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Il futuro affidato a comunità locali e organizzazioni civiche

| FRANCESCO INGRAVALLE

Tempo di lettura: 12 minuti

Il futuro affidato a comunità locali e organizzazioni civiche
Crescita, ovvero l’Apocalisse: il disvelamento della Modernità nel volume di Saitō Kōhei Il capitale nell’antropocene. Utilizzando un’interpretazione inedita del pensiero di Karl Marx (un Marx “non-marxista”, completamente diverso da quello cui siamo abituati), il filosofo giapponese propone una gestione comune, sostenibile ed equa, della natura come bene comune.

Siamo nell’era in cui la Modernità è messa di fronte alle sue promesse, il cui centro è stato palesato dall’Illuminismo con il motto icasticamente formulato da Immanuel Kant (1724-1804) nel 1784: “Osa servirti della tua propria intelligenza!”

Ben difficilmente il saggio di Kōnigsberg avrebbe potuto riconoscere nella Rivoluzione industriale, avviatasi alla metà del XVIII secolo in Inghilterra, una pratica affine al motto da lui formulato. Eppure aveva già intuito un possibile esito del “rischiaramento”: “nuovi pregiudizi serviranno, al pari dei vecchi, da dande per la grande folla di coloro che non pensano” (Immanuel Kant, Risposta alla domanda: che cosa è l’illuminismo? in I. Kant-Michel Foucault, Che cosa è l’illuminismo, tr. it. Mimesis, Milano, 2012, p. 11). La grande folla che ha bisogno di credere in qualcosa.

Come scrivevano Max Horkheimer e Theodor W. Adorno, “il mito trapassa nell’illuminismo e la natura in pura oggettività. Gli uomini pagano l’accrescimento del loro potere con l’estraniazione da ciò su cui lo esercitano. L’illuminismo si rapporta alle cose come il dittatore agli uomini: che conosce in quanto è in grado di manipolarli” (Dialettica dell’illuminismo, tr. it. di Lionello Vinci, Einaudi, Torino, 1971, p. 17).

Il pregiudizio della crescita continua

Così è stato per il pregiudizio della crescita continua della produzione. Se davanti agli dèi, secondo il mito, “si afferma solo chi si sottomette senza residui”, così davanti alla razionalità produttiva del capitalismo che si sta sviluppando nel secolo dei Lumi si afferma soltanto chi si sottomette senza residui e crede, contro ogni documentata evidenza, che soltanto la crescita della produzione possa dare agli esseri umani prosperità e felicità. Il capitalismo industriale approda a configurare, oggi, una nuova era nella storia della specie umana, l’era dell’Antropocene.

Nel 2022 Daniele Conversi definisce così la nuova epoca nella quale stiamo entrando: “L’impatto [dell’attività umana] è diventato talmente pervasivo da alterare non soltanto l’atmosfera, ma anche la stessa superficie e stratigrafia del pianeta” (Cambiamenti climatici. Antropocene e politica, Mondadori, Milano, 2022, p. 33).

La razionalità strumentale dell’industrializzazione è diventata reale trasformazione della realtà. Ventidue anni prima, il premio Nobel per la chimica Paul J. Crutzen (1933-2021) e dal biologo Eugene F. Stoermer  (1934-2012) coniarono il termine “Antropocene” per indicare questa nuova epoca, l’epoca di un effetto sconvolgente sulla biosfera: acidificazione degli oceani, profonde modifiche nel ciclo idrologico prodotte dallo sfruttamento industriale dei suoli, crescente scarsità globale dell’acqua dolce, diffusione di aerosol che altera il clima e la salute umana, diffusione di pandemie dovute alla eccessiva vicinanza tra esseri umani e fauna selvatica prodotta dalla deforestazione e dall’espansione dei centri abitati, inquinamento dovuto a una varietà di prodotti chimici (metalli pesanti, plastica, elementi radioattivi con dannosità a lungo termine, riduzione della fascia di ozono nella stratosfera).

La “grande accelerazione”

Nel 1972 era stata pubblicata un’indagine commissionata al MIT dal Club di Roma intitolata The Limits to Growth (tr. it. I limiti della crescita, Mondadori, Milano, 1972, rist. Lu.Ce, 2018), il cui messaggio, tratto da una vasta documentazione scientifica, era chiaro: le risorse naturali non sono illimitate, né illimitatamente rinnovabili, e stanno esaurendosi per effetto del progresso tecnologico.

La “grande accelerazione” che ci ha portato fino a questo punto è stata determinata dall’avvento dei consumi di massa, un’era iniziata con l’espansione del modello economico statunitense dopo il 1945 (come rilevato da John R. McNeill e Peter Engelke, La grande accelerazione, 2016, tr. it.  Einaudi, Torino, 2018).

Questi sono i risultati concreti della crescita dovuta all’economia capitalistica in cui il valore d’uso dei beni è stato interamente subordinato al loro valore di scambio, la loro utilità al profitto che ne ricavano e che investono nella produzione dei beni stessi.

La crescita è stata paradossalmente (ma il paradosso è soltanto apparente) accompagnata da un aumento globale della povertà e dalla progressiva concentrazione della ricchezza nelle mani di pochissimi. Degrado climatico e ambientale, configurazione sempre più oligarchica dei rapporti economici e sociali rafforzati dalla “svolta cibernetica” dell’economia capitalistica (l’economia del “Nord del mondo”).

In merito alla oligarchizzazione crescente dei rapporti economici e sociali, come ha scritto Renato Curcio, ne è causa “non una tecnologia, non le big tech, non l’intelligenza artificiale, ma un modo di produzione, una formazione sociale, nel suo indissolubile insieme”, cioè il modo di produzione capitalistico (Renato Curcio, Il capitalismo cibernetico. Dopo il panottico, oltre la sorveglianza, Sensibili alle Foglie, Roma, 2022).

Come rilevato da Naomi Klein (Il mondo in fiamme. Contro il capitalismo per salvare il clima, Feltrinelli, Milano, 2019), è il modo capitalistico di produzione la causa prima di un fatto, per lo meno inquietante: “la civiltà creata dall’essere umano si trova di fronte a una crisi in cui è in gioco la sua stessa sopravvivenza” (Saitō Kōhei, Il capitale nell’antropocene, tr. it. Einaudi, Torino, 2024).

Soluzioni che distolgono lo sguardo dalla gravità della crisi ambientale

Su questo “fatto” convergono le indagini critiche di Saitō Kōhei, il quale utilizza un’interpretazione inedita del pensiero di Karl Marx, un’interpretazione che deriva dalla valorizzazione di scritti postumi in grado di gettare nuova luce su opere edite, come Il capitale.

L’opera è articolata in otto capitoli:

1. Cambiamento climatico e modello di vita imperiale;

2. I limiti del modello keynesiano applicato al clima;

3. La scommessa della decrescita nel sistema capitalista;

4. Marx nell’antropocene;

5. Accelerazionismo: una fuga dalla realtà;

6. La scarsità del capitalismo, l’abbondanza del comunismo;

7. Il comunismo della decrescita salverà il mondo;

8. La leva della giustizia climatica.

“Cosa state facendo per contrastare il riscaldamento globale? Avete comprato la vostra sporta riutilizzabile per usare meno sacchetti della spesa? Andate in giro con la vostra borraccia personale per non dover comprare bevande in bottiglie di plastica? Adesso ce l’avete, una vettura elettrica? Diciamolo chiaramente. Tutte queste buone intenzioni non portano a niente. Al contrario, possono addirittura recare danno” (p. 3).

Gli obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dalle Nazioni Unite e promossi dai governi e dalle grandi aziende di tutto il mondo sono in tutto e per tutto una “versione aggiornata” dell’“oppio per il popolo” (come Marx chiamava la religione): essi distolgono lo sguardo dalla gravità della crisi ambientale, in quanto concretamente non sono efficaci; e non lo sono perché sono innestati in una logica di profitto che privilegia il valore di scambio dei beni rispetto al valore d’uso. In effetti, la ragione prima fondamentale della crisi climatica è il capitalismo; dalla Rivoluzione industriale assistiamo a un forte incremento dell’anidride carbonica.

Il sovrasviluppo produce sottosviluppo

Per analizzare “in che modo capitale, società e natura sono interconnessi all’interno dell’antropocene” (p. 6), l’Autore scopre “un aspetto completamente nuovo del pensiero di Marx rimasto dormiente per centocinquant’anni.” Il nesso emergente fra sviluppo capitalistico e crisi climatica è difficilmente contestabile: dato che crescita industriale e aumento della produzione di anidride carbonica vanno di pari passo, l’unica possibilità di obiettare sarebbe il dire che la crisi climatica si è prodotta, ma non sappiamo dire né il perché, né i perché.

La crisi climatica impatta soprattutto, fino a un certo momento, sul Sud del mondo; “senza lo sfruttamento della forza lavoro del Sud globale, senza l’appropriazione delle sue risorse naturali, non vi potrebbe essere agiatezza per le nostre vite” (p. 16) che dipende dallo sviluppo capitalistico. Uno sviluppo che procede per “esternalizzazione”: viene creato “costantemente un altrove, facendo in modo che tutti i costi convergano su di esso. È solo facendo così che le nostre società hanno potuto prosperare” (p. 19).

Diffondendosi in questo modo, l’economia capitalista determina, da un lato, il sovrasviluppo dei paesi avanzati e, dall’altro, il sottosviluppo dei paesi periferici. Un esempio: i paesi produttori dell’olio di palma – economico e resistente all’ossidazione – come Indonesia e Malesia, sono stati disboscati per fare posto alla palma da olio. Disboscare equivale a far aumentare, nell’atmosfera, a livello locale e globale, il tasso di anidride carbonica.

Una vita comoda e a prezzo relativamente basso implica lo sfruttamento e il danneggiamento delle periferie degradate dall’estrazione di risorse o dallo smaltimento di rifiuti. Il capitale, che punta a un incremento continuo del valore, porta a un “consumo definitivo della periferia”. Questo “consumo definitivo” impedisce di trovare altre periferie ove dirottare le ricadute negative dell’espansione capitalistica: il nostro mondo non è infinito.

L’altrove si sta esaurendo

È stato Marx, per primo, a osservare che il capitalismo dirotta altrove le sue contraddizioni, ma, se l’altrove è esaurito, si profila la crisi decisiva del capitalismo. Oggi l’altrove si sta esaurendo. Ma dalla crisi del capitalismo, con migliaia e migliaia di esseri umani che cercano rifugio da guerre e crisi climatica nel centro della ricchezza, non è detto che esca un mondo migliore. Nella storia non c’è alcun automatismo. Tuttavia, prima del capitalismo, potrebbe essere la Terra a finire.

È efficace il Green New Deal? Si chiede l’Autore. Uno degli aspetti più celebrati di questo complesso progetto è l’economia basata sugli strumenti informatici, presentata come dematerializzazione dei processi produttivi; ma “la produzione di computer e server, nonché il loro funzionamento, richiedono il consumo di enormi quantità di energia e risorse naturali” (p. 75). La crescita economica, in tutte le sue forme, è responsabile della crisi climatica. Per evitare il peggio – non per tornare indietro – occorre la decrescita (p. 77), vale a dire il principio inverso rispetto al principio-cardine dell’economia capitalistica. Numerose sono state le ipotesi di un capitalismo “umano”, o “eco-compatibile” o “sostenibile” sollevate dagli economisti in tempi recenti (e l’Autore le passa in rassegna tutte, nel cap. 2); ma un capitalismo “umano”, o “eco-compatibile”, o “sostenibile” è solo un capitalismo senza crescita; cioè non è capitalismo.

Occorre riabilitare Marx critico del capitalismo. Non è, però, il Marx che conosciamo dal Manifesto del Partito Comunista del 1848 e dal libro I del Capitale, oltre che dall’immensa esegesi marxista. Il Marx che, nel 1868 studia le scienze naturali e che, negli anni Settanta studia i modi di produzione che precedono il capitalismo alla ricerca di un “bene comune” che lo sviluppo capitalistico ha cancellato. Un Marx “non-marxista”, un Marx che non ha influito minimamente sullo sviluppo del “socialismo scientifico”: il Marx critico del progresso industriale; un Marx il cui interesse per le società capitalistiche ricorda il quadro tracciato da Werner Sombart in Il capitalismo moderno, libro I, sezione I, capitolo 4: non vengono prodotti valori di scambio, ma esclusivamente beni di consumo, oggetti qualitativamente differenti l’uno dall’altro. Di contro, il soggetto capitalistico è lo spirito di Faust, di cui Goethe ha scritto: “lo porta lontano una continua agitazione”; l’agitazione della spinta al profitto, la cui scala di misurazione, meramente aritmetica, va all’infinito. Così facendo, essa distrugge il finito.

Recuperare l’idea della Terra come bene comune

Siamo stati abituati a leggere Marx come un pensatore secondo il quale “la modernizzazione portata dal capitalismo, in ultima analisi, libererà l’uomo” (p. 123), sia pure a prezzo di una rivoluzione sociale. Un Marx che, concependo la storia come progresso, incardina la propria previsione del futuro umano sulla base del primato della produzione e, quindi, in una visione inevitabilmente eurocentrica – dato che l’industrializzazione è una creazione europea che si è posta come “maestra” per l’intero mondo. Il capitalismo europeo è progresso e, ovunque si realizzi pienamente, per effetto delle proprie contraddizioni interne, aprirà la strada al comunismo, alla società senza classi, alla realizzazione del “bene comune”.

Questa posizione è stata smentita dalla storia del XX secolo, com’è noto.

Quando Marx legge, tra il 1865 e il 1866, la critica dell’ “agricoltura di sovrasfruttamento” sviluppata da Justus von Liebig (1803-1873) in Der organische Chemie in ihrer Anwendung auf Agricultur und Physiologie [La chimica organica nella sua applicazione all’agricoltura e alla fisiologia]del 1862, vi trova una critica che poggia su un preciso concetto: “ La vita dell’essere umano su questo pianeta prevede un continuo intervento sulla natura per produrre innumerevoli cose, consumarle e poi disfarsene. Marx chiama tale interazione circolare ‘ricambio organico tra uomo e natura’” (p 127).

Sicché, nella sua interazione con la natura, “l’essere umano assorbe dentro di sé numerose sostanze che poi espelle in un continuo processo circolare che è l’unica modalità che gli è concessa per poter continuare a vivere su questa terra. È anzi la condizione imposta dalla biologia, storicamente immutabile, per la sua sopravvivenza” (p. 127). Questa è una “teoria metabolica”, inserita da Marx nel Capitale nel quale, non a caso, la Terra è un bene comune. Un bene comune che può essere recuperato facendo prevalere il valore d’uso dei beni sul loro valore di scambio al momento di rispondere alle domande “Che cosa produrre?” e “Come produrre?”.

La deforestazione porta al collasso

Nel ricambio organico uomo-natura, l’economia capitalistica crea una frattura insanabile: come scrive Liebig – citato da Marx – “Le energie della terra vengono dissipate e questo sperpero viene esportato mediante il commercio molto al di là dei confini del proprio paese.” Come ben sa il “Sud del mondo”, si potrebbe aggiungere, oggi.

Marx si sprofonda in studi di scienze naturali, come si è detto, e, sulla base di un lavoro del botanico e agronomo Karl Fraas (1810-1875) intitolato Klima und Pflanzenwelt in der Zeit [Clima e mondo delle piante nel tempo] scopre, nel 1868, che l’abbattimento delle foreste influenza gravemente l’attività agricola e porta al collasso le culture, come è accaduto in Mesopotamia, in Egitto e in Grecia.

La rottura del ricambio organico uomo-natura è opera della dialettica negativa del capitalismo. Se è così, la storia non è progresso costante, graduale o per rotture rivoluzionarie, nota Marx; essa, piuttosto, è una corsa cieca alla crescita produttiva su basi capitalistiche e, quindi, “essa non aprirà la strada all’avvento del socialismo” (p. 134). Si può dire che qui si interrompa il filo che ha legato fin qui il pensiero di Marx alla filosofia della storia di Hegel; progresso graduale e progresso per rottura rivoluzionaria potevano stare entrambe all’interno del paradigma che vedeva nella storia la piena realizzazione dell’essenza umana; qui, invece, Marx contesta l’assunto stesso della storia come progresso, mettendo in questione non soltanto la filosofia della storia hegeliana, ma la coeva filosofia positivistica della storia, il modello elaborato da Kant in Idee per una storia universale in prospettiva cosmopolitica (1784) fino a coinvolgere la prospettiva del De dignitate et augmentis scientiarum di Francis Bacon (1623) e sviluppando la prospettiva del soggetto organizzato (il Partito, la cui immagine cambia dal Manifesto agli scritti degli anni Sessanta-Settanta) in grado di imprimere svolte concrete alla storia.

La creazione di scarsità e di miseria

Come rilevato da Saitō Kōhei, Marx inizia a occuparsi delle comunità precapitalistiche germaniche e russe (di queste ultime, il sistema di proprietà collettiva della terra, il mir) ed entra in contatto, anche a questo scopo, con Vera Zalulich (1849-1919), già esponente del movimento populista russo. In una lettera del 1881 divenuta assai celebre anche grazie alla raccolta curata da Maurice Godelier, Marx-Engels-Lenin, Sulle società precapitalistiche, Feltrinelli, Milano, 1970, Marx afferma che “lo sviluppo delle comuni esistenti sulla loro base attuale costituisce l’occasione per l’avvento del comunismo” (p. 140). È possibile, dunque, attuare il comunismo (cioè, la realizzazione del bene comune) senza passare attraverso la fase capitalistica, anche se questo sviluppo dovrà essere integrato, successivamente, dalle rivoluzioni europee che avverranno su altra base economico-sociale.

Il pascolo libero accessibile a tutti del tardo Medio-Evo e degli inizi dell’età moderna evitava che “le terre fertili venissero monopolizzate solo da alcuni e che la ricchezza fosse concentrata in poche mani” (p. 146). Il monopolio ebbe come conseguenza effettiva, invece, una creazione di scarsità e di miseria presso il maggior numero con il quale inizia la storia del capitalismo.

L’attuazione del bene comune comporta l’uguaglianza sociale – “a ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue capacità”, come sintetizzerà Marx nella Critica del programma di Gotha del 1875, in rapporto al ricambio organico uomo-natura. È noto che il capitalismo inizia, in Inghilterra, con la sottrazione violenta delle terre comuni coltivate dei villaggi per trasformarle in pascoli.

La crescita crea scarsità

Marx, a partire dalla fine degli anni Sessanta, almeno, è alla ricerca di una gestione comune e sostenibile della natura come bene comune. Quindi, “la stabilità delle società comunitarie, senza crescita economica, favorisce la strutturazione di un metabolismo sostenibile ed equo tra esseri umani e natura” (p. 155). Si tratta di un “comunismo della decrescita” come nuovo nucleo essenziale dell’anticapitalismo marxiano. Sotto questo profilo, tutte le forme di accelerazionismo “di sinistra”, vale a dire ogni idea che aumentando la velocità della crescita investendo nelle energie rinnovabili sono fughe dalla realtà della frattura capitalistica del rapporto organico uomo-natura; da questa frattura nasce la crisi climatica (si veda, soprattutto, per intero il cap. 5), che non si attua soltanto attraverso l’uso di fonti energetiche fossili, ma, anche attraverso il progetto di accelerare la crescita, l’ideologia socialmente condivisa della crescita. Crescita sempre più rapida è l’orientamento essenziale del capitalismo, come già aveva riconosciuto Werner Sombart.

La crescita aggrava la frattura e la frattura trasforma la misurata abbondanza dei beni comuni in scarsità artificialmente prodotta dalla crescita economica e dal consumismo che genera, non soltanto nel “Sud del mondo”, ma anche nelle metropoli l’incremento della povertà e dell’indebitamento individuale che ne consegue.

Quanto al “soggetto politico” che potrebbe essere il portatore dell’alternativa al capitalismo, l’Autore lo individua (capitoli 7 e 8) nello sviluppo di comunità e organizzazioni civiche che stanno muovendo, come le Fearless Cities, le “città senza paura”. Una complessa realtà localistica, ancora allo “stato nascente”. Ma se non si prende questa strada, si rischia di prendere una strada che, acuendo le contraddizioni sociali che la crisi climatica sollecita, tanto nel “Sud globale”, quanto nelle periferie delle metropoli, prospetta un futuro per lo meno inquietante.

Nota bio-bibliografica

Saitō Kōhei è nato a Tokyo il 31 gennaio 1987.

Professore associato di Filosofia all’Università di Tokyo, è membro del comitato per la nuova edizione delle opere complete di Karl Marx e Friedrich Engels (Marx-Engels-Gesamtausgabe). Ha conseguito il dottorato di ricerca all’Università Humboldt di Berlino.

Si occupa di ecologia ed economia politica da un angolo visuale legato al pensiero di Marx.

Presso “The New Institute” è presidente del programma “Oltre il capitalismo: economia di guerra e pianificazione democratica (anno accademico 2024-2025)”.

Ha conseguito il Deutscher Memorial Prize.

Tra le sue opere: L’ecosocialismo di Karl Marx (2017), tr. it.  Castelvecchi Editore, Roma, 2023; Slow Down. How Degrowth Communism Can Save The Earth, Orion Publishing, 2025.

Si veda l’intervista di Marianna Usuelli Kōhei Saitō, il filosofo che ha ribaltato l’interpretazione della dottrina di Karl Marx apparsa in “Altreconomia”, 8 gennaio 2024.

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FRANCESCO INGRAVALLE
FRANCESCO INGRAVALLE
Francesco Ingravalle, già ricercatore di Storia delle istituzioni politiche presso l'Università del Piemonte Orientale, saggista e storico del pensiero e delle istituzioni politiche.