La parabola del vignaiolo

Arthur Cecil Pigou, economista inglese, nato nel 1877, allievo, nell’Università di Cambridge, di Alfred Marshall (1842-1924) nel 1912 scrisse la sua principale opera, Ricchezza e benessere, di cui pubblicò varie riedizioni col titolo Economia del benessere, a partire dal 1920. Fra le altre sue opere si può ricordare L’economia dello stato stazionario, pubblicata nel 1935 in piena crisi economica, in un tempo che assomiglia sotto molti aspetti a quello odierno. Fu uno dei primi sostenitori dell’imposta sul reddito e dell’intervento dello stato per correggere i “fallimenti del mercato”, fonti di diseconomie esterne, di danni e costi per alcuni soggetti economici in seguito all’operare, anche se lecito, di altri soggetti economici.

Nessuno agisce da solo
Vale la pena di ricordare Pigou in un tempo in cui le sue anticipazioni non solo trovano conferma, ma possono farci comprendere meglio quello che ci aspetta. Il contributo di Pigou alla “economia del benessere” si può così riassumere: nella vita economica le azioni di ogni soggetto economico non sono isolate, ma influenzano, nel bene e nel male, altri soggetti economici circostanti, “esterni”, e da questi stessi sono influenzati. Se una fabbrica sta vicina ad altre (si pensi ai poli industriali) ne trae vantaggio perché tutte mettono in comune servizi, strade, aeroporti e ciascuna trae beneficio da questa integrazione; le economie integrate però possono anche essere fragili proprio perché dipendono l’una dalle altre. D’altra parte ogni attività di un soggetto economico può provocare “diseconomie esterne”, cioè danni e costi ai soggetti economici vicini.

Monetizzare il danno?
Immaginiamo un soggetto economico, un vignaiolo, che produce uva, un bene utile, e che, vendendola, guadagna diciamo 100 lire all’anno; un giorno accanto alla vigna si insedia una fabbrica di scarpe, in modo del tutto legittimo, anzi lodevole perché produce una merce, le scarpe, di cui c’è bisogno e fa lavorare gli operai e assicura benessere alle loro famiglie. Però dal camino della fabbrica escono dei fumi che ricadono sulla vigna vicina e danneggiano l’uva al punto che il vignaiolo, dopo l’arrivo della fabbrica, guadagna soltanto 50 lire all’anno. Il vignaiolo va dal fabbricante di scarpe e gli chiede un risarcimento per il danno subito. A questo punto possono succedere varie cose. Il fabbricante tira fuori dalle sue tasche le 50 lire perdute dal vignaiolo e il vignaiolo ritorna a guadagnare 100 lire all’anno ed è contento. Il fabbricante di scarpe può continuare ad inquinare (e la natura non è contenta) ma guadagna di meno e deve recuperare i soldi dati al vignaiolo; può farlo aumentando il prezzo delle scarpe, che vengono a costare di più (e sono scontenti quelli che ne hanno bisogno) e si vendono di meno per cui il fabbricante deve ridurre la produzione licenziando gli operai, con danno alle loro famiglie. Oppure il fabbricante può diminuire il salario agli operai con danno alle loro famiglie che sono scontente.

Socializzare il danno?
Oppure il fabbricante di scarpe, invece di dare 50 lire al vignaiolo, con la stessa cifra compra un filtro da mettere sul camino in modo da non inquinare più, e sono così contenti la natura, il venditore di filtri e il vignaiolo che, cessato l’inquinamento, ricomincia a produrre l’uva che gli assicura un guadagno di 100 lire all’anno. Ma il fabbricante di scarpe deve recuperare le 50 lire spese per il filtro e torniamo al caso precedente. A questo punto fabbricante e operai vanno “dallo stato”, da una autorità superiore a tutti, e chiedono che sia ristabilita una situazione di giustizia: che il vignaiolo e il fabbricante siano compensati per il loro lavoro, gli operai abbiano lo stesso salario di prima, le scarpe costino come prima e possano essere più facilmente vendute. A questo punto “lo Stato” può dare 50 lire al fabbricante di scarpe e sono contenti tutti: vignaiolo, fabbricante di scarpe, fabbricante di filtri, operai, acquirenti delle scarpe ed è contenta anche la natura non più inquinata. Ma “lo Stato” deve recuperare le 50 lire aumentando le tasse al vignaiolo, al fabbricante di scarpe, al venditore di filtri, agli operai e agli acquirenti di scarpe, e alla fine sono scontenti tutti.

Il rebus delle diseconomie
A meno che, come suggerisce Pigou, le tasse non siano applicate sulla base del reddito e pesino di meno sui redditi minori. La parabola del vignaiolo riflette eventi davanti a tutti noi ogni giorno. I fabbricanti di una merce (diciamo di oggetti di plastica) hanno un legittimo guadagno e assicurano un salario ai loro operai: purtroppo l’aumento della plastica in circolazione fa aumentare la massa dei rifiuti inquinanti e danneggia la salute degli abitanti di un paese. Si può applicare una imposta sugli oggetti di plastica e con il ricavato pagare gli ospedali in cui ricoverare gli ammalati, ma in questo caso gli acquirenti comprano di meno la merce inquinante, diminuiscono i rifiuti e gli ammalati, ma i fabbricanti sono costretti a fabbricare meno plastica e licenziano gli operai. Lo Stato, per assicurare un reddito ai disoccupati (la cassa integrazione), deve aumentare le tasse o diminuire le pensioni e le spese per gli ospedali. Un altro caso: il consumo di carbone, petrolio, gas naturale e elettricità fa aumentare l’inquinamento atmosferico dovuto all’anidride carbonica che provoca mutamenti climatici e costi; per diminuire queste diseconomie esterne gli stati fanno pagare qualche soldo a chi usa combustibili e elettricità (la cosiddetta “carbon tax”) per indurlo a consumarne di meno; i minori danni al clima comportano però minori guadagni per chi vende energia e merci dipendenti dall’energia e per i lavoratori dei relativi settori.

Che fare?
I governi si arrovellano su questi problemi nelle innumerevoli conferenze sul clima: forse farebbero bene a rileggere Pigou per far sì che le diseconomie esterne, sociali e ambientali che ci sono sempre, non ricadano sulle classi meno abbienti e che anche i ricchi paghino.

Scrive per noi

GIORGIO NEBBIA (1926-2019)
Giorgio Nebbia, scomparso all'età di 93 anni il 3 luglio 2019, è stato una delle principali figure del movimento ambientalista. Bolognese di nascita (nel 1926), è stato professore ordinario di Merceologia all’Università di Bari dal 1959 al 1995, poi professore emerito, insignito anche dottore honoris causa in Scienze economiche e sociali (Università del Molise) e in Economia e Commercio (Università di Bari; Università di Foggia). Le sue principali ricerche vertono sul ciclo delle merci, sull’energia solare, sulla dissalazione delle acque e sul problema dell’acqua. Per due legislature è stato parlamentare della Sinistra indipendente alla Camera (1983-1987) e al Senato (1987-1992). L'archivio Giorgio e Gabriella Nebbia è ospitato presso il centro di storia dell'ambiente della Fondazione Luigi Micheletti.

GIORGIO NEBBIA (1926-2019)

Giorgio Nebbia, scomparso all'età di 93 anni il 3 luglio 2019, è stato una delle principali figure del movimento ambientalista. Bolognese di nascita (nel 1926), è stato professore ordinario di Merceologia all’Università di Bari dal 1959 al 1995, poi professore emerito, insignito anche dottore honoris causa in Scienze economiche e sociali (Università del Molise) e in Economia e Commercio (Università di Bari; Università di Foggia). Le sue principali ricerche vertono sul ciclo delle merci, sull’energia solare, sulla dissalazione delle acque e sul problema dell’acqua. Per due legislature è stato parlamentare della Sinistra indipendente alla Camera (1983-1987) e al Senato (1987-1992). L'archivio Giorgio e Gabriella Nebbia è ospitato presso il centro di storia dell'ambiente della Fondazione Luigi Micheletti.

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