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Giovani e anziani, insieme per l’ambiente. E la mezza età sta nel mezzo

| MARIO SALOMONE

Tempo di lettura: 5 minuti

Giovani e anziani, insieme per l’ambiente. E la mezza età sta nel mezzo
I sondaggi confermano che i giovani hanno una visione a tutto campo della policrisi e ne comprendono bene aspetti e cause (il modello economico estrattivista), ma si sentono poco ascoltati: vedono le istituzioni sorde alla loro voce e le stesse associazioni incapaci di ascolto e inclusione. Dai dati europei emerge un altro fatto interessante: la sensibilità nei confronti di temi come il clima o i disastri naturali torna a crescere tra la popolazione più anziana. Le generazioni di mezzo sono le meno attente al sociale e all’ambiente. L’informazione e il livello di istruzione sono i fattori chiave per produrre consapevolezza.

Quali sono le percezioni dei giovani sul futuro? Ci offrono qualche spunto i dati di una ricerca di Fabrizio Barca, Caterina Manicardi e Marta Perrini, condotta tra il 2023 e il 2026.

Il 12 maggio, infatti, è stata pubblicata un’indagine (“Preoccupazioni, consapevolezze e impegno delle nuove generazioni. Uno squarcio sulla fascia 17-19 anni in Italia”) realizzata dal Forum Disuguaglianze e Diversità con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo nell’ambito del progetto “A prova di futuro! Giovani e protagonismo”, che ha coinvolto circa tremila ragazzi e ragazze tra i 17 e i 19 anni del nord, centro, sud Italia e isole. Il campione non è rappresentativo, ma i risultati sono comunque interessanti.

In cima alla lista delle preoccupazioni c’è la “mancanza di lavoro” (3,8 punti su 5), seguita da “guerra” (3,6), “diritti delle persone” e “scarso peso della voce dei giovani” (3,5). Appena poco più sotto, per un’incollatura, compaiono l’incertezza della situazione attuale (3,45), il cambiamento climatico (3,42), le disuguaglianze sociali (3,28) e la distruzione della biodiversità (3,25).

Insomma, dall’indagine emerge, come è giusto, una forte preoccupazione per il futuro e, forse ancor più interessante, che i giovani tra i 17 e i 19 anni ne hanno una visione a tutto campo, individuando bene i vari aspetti della policrisi (ecologica, climatica, economica, politica, sociale).

I genitori appaiono distanti

È stato anche chiesto a ragazze e ragazzi quanto, nella loro percezione, le stesse preoccupazioni siano condivise dalla generazione dei loro genitori e qui il giudizio nei confronti degli adulti è duro: questi ultimi appaiono molto distanti, oltre che, ovviamente, rispetto allo scarso peso dato alla voce dei giovani, il divario percepito è particolarmente alto nel caso della distruzione della biodiversità e del cambiamento climatico.

Insomma, noi adulti non diamo il buon esempio.

Circa le cause del collasso climatico, anche qui ragazze e ragazzi hanno le idee chiare: la responsabilità maggiore (45,1%) è attribuita più all’economia estrattiva delle imprese (“che prende dalla terra più di ciò che essa può dare”) che alla somma dei comportamenti individuali (40,5%), rivelando così una significativa capacità di valutazione sistemica.

Questi dati – osserva il Forum – smentiscono, dunque, sia la tesi di un’insensibilità sociale e ambientale della nuova generazione, sia quella di una loro difficoltà nel concettualizzare i termini della crisi attuale.

Lontani dagli adulti, i 3.000 che hanno risposto all’indagine si sentono ancor più irrilevanti e distanti dalle istituzioni: alla domanda “la tua voce conta in Italia?”, l’81,5% risponde di no.

La sordità delle istituzioni

Di conseguenza, se le cause sono sistemiche ma le istituzioni e il mondo adulto sono sordi e distanti, ragazzi e ragazze, per affrontare le ingiustizie sociali e ambientali, tendono a credere di più nelle azioni individuali (“corretto uso delle risorse”, “voto alle elezioni” – la partecipazione giovanile al referendum lo conferma –, “consumi consapevoli”, la “denuncia all’autorità di atti ingiusti”). Tutte le azioni collettive, attraverso partiti, mobilitazioni, associazioni e manifestazioni, invece, sono giudicate negativamente dalla maggioranza (con valori medi compresi fra 1,8 e 2,4 su una scala da 1 a 5).

Il volontariato va meglio (occupa una posizione intermedia, con 2,9). Le attività cui gli studenti hanno partecipato sono in prevalenza di collaborazione al banco alimentare, di raccolta di rifiuti, di intervento sul paesaggio urbano, di aiuto in momenti di emergenza. “Ma, allora, come si spiega – si chiedono Barca, Manicardi e Perrini – il giudizio negativo sull’opzione ‘associazioni’? Perché, è stata la risposta ricorrente, se ne vuole restare indipendenti”.

Diffidenza verso le organizzazioni

L’impegno, insomma, non manca, ma non scatta il senso di appartenenza e l’idea di rafforzare l’azione collettiva, a causa, come detto, del senso di sfiducia verso istituzioni e strutture organizzate.

La diffidenza verso le organizzazioni (coerentemente con la sfiducia prima sottolineata) nasce dalla percezione che esse “hanno una loro agenda”, “non ascoltano la voce dei/delle nuovi/e entranti” o “sono inefficaci”, ma anche da un contesto generale che non attribuisce valore all’impegno, come rivelato dal timore del giudizio e della derisione da parte dei propri e delle proprie pari.

C’è, in conclusione, un potenziale di sensibilità e consapevolezze che non nutre fiducia nella possibilità di tradursi in un impegno collettivo. Questo parla – osservano gli autori del rapporto – a tutte le organizzazioni sociali, del lavoro e politiche del Paese, che non riescono a rivolgersi a quel grande potenziale e a raccoglierlo.

Gli adulti, un buco nero

I risultati dell’indagine del Forum Disuguaglianze e Diversità trovano conferma in quelli dell’Eurobarometro dell’autunno 2025, pubblicati a febbraio 2026. La periodica rilevazione delle opinioni degli abitanti dei 27 paesi dell’Unione europea aggiunge ulteriori dettagli interessanti, come vedremo, relativi alle varie fasce di età, al livello di istruzione, alla collocazione in città grandi o piccole, in zone rurali o in piccoli paesi.

La fascia d’età 18-24 anni (soprattutto gli studenti) è la più preoccupata – rispetto ad altre fasce d’età – per il clima e chiede più azioni per ridurre le emissioni.

Singolarmente, in graduatoria per fasce d’età, tra i più preoccupati figurano, in ordine, gli over 55 e i pensionati. Mentre i meno attenti sono gli adulti tra i 40 e i 54 anni. E, in generale, sono più preoccupati quelli che si informano e i più istruiti (con un diploma post-secondario, una laurea o un dottorato).

Sono nettamente più preoccupati per il clima, inoltre, gli abitanti delle città, rispetto a chi vive in aree rurali e nei villaggi, probabilmente per l’effetto combinato di una maggiore esposizione alle ondate di calore, di un maggiore accesso all’informazione e di una maggiore presenza di movimenti e manifestazioni per l’ambiente, mentre non ci sono differenze rilevanti rispetto ai disastri naturali: li conoscono o li patiscono tutti, però, in questo caso, chi abita in aree rurali li sente ovviamente un po’ di più.

Grande preoccupazione per l’intreccio tra clima e disastri naturali

Il 66% degli europei è altamente preoccupato che i disastri naturali siano aggravati dal cambiamento climatico, il 20% è abbastanza preoccupato e solo il 13% è poco o per niente preoccupato. Grandissima l’attenzione e l’informazione: solo l’1% “non sa”.

Anche in questo caso, i giovani e gli over 55 sono più preoccupati della media (rispettivamente il 67% e il 69%), e tra loro gli studenti (70%) e i pensionati (69%).

La preoccupazione, inoltre, aumenta man mano che aumenta il livello di istruzione di tutti gli europei intervistati.

Chi educare per primi

Infine, Openpolis (basandosi sui dati Istat) conferma che “la preoccupazione per il cambiamento climatico e l’insoddisfazione per il clima tendono a correlarsi con il titolo di studio”: “Più è alto, più è probabile che la persona si curi degli aspetti ambientali o li percepisca come critici.”

Il numero di giugno 2026 di “.eco” contiene numerosi articoli su volontariato ambientale e impegno di giovani e anziani per la sostenibilità.

Sono tutti elementi su cui riflettere e che forniscono un utile riscontro a quanto troviamo, ad esempio, nel numero di giugno 2026 di “.eco” (il cui blocco monografico è dedicato all’impegno ambientale “da 0 a 99 anni”). Del resto, fin dagli albori dell’educazione ambientale è stato sempre sottolineato che si tratta di un’educazione per tutti e in tutte le età della vita. Dalle indagini sembra che i primi a dover essere educati (nel senso di aperti alla complessità, all’approccio sistemico, al pensiero critico e aggiornati sul dibattito scientifico) siano gli adulti, a cominciare dai decisori politici, dagli imprenditori, dai giornalisti, dai quadri di partiti, movimenti, associazioni e sindacati e, in genere, da chiunque ricopra ruoli di responsabilità.

Scrive per noi

MARIO SALOMONE
MARIO SALOMONE
Sociologo dell'ambiente, giornalista e scrittore, Mario Salomone dirige ".eco" dalla fondazione (1989), è autore di saggi, romanzi e racconti e di numerosi articoli su quotidiani e riviste. Già professore aggregato all'Università di Bergamo, è Segretario generale della rete mondiale di educazione ambientale WEEC, che realizza ogni due anni i congressi del settore.