Skip to main content

Europa, dieci anni dopo Parigi: il passo indietro che ci allontana dal futuro

| Luca Graziano

Tempo di lettura: 4 minuti

Europa, dieci anni dopo Parigi: il passo indietro che ci allontana dal futuro
L’Europa ingrana la retromarcia sotto la spinta della ”brown economy”. Manca una visione sistemica che integri la giustizia climatica, la partecipazione democratica e la riduzione delle disuguaglianze. La transizione resta centralizzata, affidata a grandi attori industriali, mentre le comunità energetiche, l’autoproduzione diffusa e i modelli cooperativi restano ai margini. La storia giudicherà le scelte di oggi. E il clima, purtroppo, non negozia.

(Nell’immagine di apertura, un’automobile Porsche elettrica del 1898: l’Europa era più avanti nel XIX secolo)

Il 17 dicembre 2025 la Commissione europea ha annunciato una decisione destinata a segnare profondamente la politica climatica dell’Unione: la revoca del divieto di vendita dei veicoli con motore a combustione interna previsto per il 2035. Al suo posto, un obiettivo di riduzione delle emissioni del 90%, compensando il restante 10% con carburanti “sostenibili” o materiali a basso contenuto di carbonio. Un arretramento politico e simbolico che arriva in un momento tutt’altro che neutro. Solo poche settimane prima si era conclusa la Conferenza delle Parti sul clima di Belém, in Brasile, e pochi giorni separano questo annuncio da una data che dovrebbe pesare come un monito: il 12 dicembre 2025 ricorre il decimo anniversario dell’Accordo di Parigi, il patto globale con cui 195 Paesi si impegnarono a mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2 °C, tentando di limitarlo a 1,5 °C. A dieci anni di distanza, non solo quegli obiettivi appaiono sempre più lontani, ma l’Unione europea – che del Green Deal aveva fatto il proprio tratto distintivo – sembra rinunciare al ruolo di guida morale e politica nella lotta alla crisi climatica.

Il clima non aspetta la politica

Leggi l’articolo di Lorenzo Ciccarese sul rapporto GEO7, lo studio sullo stato del pianeta citato nell’articolo di Luca Graziano.

I dati scientifici sono inequivocabili. Secondo l’UNEP, con le politiche attuali, il mondo si avvia a un aumento della temperatura compreso tra 2,3 e 2,8 °C entro fine secolo. Il superamento della soglia di 1,5 °C non è più una possibilità remota, ma un evento ormai considerato inevitabile nel breve periodo, come ha ammesso lo stesso segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres. Le conseguenze sono già sotto i nostri occhi. L’Europa è il continente che si riscalda più rapidamente, colpito da ondate di calore sempre più frequenti, incendi devastanti, siccità prolungate e precipitazioni estreme. Dalle alluvioni di Valencia agli incendi in Grecia e in Portogallo, fino alle tempeste che hanno colpito l’Europa centrale, il cambiamento climatico non è un’astrazione futura, ma una realtà presente che colpisce vite, economie e territori. In questo contesto, la scelta di riaprire alla produzione e alla vendita di veicoli a combustione interna oltre il 2035 appare non solo miope, ma anche in contraddizione diretta con l’urgenza climatica.

Il Green Deal ridimensionato: flessibilità o resa?

La Commissione giustifica la decisione parlando di “flessibilità”, di neutralità tecnologica e di tutela della competitività industriale europea. Le pressioni dell’industria automobilistica e di diversi Stati membri, tra cui l’Italia e la Germania, hanno avuto un peso determinante. Si teme la concorrenza cinese e statunitense, il costo dell’energia, la difficoltà di accesso alle materie prime e la tenuta occupazionale di un settore centrale per molte economie nazionali. Ma questa narrazione rischia di trasformare la transizione ecologica in una variabile dipendente dal ciclo economico e dagli equilibri politici del momento. Il risultato è un Green Deal svuotato, ridotto a un compromesso che rinvia le scelte strutturali e alimenta incertezza negli investimenti. Come hanno denunciato le associazioni per la mobilità elettrica, segnali contraddittori come questo indeboliscono la fiducia degli investitori e rallentano lo sviluppo delle infrastrutture necessarie. La transizione, così concepita, rischia di diventare un esercizio di greenwashing più che un reale cambiamento di paradigma.

Competitività o decarbonizzazione?

Le ambiguità emerse nel recente rapporto Draghi sulla competitività europea si riflettono pienamente in questa scelta. La decarbonizzazione viene spesso presentata come opportunità industriale, più che come necessità ambientale e sociale. Si parla di sicurezza energetica, ma si continua a investire in gas e a rinviare l’uscita dai combustibili fossili. Si evocano tecnologie “neutrali”, dall’idrogeno al nucleare, senza affrontarne i limiti, i costi e i tempi. Manca una visione sistemica che integri giustizia climatica, partecipazione democratica e riduzione delle disuguaglianze. La transizione resta centralizzata, affidata a grandi attori industriali, mentre le comunità energetiche, l’autoproduzione diffusa e i modelli cooperativi restano ai margini.

Lo specchio cinese: la transizione come potenza

Il contrasto con quanto sta avvenendo in Cina è istruttivo. Pur restando il maggior emettitore globale di gas serra e continuando a fare largo uso del carbone, Pechino ha scelto di investire massicciamente nelle energie rinnovabili, costruendo una capacità produttiva senza precedenti. Oggi la Cina controlla tra il 60 e l’80% delle filiere globali di pannelli solari, turbine eoliche, batterie e veicoli elettrici. Questa strategia non è guidata solo da considerazioni ambientali, ma da una lucida visione geopolitica: ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, rafforzare la sicurezza energetica, conquistare nuovi mercati e aumentare l’influenza nei Paesi del Sud globale, in particolare in Africa, attraverso l’esportazione di tecnologie rinnovabili a basso costo. Mentre l’Europa esita, la Cina utilizza la transizione energetica come leva di autonomia strategica e di potere industriale. Il paradosso è evidente: il continente che ha prodotto l’Accordo di Parigi rischia di restare indietro proprio nel campo che dovrebbe garantire il suo futuro.

Un’occasione che non possiamo perdere

La crisi climatica e la perdita di biodiversità impongono un profondo cambiamento dei nostri modelli energetici, produttivi e di consumo. Non si tratta di tornare al passato, ma di uscire definitivamente dalla dipendenza dai combustibili fossili, che alimentano l’instabilità geopolitica, le disuguaglianze sociali e la distruzione ambientale. La vera sicurezza energetica non si costruisce riaprendo ai motori a combustione o rilanciando soluzioni costose e rischiose come il nucleare, ma investendo in efficienza, sufficienza, rinnovabili diffuse e partecipazione dei cittadini. L’energia deve tornare a essere un bene comune, non uno strumento di speculazione o di potere. A dieci anni da Parigi, l’Europa è di fronte a un bivio. Il passo indietro sul 2035 non è una semplice revisione tecnica: è un segnale politico che rischia di compromettere credibilità, ambizione e responsabilità nei confronti delle generazioni future. Condannarlo non significa ignorare le difficoltà industriali, ma significa ricordare che senza una transizione autentica non ci sarà né competitività né giustizia climatica. La storia giudicherà le scelte di oggi. E il clima, purtroppo, non negozia.

Scrive per noi

Luca Graziano
Luca Graziano
Luca Graziano è un attivo esponente del movimento ambientalista, aderente a varie associazioni e comitati di tutela ambientale.