folle precarie di nuove figure impiegate in servizi a bassa qualificazione e basso reddito.
Restano l’incremento vertiginoso delle disuguaglianze, la riduzione dei diritti, l’aumento della spesa militare, il controllo e la sorveglianza totale delle persone grazie al digitale, l’internazionale delle destre, le nuove forme di totalitarismo (capace, come le precedenti, di ottenere con le buone o le cattive un largo consenso di massa).
Restano, soprattutto, due visioni del mondo, della scienza, dei rapporti interumani e tra umanità e natura: da un lato la presunzione baconiana del dominio sulla natura, l’arroganza tecnologica, il dogma della crescita. Dall’altra i fondamenti, appunto, dell’ecologia, che è anche sociale e politica.
Ecologia integrale e democrazia
L’ecologia se intesa correttamente nel suo significato “integrale” ha una serie di punti fermi: l’essere tutti parte di una comunità planetaria di destino e la comunità territoriale come parte della comunità più grande, la partecipazione come espressione concreta e permanente della sovranità popolare, i modelli (democratici, energetici, di consumo, ecc.) di prossimità come cellule locali del grande organismo globale “umanità”, l’equità intra e intergenerazionale e la giustizia sociale e ambientale.
E ancora, l’empatia e il senso di appartenenza alla Natura, lo stupore e il rispetto per la bellezza e il mistero della Terra e dell’universo, la mitezza cui deve ispirarsi il nostro agire sul pianeta, l’economia al servizio del bene comune e di un genuino e sostenibile benessere, il progresso come crescita di civiltà e di beni immateriali.
Tutto questo (e lo dicono bene tutti gli articoli di questo numero di “.eco”) vuol dire cooperazione, coevoluzione, intelligenza creativa e, come risultato, democrazia e pace. Tutto questo rappresenta la forma migliore attuale di antifascismo ed è per questo che, nell’ottantesimo anniversario della Liberazione insistiamo, ad esempio, sul ruolo dell’educazione nel costruire comunità e su una interpretazione ampia e trasversale anche di insegnamenti come l’educazione civica. La modernità è a un passaggio aspro e travagliato, pieno di incognite, e, come ha scritto il filosofo Mauro Ceruti, è da “umanizzare”. Lo strumento lo abbiamo ed è l’educazione.
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