Educazione, comunità, democrazia nell’era dell’intelligenza artificiale e del tacnofeudalesimo
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Pubblichiamo l’editoriale di Mario Salomone che apre il numero di giugno di “.eco”, edizione a stampa e in PDF. Nel numero, altri due editoriali (di Gabriella Calvano su ambiente, partecipazione e democrazia nei cammini per l’ecologia integrale e di Sergio Bellucci sulle sfide dell’apprendere di fronte alla transizione verso un nuovo potere assoluto che assume i caratteri di un tecnofeudalesimo, o tecnocapitalismo, padrone dell’intelligenza artificiale e di tecnologie non neutrali).
Nell’immagine di apertura, un dettaglio del dossier dedicato alla conferenza nazionale di Ischia (3-5 aprile 2025) sul ruolo dell’educazione nello sviluppo di comunità sostenibili.
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Si discute e si teorizza da decenni su cosa sia l’educazione ambientale. Se sia una nicchia o invece il centro di un progetto educativo a tutto campo, se sia chiusa in un recinto specifico o piuttosto aperta al nuovo e attenta a cogliere segnali di cambiamento. Poi arrivano iniziative di scala mondiale e di ambizioni globali, come il lavoro che stiamo conducendo insieme al Club di Roma e a The Fifth Element, lanciato a inizio 2024 ad Abu Dhabi (dove si è tenuto il dodicesimo congresso WEEC) e che porterà a un grande rapporto sull’apprendimento al tredicesimo congresso nel settembre 2026 (a Perth, Australia). Un lavoro che abbiamo chiamato “No Limits to Hope”.

E arrivano conferenze nazionali come quella che abbiamo tenuto a Ischia ad aprile 2025 e di cui diamo un primo resoconto nella sezione centrale di questo numero di “.eco”. Iniziative ed eventi che sono la prova che la seconda risposta è quella giusta, coerente sia con tutti i documenti fondativi sia con la riflessione e l’azione che da più di mezzo secolo lavorano per una cultura della sostenibilità fatta di alleanza tra umanità e natura e di stretta unione tra giustizia sociale e giustizia ambientale.
Dire “comunità” non basta
La conferenza nazionale del 3-5 aprile 2025 ha intrecciato tre dimensioni, cui corrisponde un groviglio di connessioni.
La prima è il contesto globale: siamo di fatto, come ci ha sottolineato Mauro Ceruti, ricordando anche il pensiero di Edgar Morin, una comunità planetaria accomunata da uno stesso destino. Ci salviamo insieme, scegliendo il futuro dell’equità e di un nuovo umanesimo non prevaricatore ma alleato della natura, o periamo insieme, se ci rassegniamo a un futuro di guerra civile, di catastrofe climatica e disastro ecologico, di ingiustizia e di disuguaglianza, in breve di “policrisi”.
Il paradigma di pensiero che ha prodotto l’Antropocene può solo portarci a un’epoca ancora peggiore. Dobbiamo optare per il pensiero della complessità e dell’incertezza contro quello della semplificazione e del “soluzionismo”.
La seconda dimensione è quella territoriale, con una varietà di situazioni: aree devastate da siccità e alluvioni, aree fragili e interne marginalizzate, aree urbane e suburbane degradate, città “vetrinizzate” e trasformate in centri commerciali e luoghi del consumo.
Nell’Occidente, già reso opulento da colonialismo e imperialismo, spesso perdita di capitale sociale (sostituito dalla finta socialità delle reti digitali), declino dei corpi intermedi, delocalizzazioni, ideologie che enfatizzano l’individuo contro la società, pendolarismo, tagli al welfare e ai servizi pubblici rendono i territori non più o non sempre la base delle attività giornaliere. Crescono disuguaglianze, rabbia, paura alimentate da nazionalismi e razzismi. La comunità rischia di diventare la comunità chiusa e rancorosa dell’identità etnica rivendicata in un contesto in cui anche un piccolo paese di etnie ne può contare più di cento.
Infine, c’è la terza dimensione, quella delle comunità intenzionali, un arcobaleno, o una tavolozza policroma, di realtà istituzionalmente riconosciute e promosse e altre spontanee e autorganizzate.
Alla base c’è un processo educativo
L’elemento comune, che sia una comunità energetica o un patto di collaborazione di quartiere, una cooperativa di comunità o un patto di fiume, una rete di economia solidale o un patto educativo di comunità o una delle tante altre fome di aggregazione o di autogestione di un bene comune, sta nel progetto, frutto di ricerca, riflessione, negoziazione, deliberazione, partenariato: la scelta di un obiettivo in base alla individuazione di uno o più bisogni, la costruzione di uno strumento (il protocollo da cui fare nascere, ad esempio, un’area MAB Unesco, la creazione di una cooperativa o di una fondazione), l’azione di convincimento e di relazione, la fatica di conciliare punti di vista e interessi diversi, la sfida di fare vivere e rigenerare di continuo l’esperienza, ecc.
Tutto questo richiede creatività, conoscenze, competenze, “intelligenza ecologica”. Richiede approccio integrato grazie a pensiero sistemico, capacità di abbracciare l’orizzonte vasto della complessità, confidenza con le varie dimensioni (ambientale, economica, sociale, culturale, politica, urbanistica, identitaria, produttiva,…), sforzo e pazienza per attivare configurazione socioculturali partecipate, in grado di dare risultati di lungo periodo e su larga scala. Padronanza del lessico, strumenti interpretativi della realtà, visione di futuro, metodi di negoziazione e mediazione, senso etico, adesione profonda a una idea di giustizia sociale e ambientale: sono tanti gli elementi in gioco, che si possono riassumere nella parola educazione. Dall’educazione nasce la speranza, su cui torneremo più avanti (e che, ricordate, come si è detto più sopra, è il titolo del progetto internazionale varato insieme al Club di Roma).
I Tempi difficili di Charles Dickens, i tempi difficili del tardo Antropocene
I personaggi di uno dei più importanti romanzi di Charles Dickens, Tempi difficili (1854), vivono a Coketown, la città del carbone, in uno dei periodi letteralmente più oscuri dell’industrializzazione. L’Antropocene è iniziato da un centinaio di anni. A Coketown si patisce sotto il tallone della disuguaglianza e la beffa di una ideologia che la giustifica e la esalta. Nella maggior parte del mondo si vive (o si sta per vivere, perché la conquista non è terminata, arriverà anche l’Italia buon’ultima con le guerre di Libia e di Etiopia) sotto il tallone degli eserciti e dei mercanti dell’Occidente.
Gli abitanti di Coketown hanno la fortuna, si fa per dire, si trovarsi a metà del guado. Un centinaio di anni dopo si aprirà una nuova fase (se non addirittura la transizione a una nuova epoca): bomba atomica, cioè la possibilità di olocausto nucleare totale, accelerazione del riscaldamento globale di origine antropica, crollo drammatico di biodiversità, invasione di nuovi materiali e sostanze di sintesi, dalle plastiche agli agrofarmaci. E al carbone il cui fumo esce dalle ciminiere di Coketown (e continua a uscire da tante ciminiere ancor oggi) si aggiungono petrolio e gas.
Ci troviamo dunque in nuovi e più gravi (perché più veloci, più ampi e in gran parte irreversibili) “tempi difficili”. Cui occorre trovare nuove risposte.
Speranza di nuova comunità
Se dal 2024 e ora con la conferenza nazionale di Ischia (non il termine, ma l’inizio di un percorso) abbiamo messo l’accento sulla parola “comunità” è perché cogliamo lo sbocciare di una fioritura di iniziative di stampo aggregativo, partecipativo e generativo che possono dare vita a un movimento di comunità “glocali”: ancorate con grande concretezza ai bisogni locali e parte consapevole e attiva di una comunità planetaria di destino.
L’educazione ne è componente essenziale: “fa comunità” perché parla di risorse e di limiti, perché indica la strada della conversione ecologica, perché “legge” il territorio, perché ricostruisce quei legami indeboliti o persi nella comunità, perché diffonde un linguaggio comune facendo dialogare saperi, punti di vista e culture diverse, perché rafforza senso di appartenenza (al luogo e al pianeta), perché cerca risposte “win win” ai conflitti presenti anche dentro la comunità alimentati dalle “linee di faglia” della condizione umana e contrasta possibili arretramenti e chiusure, perché risveglia in modo non ristretto e nostalgico il senso di identità, perché – va ribadito – collega la comunità locale alla comunità planetaria di destino, perché, infine, fa educazione alla cittadinanza e scuola di partecipazione politica.
Infine, la comunità si educa e a sua volta educa (o non educa): offre (o nega) a cittadine e cittadini di ogni età opportunità di apprendimento. Vi si agisce o ci si isola, vi si apprendono visioni del mondo (giuste o sbagliate o così così), vi si sviluppano atteggiamenti (proattivi o negativi), vi si sviluppano (ed evolvono) pratiche sociali.
Spazio da scoprire e da conoscere, campo di esperienza, occasione di attività all’aperto, orizzonte futuro, se aperto, di vita e di lavoro per ogni persona. Oppure chiuso, per milioni di emigrati dal sud Italia al nord, dall’Italia all’estero, dall’estero in Italia, per le persone povere, per gli emarginati, per le aree interne e fragili, prive di servizi e in via di desertificazione sociale e declino demografico.
Speranza e “relianza”: da isola ad arcipelago, imparando anche da Lilliput
La transizione verso terre incognite, insomma, è sempre più vicina a un bivio sempre più stretto. Richiederebbe (per usare un termine coniato da Edgar Morin) “relianza”, cioè riconnessione e alleanza (tra gli esseri umani e tra esseri umani e natura) e la relianza si costruisce nella comunità, allontanandosi dallo stato attuale delle cose, da un regime e comportamenti business-as-usual, aprendo nuovi percorsi. “Nuova comunità” è costruire nuovi paradigmi, culture, credenze, relazioni di potere, insomma nuovi percorsi di sostenibilità lodi cale come tassello di sostenibilità globale. Nella comunità di realizzano modelli socioeconomici di prossimità più vicini alle persone e dunque più partecipati, più democratici, più equi. Crescono l’autonomia e l’autoproduzione (energetica, alimentare). La cultura, risorsa rinnovabile, indica la via per una riproduzione sostenibile dei territori: evolutiva (i territori evolvono per contaminazioni e ibridazioni, in modo diacronico nel tempo, ma anche orizzontale, sincronico) e adattiva. Essere “glocali” implica per loro il rispetto dei diritti degli altri territori, rispetto che richiede il contenimento dell’impronta ecologica e dell’impronta carbonio. L’adattamento, insomma, è attivo: non è accomodamento o arte di arrangiarsi. È capacità di immaginare e progettare futuri.
Questa capacità, però, non può essere lasciata solo alla buona volontà ma deve essere alimentata e sostenuta. Le comunità di vario tipo che si moltiplicano dappertutto possono rimanere isole e qualche gigante (un “potere forte”, una multinazionale,…) può soffocarla o confinarla entro un orizzonte limitato.
Anche i giganti possono essere domati. Ce lo insegna un altro romanzo: I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift. La sciamo perdere che i Lillipuziani sono lungi dall’essere perfetti (il romanzo di Swift è una satira dei regni del suo tempo), l’importante è che i minuscoli abitanti di Lilliput riescono a legare l’ignaro ospite. Oppure potremmo dire che le “isole” devono diventare un arcipelago, cioè un insieme (ed evitare, va da sé, errori e difetti del regno di Lilliput).
Questa dell’arcipelago è una impresa in cui impegnarsi e che è alimentata dalla speranza. La speranza non è illusione, non è ottimismo (anche se l’ottimismo della volontà può accompagnare e compensare il pessimismo della ragione). La speranza è anticipativa: è progetto. È azione perché il futuro desiderato si realizzi.
In fondo, anche in Tempi difficili chi ha immaginazione si salva.
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- MARIO SALOMONE
- Sociologo dell'ambiente, giornalista e scrittore, Mario Salomone dirige ".eco" dalla fondazione (1989), è autore di saggi, romanzi e racconti e di numerosi articoli su quotidiani e riviste. Già professore aggregato all'Università di Bergamo, è Segretario generale della rete mondiale di educazione ambientale WEEC, che realizza ogni due anni i congressi del settore.
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