I volti dei sopravvissuti dell’ingiustizia climatica
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(Nell’immagine di apertura, una delle foto di Nick Brandt in mostra alle Gallerie d’Italia di Torino: uno degli ultimi rinoceronti bianchi superstiti insieme a Alice Stanley e Najin, Kenya)
La nebbia è finta (prodotta vaporizzando acqua per dare un senso di sospensione), ma persone e animali sono veri e stanno insieme: elefanti e contadini, giraffe e profughi, rinoceronti e pastori. Sono le immagini, a grande formato, di due dei “capitoli” della mostra (in tutto 63 foto) The Day May Break. La luce alla fine del giorno, in corso fino al 6 settembre alle Gallerie d’Italia di Torino. Il fotografo è Nick Brandt, londinese, classe 1964, che allestisce i suoi set fotografici grazie a mesi di preparazione, pianificazione e collaborazione con équipe locali che conoscono a fondo i territori e le comunità coinvolte.

Ecco, dunque, Nick in Kenya e Zimbabwe (prima parte) e in Bolivia (seconda parte). Mette insieme, nello stesso fotogramma, animali e persone. Non c’è trucco e non c’è inganno (salvo qualche cautela, ad esempio, nel caso dei giaguari boliviani): i primi sono stati salvati dal bracconaggio e ora (alcuni ormai condannati all’estinzione, come gli ultimi esemplari di rinoceronte bianco) sono ospiti di riserve dove si sono abituati alla presenza umana, i secondi sono, come i primi, le vittime del riscaldamento globale, della siccità che ha seccato i raccolti, degli incendi, delle alluvioni e delle frane che hanno distrutto case, pascoli e campi, dell’espansione delle monoculture, entrambi, animali e persone, sono i sopravvissuti dell’ecocidio causato dal profitto, le vittime incolpevoli del modello di sviluppo e di saccheggio a vantaggio di pochi.
Dignità, pur nella sofferenza

Altre vittime (qui solo umane) sono ritratte sul fondale dell’oceano nelle isole Figi, teatro del terzo capitolo della mostra allestita alle Gallerie d’Italia: il messaggio è chiaro: interi arcipelaghi, con case e terre, sono già minacciati dall’innalzamento delle acque e potrebbero scomparire (così come vasti tratti costieri di tutti i continenti) entro la fine del secolo.
Infine, il quarto capitolo: la scena cambia, siamo nel deserto di Wadi Rum, il grande deserto della Giordania. Qui, realizzando un progetto commissionato da Intesa Sanpaolo, Nick Brandt costruisce una serie di monumenti umani. Le statue viventi sono i profughi dalla Siria, rifugiati in Giordania per sfuggire alla siccità e ai massacri e costretti da anni, da sfollati permanenti, a cercare mezzi di sussistenza. Nei tableau vivants c’è chi dorme tra le braccia di una madre, chi guarda lontano, verso un confine pericoloso (alla data dell’allestimento la loro sorte e la possibilità di tornare in Siria erano ancora incerte).

Animali, popolazioni africane, latinoamericane e delle isole del Pacifico sono tutti vittime dell’ingiustizia climatica e sociale e dei sopravvissuti a eventi che scaturiscono dalle medesime cause e si inquadrano nella stessa policrisi.
Ma in tutti, animali e persone, trapela dai loro volti (e usiamo “volto”, intenzionalmente, per i soggetti non umani delle foto) la stessa dignità.
L’agonia dei ghiacciai
Spostandosi di qualche chilometro, si può arrivare al MACA, il Museo A come ambiente, dove fino al 29 luglio 2026, grazie alla mostra Impronte si possono vedere da vicino le foto che James Balog (statunitense, classe 1952) raccoglie da decenni con il suo Earth Vision Institute per documentare la crisi ecologica globale.
Due le sezioni (che si concludono con tre documentari – Chasing Ice, The Human Element e Chasing Time, in collaborazione con il Festival CinemAmbiente).
Nella prima, Extreme Ice Survey (2007), è documentata la scomparsa dei ghiacciai. L’Extreme Ice Survey è lo studio sui ghiacciai di più ampia portata mai condotto utilizzando fotografie scattate a terra in tempo reale. L’EIS utilizza la fotografia in time-lapse, la fotografia convenzionale e il video per documentare i rapidi cambiamenti del manto glaciale terrestre. Il team EIS ha installato 43 telecamere time-lapse in 24 siti in Groenlandia, in Islanda, in Alaska e nelle Montagne Rocciose.
La seconda è dedicata a Survivors, due progetti di Balog che ritraggono, rispettivamente, animali appartenenti a specie a rischio di estinzione che vivono in cattività o in aree protette (un progetto nato nel 1987) e esemplari di grandi alberi antichi. Tra il 1998 e il 2004, James e il suo team hanno attraversato l’America, da Key West al Pacifico nord-occidentale, dal New England all’Arizona, rendendo omaggio visivo a 92 esemplari di 47 diverse specie arboree. La maggior parte dei suoi soggetti era stata designata come “campioni” — i più grandi individui della loro specie, secondo un sistema di misurazione adottato dal Registro nazionale degli grandi alberi. Molti erano reperti della deforestazione che aveva travolto il continente durante la colonizzazione europea, lo sviluppo agricolo e l’industrializzazione.
Il grande Salgado
Infine, facendo qualche chilometro in più, si può arrivare fino al forte di Bard, in Valle d’Aosta, per la mostra Ghiacciai, che fino al 27 settembre 2026 celebra l’opera del grande fotografo brasiliano Sebastião Salgado attraverso le sue fotografie dedicate ai più importanti ghiacciai del mondo e alle conseguenze della crisi climatica. La mostra, che era già stata allestita nel 2025 al MART di Rovereto e al MUSE di Trento, si compone di 54 fotografie di grande formato affiancate da un omaggio al fotografo attraverso un video e un esteso apparato biografico. Gli approfondimenti scientifici sono curati da Michele Freppaz, professore ordinario del Dipartimento di Scienze agrarie, forestali e alimentari dell’Università di Torino.

Il Sony World Photography Awards 2026
La fotografia, arte che vede impegnati moltissimi autori “militanti” e attenti a documentare, si conferma, insomma, un grande strumento di comunicazione e sensibilizzazione, capace di creare empatia e di emozionare.
Ne troviamo molte tracce anche nelle attività della World Photo Organization e nel suo evento di punta, i Sony World Photography Awards, i cui vincitori del 2026 sono stati annunciati ad aprile scorso.
È significativo, ad esempio, che il titolo di Fotografo dell’Anno 2026 sia stato assegnato a Citlali Fabián per la serie Bilha, Stories of my Sisters. Citlali Fabián è un’artista della comunità indigena Yalalteca in Messico, attualmente residente a Londra, che esplora attraverso la fotografia il tema dell’identità e del suo legame con il territorio, la migrazione e i legami comunitari. La serie che le ha valso il premio racconta le storie di alcune donne simbolo delle comunità indigene di Oaxaca, in Messico, il cui impegno sociale ha avuto un impatto significativo in un’ampia gamma di ambiti, tra cui il diritto, la linguistica, l’arte e l’ecologia.
Il Sustainability Prize è andato al sudafricano Tommy Trenchard, fotografo indipendente di Cape Town, per la serie dedicata alla Great Green Wall.
Liberazione e ecologia femminile
E il primo premio per la sezione Ambiente a Isadora Romero (Ecuador) per Notes on How to Build a Forest, progetto fotografico sviluppato in Ecuador, nei territori di Mache Chindul e Yunguilla — paesaggi segnati da storie stratificate di insediamento e relazioni con la foresta. Attraverso fotografie documentarie e sperimentali che includono tecniche a infrarossi, termiche e stenopeiche, oltre ad archivi comunitari, ci invita a immaginare come altri organismi percepiscano la foresta e come la foresta, a sua volta, ci osserva. Le foreste, in una narrazione polifonica, sono viste come spazi plurali, complessi e culturalmente ricchi.
Al secondo posto c’è anche un italiano: Matteo Trevisan, per la serie Jinê Land: Where Women Keep the Earth Alive.
La serie, spiega Trevisan, racconta la storia delle donne che plasmano il futuro ecologico e sociale del Rojava, nel nord-est della Siria. In una regione ancora in fase di ripresa dalla guerra e dalla frammentazione, le donne guidano la lotta per il ripristino ambientale, l’agricoltura sostenibile e l’autogoverno comunitario. Dal 2012, le comunità curde, assire, arabe e armene si sono autorganizzate secondo un modello ispirato al confederalismo democratico, integrando la liberazione e l’ecologia femminile. Le donne gestiscono scuole, cooperative, centri sanitari e consigli locali, garantendo la loro leadership sia in ambito sociale sia in quello ecologico. Villaggi come Jinwar incarnano questa visione: guidati dalle donne, sostenibili e resilienti, offrono uno spazio per l’istruzione, l’autosufficienza e la vita comunitaria. Attraverso la fotografia, questo progetto cattura l’intersezione tra libertà, ecologia e comunità, rivelando un esperimento sociale radicale in cui le donne sono entrambe le custodi della terra e le architette di una nuova società.
Foto, ambiente e policrisi su “.eco”
Foto, infine, anche su “.eco”, dove non manca mai l’uso delle immagini.
Quelle di Roberto Besana, commentate da Nello Rossi, sono un appuntamento fisso all’inizio di ogni numero dell’edizione a stampa.
Nel numero di marzo 2026, Alessandro Murtas ha documentato lo scempio ambientale in Senegal, intrecciandolo con l’impatto del riscaldamento globale e dell’innalzamento del livello del mare.
Sfogliando le annate di “.eco” e le pagine digitali del sito web, si trovano reportage fotografici (come quello realizzato da Andrea Ferrari Trecate sugli orti comunitari delle città italiane) e rubriche, fino a risalire nel tempo a “Tracce”, un concorso nazionale organizzato insieme al quotidiano “La Stampa” per raccogliere, come dice il titolo, i segni di trasformazioni e di impatti. Care lettrici e cari lettori, dunque, se fare foto vi piace, mandatecene, le pubblicheremo volentieri.
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- MARIO SALOMONE
- Sociologo dell'ambiente, giornalista e scrittore, Mario Salomone dirige ".eco" dalla fondazione (1989), è autore di saggi, romanzi e racconti e di numerosi articoli su quotidiani e riviste. Già professore aggregato all'Università di Bergamo, è Segretario generale della rete mondiale di educazione ambientale WEEC, che realizza ogni due anni i congressi del settore.
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