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India, Cina e Russia: attori di un nuovo ordine in un mondo di disuguaglianze?

| FRANCESCO INGRAVALLE

Tempo di lettura: 9 minuti

India, Cina e Russia: attori di un nuovo ordine in un mondo di disuguaglianze?
Perché rileggere oggi i testi di Karl Marx-Friedrich Engels su India, Cina, Russia. Le premesse per tre rivoluzioni (1853-1895). Tre economie capitalistiche (tre volti del relativamente variegato capitalismo “orientale” che si oppone al capitalismo occidentale, meno variegato) in nome dello stesso pratico obiettivo (tutelare e accrescere le disuguaglianze sociali) propongono un nuovo ordine mondiale. Se sarà più “polemogeno” del vecchio bipolarismo dipenderà dalle politiche di Cina e Russia, ma resta l’incognita dell’esca che accende le guerre: le diseguaglianze economiche.
Rileggere i classici: perché è utile per noi

“Quello che è realmente possibile inizia con il seme in cui giace quello che avverrà. Quello che vi è prefigurato tende a svilupparsi, ma, naturalmente, non come se esso fosse già posto in un microscopico spazio” (Ernst Bloch, Die Schichten der Kategorie Mōglichkeit, in Das Prinzip Hoffnung, 1954-1959, Aufbau Verlag, Berlin, 1954-1959, tr. it. (qui modificata) di Chiara Musolino Gli strati della categoria della possibilità. Il capitolo 18 del Principio Speranza, Edizioni ETS, Pisa, 2022, p. 113).

Un’immagine stereotipa (risalente a illustri interpreti della Seconda Internazionale) della concezione materialistica della storia sviluppata da Karl Marx e Friedrich Engels ce la presenta come una visione della storia quale necessario sviluppo dell’economia capitalista, come necessario suo crollo e come necessario avvento del comunismo.

L’aggettivo necessario indica un movimento che non può e non potrà essere diverso da come esso è e da come esso sarà. Recenti reinterpretazioni del pensiero di Marx hanno distinto fra il Marx del Manifesto del Partito Comunista del 1848 e il Marx degli anni successivi al 1857: teorico dello sviluppo storico come necessità il primo, dello sviluppo storico come possibilità il secondo (vedere i lavori di Marcello Musto, almeno L’ultimo Marx. Biografia intellettuale 1881-1883, Donzelli, Roma, 2023 e l’introduzione a Karl Marx, Introduzione alla critica dell’economia politica, Quodlibet, 2023).

Si risveglia il “desiderio di comunità”

Nel 1976 è uscita in seconda edizione (dopo la prima edizione del 1970) – a cura di Bruno Maffi (1909-2003) – la raccolta dei più rilevanti interventi di Marx e di Engels su India, Cina e Russia e sull’effetto che su economie non capitalistiche aveva l’espansione del capitalismo (ristampata, sempre da Il Saggiatore, nel 2008).

Nelle economie precapitalistiche non si produce per lo scambio e, in linea di massima, il produttore è anche proprietario dei mezzi di produzione, mentre l’economia capitalistica presuppone la separazione del produttore dalla proprietà dei mezzi di produzione.

Quello che Marx ed Engels descrivono è come il commercio capitalistico abbia abbattuto “quelle piccole isole primitive di un solidarismo protocomunista che erano le comunità di villaggio indiane, le unità domestico-patriarcali cinesi, più tardi le comuni agricole e le cooperative artigiane in Russia, tutte fondate sull’assenza di proprietà terriera privata e personale e sull’appropriazione collettiva, in varia forma, del prodotto di un’attività consociata”.

Piccole isole primitive incastonate, va ricordato, nelle sovrastrutture del “dispotismo orientale”, ma in grado di perpetuare “il cordone ombelicale che legava l’individuo al grembo materno di una piccola, ma equilibrata famiglia umana” (B. Maffi, Prefazione a K. Marx-F. Engels, India Cina Russia. Le premesse per tre rivoluzioni, Il Saggiatore, Milano, 1976, pp. 14-15).

Proprio ora che, nell’età dell’antropocene, si risveglia il “desiderio di comunità” di fronte alle distruzioni perpetrate dall’imperialismo (i massacri in Ucraina e a Gaza) è opportuno riflettere sulla logica concreta del capitalismo come forza espansionistica, cioè come imperialismo, e sulle modalità con le quali esso si è sviluppato.

Nessuna pietà per vecchi, donne e bambini

Modalità che, a un certo grado dello sviluppo dei rapporti economici, diventano modalità militari; come recita un vecchio detto inglese: “Trade follows the Flag” facilmente reversibile in “Flag follows the trade”. A questo punto, non c’è misericordia per vecchi, donne e bambini: tutto viene travolto da una furia distruttrice che vuole fare spazio non soltanto alla ferocia, ma soprattutto a profittevoli ricostruzioni delle infrastrutture distrutte. È già accaduto e, come constatiamo, sta accadendo nuovamente. Mai, da quando esistono, gli organismi internazionali sono stati in grado di bloccare una violenza organizzata che è soltanto l’apice politico-militare di forze economiche: sono stati strutturati, infatti, dopo il 1945, in modo tale da non poterlo fare e da funzionare unicamente come ulteriore arena diplomatica per gli Stati usciti vincitori dalla Seconda Guerra mondiale.

Capitalismo e crimini contro l’umanità vanno di pari passo: un’utile raccolta di dati si può leggere in Il libro nero del capitalismo, Net, 2006, per la storia interna del capitalismo e in Noam A. Chomsky, Anno 501 la conquista continua. L’epopea dell’imperialismo dal genocidio coloniale ai nostri giorni, Gamberetti Editrice (Roma, 1993) per la storia internazionale.

Perché rileggere gli scritti su India, Cina e Russia di Marx ed Engels oggi? Oggi che, come scrive Alessia De Luca in “ISPI Newsletter” del 2 settembre 2025, “a Tianjin i leader di Cina, Russia, India rivendicano un “vero multilateralismo” e delineano le prospettive di un nuovo ordine globale”? Un nuovo ordine globale che sostituisca l’ordine globale uscito dalla Seconda guerra mondiale, dopo l’interregno iniziato nel 1991 e protrattosi fino a oggi, promanerebbe proprio da quelle realtà che, nel XIX secolo, rappresentavano il passato rispetto all’economia capitalista. Un nuovo ordine mondiale interamente intessuto da economie capitalistiche: capitalismo organizzato da un Partito, in Cina, tecno-capitalismo oligarchico in Russia e India; economie capitalistiche nate da rivoluzioni proletarie (Russia e Cina) o dall’importazione di moduli tecno-capitalistici (India), tutte rigorosamente basate sulla separazione fra produttori e mezzi di produzione e sulla concentrazione della ricchezza in poche mani.

“L’ipocrisia e l’intrinseca barbarie della civiltà borghese”

Come stavano le cose agli occhi di osservatori occidentali, quali erano Marx ed Engels, nella seconda metà del XIX secolo, nell’epoca del nascente imperialismo?

Nel “New York Daily Tribune” del 25 giugno 1853 Marx traccia un quadro intitolato La dominazione britannica in India: “L’Inghilterra […] ha abbattuto l’intera impalcatura della società indiana senza che, per ora, nessun sintomo di rigenerazione appaia” (p. 72). Precisamente, “il vapore e la scienza britannici sradicarono sull’intera superficie dell’Indostan la combinazione fra industria agricola e industria manifatturiera” (pp. 74-75).

Venne distrutto il cosiddetto sistema di villaggio: “È questa l’unica rivoluzione sociale che l’Asia abbia mai conosciuto” (p. 76). Sembra che, in India, l’Inghilterra abbia una doppia missione da compiere: “demolire l’antica società asiatica, e gettare le basi materiali della società occidentale in Asia” (I risultati futuri della dominazione britannica in India (1853) p. 112).

Una volta introdotti i mezzi di trasporto in un paese che possiede carbone e ferro, non gli si può impedire di fabbricarli sul posto. La creazione di reti ferroviarie richiede attrezzature indispensabili per i bisogni immediati della locomozione a vapore: di qui “deriverà l’applicazione della macchina alle branche industriali non direttamente connesse alle ferrovie” (p. 115). Il sistema ferroviario diventerà il battistrada dell’industria moderna, ma non in modo indolore: “La profonda ipocrisia, l’intrinseca barbarie della civiltà borghese ci stanno dinanzi senza veli, non appena dalle grandi metropoli, dove esse prendono forme rispettabili, volgiamo gli occhi alle colonie, dove vanno in giro ignude” (p.117).

In India le difficoltà furono superate convertendo con la forza una parte delle comunità autosufficienti su cui si reggeva l’economia dell’Indostan in pure e semplici farms riservate alla coltura del papavero, del cotone, dell’indaco, della canapa e di altre materie prime da scambiare contro prodotti finiti britannici.”

Il capitalismo destabilizza l’ordine sociale

Quello che è accaduto, in termini di barbarie sociale (si veda F. Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra, 1845), con la prima rivoluzione industriale, riaccade nelle colonie. Lo sviluppo di una forza antagonistica allo sfruttamento è possibile, dunque, non necessaria.

In un articolo sulla Cina pubblicato nella “Neue Rheinische Zeitung” del 2 marzo 1850 e intitolato redazionalmente Grande muraglia e cotonerie inglesi Marx scrive: “La sovrappopolazione in lento ma regolare progresso aveva già da tempo reso soffocanti, per la grande maggioranza di quella nazione, i rapporti sociali. Vennero gli Inglesi e si aprirono con la forza il libero scambio con cinque porti cinesi. Migliaia di navi salpavano dall’Inghilterra e dall’America verso la Cina, e questa in breve fu sommersa da manufatti britannici e americani. L’industria cinese, poggiante sul lavoro manuale, soccombette alla concorrenza della macchina, l’incrollabile Impero di Mezzo subì una crisi sociale profonda. Le tasse non entravano più. Lo Stato giunse alla soglia del fallimento, la popolazione in massa precipitò nel pauperismo, esplose in violente rivolte, malmenò e uccise numerosi mandarini e bonzi” (p. 37).

Così continua Marx: “Dalla plebe in tumulto, qualcuno si levò a denunciare la miseria degli uni e la ricchezza degli altri e a chiedere una ridivisione della proprietà, anzi, l’abolizione completa della proprietà privata” (p. 38). E aggiunge: “È pur sempre un fatto, almeno, che in otto anni le balle di cotonerie della borghesia britannica abbiano portato l’impero più antico e solido del mondo alla vigilia di un sovvertimento sociale, i cui risultati avranno comunque, per la civiltà, un’importanza immensa” (p. 38). Proprio nel 1850 scoppiò la rivolta dei T’ai-p’ing (si veda la nota di Maffi alle pp. 50-51).

Il capitalismo destabilizza l’ordine sociale: “In Europa, dall’inizio del secolo scorso – aggiunge Marx – non vi è stata rivoluzione seria che non fosse preceduta da una crisi commerciale e finanziaria. Ciò vale per la rivoluzione nel 1789 non meno che per quella del 1848.” Ma non è scritto nel “libro del Destino” che il capitalismo, a sua volta, sia distrutto da una rivoluzione sociale e lo dimostrano proprio i moti del 1848: è possibile, non necessario.

Le possibilità, non le necessità della storia

A proposito della Russia Engels scrive (in Savoyen, Nizza und der Rhein, gennaio 1860): “L’evoluzione agricola e industriale promossa in tutte le maniere dal governo e dalla nobiltà è giunta al punto di rendere intollerabili le condizioni sociali esistenti.” In particolare, si legge in un articolo pubblicato da “Volkstaat”, 16, 18 e 21 aprile 1875, l’abolizione della servitù della gleba ha finito per gettare nella miseria la gran massa dei contadini: proprietà troppo piccole per vivere di esse, le terre acquisite attraverso lo Stato li hanno coperti di debiti, l‘imposta fondiaria – dalla quale la nobiltà era quasi esente- e le tasse che le province e i distretti riscuotono dopo la riforma dell’amministrazione locale li hanno costretti in condizioni disperate; inoltre le finanze statali sono in completa rovina, ogni nuovo prestito pubblico incontra difficoltà crescenti, la burocrazia è corrotta e la grande proprietà fondiaria a corto di forza-lavoro. In questo quadro le forme produttive comunitarie (come l’artel) fondate sulla responsabilità solidale dei membri verso lo Stato e verso terzi stanno tramontando, non disponendo dei capitali necessari a continuare a esistere. Di questa crisi si nutre la grande industria”.

Non è storicamente necessario che l’economia comunitaria tramonti, ma per sopravvivere essa deve svilupparsi in forme nuove, deve evolvere. Se essa non evolverà e “se la Russia continua a battere il sentiero sul quale dal 1861 ha camminato, perderà la più bella occasione che la storia abbia offerta a un popolo, e subirà tutte le peripezie del regime capitalistico” (Possibilità teoriche e premesse storiche del passaggio dalla comune al comunismo superiore, lettera di Marx alla redazione di “Otečestvennye Zapiski”, fine del 1877). In un abbozzo di lettera alla populista russa Vera Zasulič (1849-1919), Marx precisa che “l’analisi data nel Capitale non fornisce ragioni né pro né contro la vitalità della comune rurale, ma […] la comune è il punto d’appoggio della rigenerazione sociale in Russia” (p. 304).

La comune può generare il “comunismo superiore” e Marx cita (p. 306), non a caso Lewis Henry Morgan (1818-1881) il quale nel suo libro Ancient Society or Researches in the Lines of Human Progress from Savagery, through Barbarism, to Civilization (1877, tr. it. e introduzione di Alessandro Casiccia, con uno studio di Mario de Stefanis, Feltrinelli, Milano, 1970, rist. 1981, con il titolo La società antica. Le linee del progresso umano dallo stato selvaggio alla civiltà) ha sostenuto che “il sistema nuovo sarà una rinascita in una forma superiore di un tipo arcaico”. Peraltro Engels osserva (in una lettera a Daniel’son del 22 settembre 1892): “Nel 1892 la Russia non potrebbe esistere come paese puramente contadino e la sua produzione agricola dev’essere completata da una produzione industriale” (p. 339).

La libertà per tutti poggia sulla libertà di tutti dal bisogno

E ora?

L’India, indipendente, com’è noto, dal 1947, è stata guidata sulla strada della modernizzazione capitalistica dal Partito del Congresso proseguita e radicalizzata da Narendra Modi dal 2019.

La Cina è divenuta potenza industriale per gradi con la svolta di Mao Tse Tung (il “Grande Balzo”), ma, soprattutto, con la svolta della svolta compiuta da Deng Xiaoping che realizza il capitalismo di partito completo.

La Russia divenne potenza industriale con il “socialismo reale” degli anni Trenta del XX secolo che creò un capitalismo di partito la cui dissoluzione ha lasciato padroni della scena pochi capitalisti (gli “oligarchi”).

Tre volti del – relativamente variegato – capitalismo “orientale” che si oppone al capitalismo occidentale (meno variegato) in nome dello stesso pratico obiettivo (al di là dei discorsi ufficiali): tutelare e accrescere le disuguaglianze sociali e la gestione oligarchica della ricchezza prodotta con lo sfruttamento della forza-lavoro. Ma non è detto che un nuovo bipolarismo, quale quello che potrebbe derivare dai possibili accordi del nuovo multilateralismo di Tianjin, possa essere più polemogeno del vecchio bipolarismo di Yalta: molto dipenderà dalle politiche che Russia e Cina, soprattutto, realizzeranno in Africa e dal peso che l’ipotetico nuovo blocco potrebbe avere nel Medio-Oriente.

Le esche polemogene, tuttavia, nella politica mondiale, continuano a essere le diseguaglianze economiche che, accrescendosi, minacciano ogni stabilità meramente diplomatica che si riesca a raggiungere.

Non esiste libertà per tutti che non poggi sulla libertà dal bisogno di tutti; una libertà, questa, che, dato il livello globale delle disuguaglianze, deve essere socialmente pianificata; dunque, come scriveva nel 1942 Otto Neurath (1882-1945), “sembra essere nostro interesse pratico […] studiare con la maggiore cura possibile il problema della ‘pianificazione della libertà” (Pianificazione internazionale per la libertà in O. Neurath, L’utopia realmente possibile, Mimesis, Milano, 2016, p. 78).

Scrive per noi

FRANCESCO INGRAVALLE
FRANCESCO INGRAVALLE
Francesco Ingravalle, già ricercatore di Storia delle istituzioni politiche presso l'Università del Piemonte Orientale, saggista e storico del pensiero e delle istituzioni politiche.