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Tre “Occidenti”? A proposito della National Security Strategy of the Unites States of America

| FRANCESCO INGRAVALLE

Tempo di lettura: 6 minuti

Tre “Occidenti”? A proposito della National Security Strategy of the Unites States of America
La “pace attraverso la potenza” rivendicata dagli Stati Uniti si inserisce in una logica imperiale di lunga durata. In questo quadro, l’Europa non emerge come soggetto politico autonomo, ma come terreno di contesa, da mantenere frammentato attraverso la valorizzazione di nazionalismi e sovranismi, mentre il conflitto si sposta verso il controllo delle risorse strategiche.

America is strong and respected again – and because of that, we are making peace all over the world”.
Gli Usa stanno creando la pace in tutto il mondo grazie alla loro potenza: così inizia il recente documento prodotto dalla presidenza degli Stati Uniti d’America.

Il quadro di riferimento di questa breve dichiarazione evoca, per un verso, la descrizione dettagliata che Edward Luttwak ha delineato della potenza militare dell’Impero Romano (La grande strategia dell’Impero Romano, 1976, tr. it. Rizzoli, Milano, 1981) nei primi secoli del suo sviluppo: si delegava a Stati-clientes all’esterno delle frontiere il compito di intercettare attacchi e – dove non c’erano Stati-clientes erano stabilite guarnigioni militari molto lontano dalla frontiera.

La pace come esito della potenza, o del controbilanciamento fra potenze  è una tesi che emerge dall’analisi della politica internazionale del tempo della “Guerra Fredda” (si pensi a L’ordine mondiale di Henry Kissinger), ma che si legge sia in un saggio del teorico nazional-socialista Alfred Bäumler (Democrazia e nazionalsocialismo, 1942), sia nella pratica della Santa Alleanza promossa da Clemens von Metternich tra il 1815 e il 1848. 

La potenza non si regge su sé stessa, bensì sulla forza economica

Con una terminologia soltanto in parte diversa Friedrich Engels afferma: “La vittoria della violenza poggia sulla produzione di armi, e questa poggia a sua volta, sulla produzione in generale, quindi sulla “potenza economica”, sull’ “ordine economico, sui mezzi materiali che stanno a disposizione della violenza” (Antidühring. La scienza sovvertita dal signor Dühring tr. it. di Giovanni De Caria, Edizioni di Lotta comunista, Milano, 2003, p. 207).

Potenza economica e potenza militare sono intrecciate, come mostra non soltanto la realtà degli U.S.A., ma anche quella della Repubblica popolare cinese, dell’India, della Federazione Russa.

Ma può esistere anche una potenza economica senza potenza militare: è, questo, il caso dell’Unione Europea. Sorta su sollecitazioni multiple degli Usa in funzione antisovietica, come area di Stati-clientes, lungo tutta la sua storia è stata interna all’ordine militare della Nato e, quindi, non bisognosa di un sistema militare autonomo.

Molto lentamente, ma costantemente, dopo l’abbattimento del “Muro di Berlino”, se, da un lato i “confini” della N.A.T.O. sono stati spostati sempre più a Est, d’altro lato, lo sviluppo della potenza cinese ha fatto dell’immensa area dell’ “Indo-Pacifico” un’area di interesse sempre più pronunciato per gli U.S.A.

Stati-clientes e divide et impera

Stati-clientes: una delle condizioni di sussistenza della loro realtà è che siano uno separato dall’altro, che siano in una condizione di possibile, moderato, dissenso l’uno con l’altro.

Ancora una volta, può soccorrere l’esempio romano (e macedone); dìvide et ìmpera, fu questa la politica di Filippo di Macedonia e dell’Impero romano. Si pensi all’invasione della Macedonia e alla sconfitta del re Perseo nella battaglia di Pidna (22 giugno 168): la Macedonia è stata divisa in quattro repubbliche dipendenti da Roma; a esse furono limitati i rapporti reciproci.

Analoga fu la politica inglese in India, la politica del Belgio che, per controllare il Rwanda, alimentò il conflitto fra gli Hutu e i Tutsi (le due etnie del Paese). 

Nazionalismo e sovranismo come strumenti di controllo

Alimentare il nazionalismo e il sovranismo in Stati a ridotto potenziale militare autonomo nel territorio che si controlla militarmente (si veda Alberto M. Mariantoni, a cura di, Le basi militari degli Stati Uniti in Europa, Mediterraneo e Medioriente, con o senza copertura NATO in “Jura Gentium”, 2008) è una opzione di particolare interesse che emerge dal documento redatto nel mese di novembre di quest’anno e leggibile in forma integrale on line.
Tutt’altro, dunque, che un mero “disimpegno” in Europa.

Il primo obiettivo delineato nel documento è: “Assicurare che l’emisfero occidentale rimanga ragionevolmente stabile e ben governato a sufficienza per prevenire l’immigrazione di massa negli Stati Uniti“. In questa logica rientrano anche gli attacchi a presunti narcotrafficanti nei Caraibi.

Gli affari degli altri Paesi ci riguardano soltanto se le loro attività minacciano direttamente i nostri interessi

Le cose sono mai state diverse?

Quali sono stati i motivi dell’intervento statunitense nella Seconda guerra mondiale?
Quali i motivi dell’intervento statunitense in Corea?
Quali i motivi della crisi della “Baia dei Porci”?
Quali i motivi dell’intervento statunitense in Vietnam?
Quali i motivi degli interventi in Iraq e in Afghanistan?

Gli Stati Uniti d’America sono stati i “gendarmi dell’ordine mondiale” non per assicurarvi un ideologico “ordine liberale”, ma per mantenervi un’egemonia imperiale e un controllo economico.
Sarebbe difficile trovare novità sostanziali fra gli Usa pre-Trump e gli Usa di Trump su questo piano.

Ben difficilmente il disimpegno in Europa potrebbe significare lo smantellamento delle basi militari sul subcontinente; esso significa, invece, che i Paesi subordinati alla Nato dovranno pagare quanto, in materia di “difesa”, eccede le intenzioni di spesa nordamericane, con un significativo alleggerimento della spesa nordamericana in vista di un maggiore impegno nell’area dell’Indo-Pacifico.

Non a caso, è in quest’area che, secondo il documento, si pone l’esigenza di garantire la priorità del “libero flusso delle merci e esercitare la deterrenza militare riguardo a Taiwan”.

L’Europa come terreno di contesa geopolitica

Di estremo interesse è la parte del documento relativa all’Europa. Perché, dopo avere sostenuto che si tratta di una “civiltà” che si sta erodendo, di una civiltà, addirittura, “a rischio di estinzione”, imputa questo situazione di crisi all’Unione europea e “alle altre entità sovranazionali che mettono a rischio la libertà politica e la sovranità” con politiche migratorie che stanno trasformando il continente e creando “perdita delle identità nazionali e della fiducia in sé”.

Mai, dal 1945, la propaganda statunitense ha incoraggiato le identità nazionali e ha incentivato la fiducia in sé degli alleati, mostrando, anzi, di giudicare il culto delle identità nazionali come un pericoloso retaggio dei fascismi, soprattutto quando uno di essi, quello tedesco, rischiò di unificare l’Europa sotto le armi germaniche.

Ora, l’esigenza di impegnare maggiori mezzi nell’area dell’Indo-Pacifico sembra spingere gli Usa a coltivare nazionalismo e sovranismo (con il corredo delle pulsioni a effettuare politiche di “remigrazione”) negli Stati europei per evitare il rischio di un’Europa troppo unita, stimolando, quindi, “la resistenza all’attuale traiettoria dell’Europa all’interno delle nazioni europee”, traiettoria “causata” dalle “entità sovranazionali” (in particolare, dall’Unione Europea). In altri termini, il nazionalismo e il sovranismo sarebbero il rimedio alla “crisi dell’Europa” ove per “crisi” si intende chiaramente un’allarmante spinta a farsi decisamente soggetto politico unitario, potenzialmente in conflitto con l’egemonia statunitense. 

La volontà europea e i suoi limiti materiali

Un certo allarme potrebbe avere suscitato, negli Usa, l’orientamento europeo a sostenere in modo più forte, intervenendo sugli asset russi in Europa, la resistenza dell’Ucraina, oltre alla formazione della “coalizione dei volonterosi” e ai progetti di armamento dell’Unione.

È questo orientamento, sostanzialmente, il manifestarsi di una volontà “nuova” nei vertici di Bruxelles ad allarmare gli Usa? Si tratta di una mera volontà: il gap tecnologico che separa l’Unione europea dagli Usa e dalla Cina non è tale da poter essere colmato in breve tempo; l’intervento sugli asset russi può essere contrastato da alcuni Stati europei, come, a esempio, l’Ungheria, il cui governo è oggettivamente pro-Russia; meno delineata, in questo senso, la posizione dell’Italia, anche se significativamente defilata rispetto ai “volonterosi”.

Ci troviamo, così, in prospettiva, di fronte a tre Occidenti politici: quello statunitense, quello di un ritorno degli Stati-nazione pre-Seconda guerra mondiale (“l’Europa delle piccole patrie” legata, al massimo, da patti confederali facili da sciogliere se lo richiedono le più diverse opportunità nazionali), quello di un’Unione europea come soggetto politico unitario.

Economicamente, il primo e il secondo sono solidali e costituiscono il mantenimento dello stato di cose presente. Il terzo è soltanto un’intenzione desumibile da numerose dichiarazioni europee, ma da pochissimi fatti.

Imperialismo, risorse e Antropocene

Di fonte a questa prospettiva non stupisce che l’atteggiamento russo verso l’Europa sia speculare rispetto a quello degli Usa: se Elon Musk si augura la “distruzione dell’Europa”, Peskov, numero due del Consiglio di sicurezza russo approva la nuova strategia Usa contro l’Unione europea, il capo del Pentagono Hegseth conferma che gli Usa si concentreranno di più sullo scenario Indo-Pacifico e si impegneranno di meno sullo scenario europeo. Medvedev, vicepresidente del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, sostiene che l’Unione europea va “abolita”.

Come si vede, la logica statunitense-russa, varata a Yalta nel febbraio 1945, si riconferma, al di là della coesistenza pacifica, dell’abbattimento del “Muro di Berlino” e dell’implosione dell’URSS, come continuazione della logica dell’età dell’imperialismo; nell’èra del digitale e dell’antropocène, come in precedenza, le linee di conflitto sono estremamente concrete, oggettive, ma adeguate ai livelli dello sviluppo tecnologico: fonti energetiche e terre rare.

Che le società industriali, tutte, siano “energivore” è facilmente constatabile da parte di chiunque; quanto alle “terre rare” (i quindici lantanidi, con lo Scandio e l’Ittrio) esse sono impiegate nella fabbricazione di smartphone, TV, computer, hard-disk, LED a basso consumo; per magneti nelle turbine eoliche, per motori elettrici di automobili ibride e di automobili elettriche, per pannelli solari; come componenti di laser, per la missilistica, per radar e dispositivi di risonanza magnetica.

È agevole, dunque, comprendere la centralità delle “terre rare” nell’attuale contesa imperialistica. Che non rimanga spazio per la tutela dei “diritti umani” né dei “diritti ambientali” non stupisce: in nessuno dei due “Occidenti” concreti; quanto all’ipotetico Occidente europeo, molto dipende dalla direzione che esso potrebbe prendere se imboccasse una strada alternativa al primo Occidente, e al secondo, da esso patrocinato, configurandosi come unità politica e come green economy.

Il vecchio mondo, quello del primo e del secondo Occidente, come ha scritto Telmo Pievani a proposito del processo di centralizzazione capitalistica che li caratterizza assieme agli altri competitors, “genera come suo esito naturale infami oligarchie e laceranti disuaguaglianze, fomenta guerre imperialiste, svuota le democrazie e […] ci porta dritti al collasso ambientale e climatico” (citato in Emiliano Brancaccio, Le condizioni economiche per la pace, Mimesis, Milano, 2024, p. 103 nota 7).

È da vedere che cosa sarebbe in grado di realizzare il terzo Occidente, se e quando giungesse a concretizzarsi…

Scrive per noi

FRANCESCO INGRAVALLE
FRANCESCO INGRAVALLE
Francesco Ingravalle, già ricercatore di Storia delle istituzioni politiche presso l'Università del Piemonte Orientale, saggista e storico del pensiero e delle istituzioni politiche.