L’ambiente dell’Antropocene non è un video-game
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(Nell’immagine di apertura, un fermo immagine di un videogame. I videogiochi sono usati da alcuni Paesi per addestrare i giocani all’uso dei droni e per diffondere una mentalità militaresca)
Esiste una continuità fra l’uomo che uccide e l’uomo che lavora pacificamente? L’interrogativo sorge, quasi spontaneamente dopo Gaza, ma non può essere liquidato come un fenomeno recente.
Al tempo di Étienne-Jean Georget, il problema era quello del rapporto fra psichiatria della responsabilità e psichiatria della prevenzione relativo a casi di devianza individuale (Étienne-Jean Georget, Il crimine e la colpa. Discussione medico legale sulla follia (1826), tr. it. Marsilio, Venezia, rist. Mimesis, Milano, 2008), in altri termini, casi di psicopatologia criminale.
Ora il problema è quello di crimini collettivi; un problema che evoca scenari teorici come quello di Gustave Le Bon, Psicologia delle folle (1895), di Scipio Sighele, La folla criminale, 1911. Problema vasto, perché la nozione di crimine si applica tanto all’omicidio individuale, quanto all’omicidio collettivo, cioè alla guerra.
La guerra è stata “santificata”, perché rivolta a tutelare l’interesse collettivo, contrariamente al crimine individuale che tutela un interesse ben più ridotto. Se le cose stessero così, la differenza fra crimine e guerra sarebbe meramente quantitativa quanto al destinatario del crimine. E avrebbe ragione Aurelio Agostino, il quale distingue gli Stati dalle bande di predoni soltanto sulla base dell’ampiezza del destinatario dell’azione criminale.
Semantica del crimine
Vale la pena di ricorrere alla semantica. Crimen indica un’azione oggetto di una decisione emanata da un’autorità politica che la classifica come azione socialmente indesiderabile. La classificazione vale all’interno di una comunità. Resta vuota la dimensione del rapporto tra due o più comunità. Il diritto internazionale ha colmato questo vuoto, a partire, in Europa, dai Trattati di pace di Vestfalia che hanno creato, di fatto, la prima “comunità internazionale”. Il diritto internazionale ha, notoriamente, le sue fonti nei Trattati internazionali e nelle consuetudini, atti giuridici unilaterali e atti delle organizzazioni internazionali (se a queste ultime è riconosciuto il potere di creare diritto).
Il delitto è un atto illecito, doloso o colposo, che determina danno ad altri e obbliga chi lo commette a risarcire il danno e sottostare alla pena. Anche in questo caso, lo spazio relazionale tra soggetti collettivi resta vuoto, se non fosse colmato dalle normazioni che riguardano il crimine.
Classificare quello che vediamo
Siamo sul campo, in Ucraina, a Gaza, in Siria e siamo chiamati a classificare quello che vediamo, digitalmente, accadere. Un primo filtro è la teoria dell’imperialismo che qualcuno – interessato – ha cercato di convincerci a essere una teoria “obsoleta”. Obsoleta. Però funziona! Ma qui i nostri critici avanzano la teoria falsificazionista di Karl R. Popper: tu devi provare a falsificare un’interpretazione della realtà; se essa resiste a ogni tentativo di falsificazione, potrai considerarla vera. Proviamo. Che cosa spinge la Russia ad attaccare l’Ucraina? La “volontà di potenza”? Una mera espressione linguistica, tratta di peso da Nietzsche. Non funziona! Ma cosa significa volontà di potenza? Che cosa si vuole? Tenere distanti dalla Russia le postazioni Nato avanzando in un pezzo di ex-Unione Sovietica che interessa tanto agli Occidentali (Usa e Ue.)? Plausibile. Anche perché, a implosione dell’Urss imminente, gli occidentali avevano giurato che non avrebbero spostato in avanti di un centimetro verso est l’area di competenza della Nato Come ci ha avvertito Machiavelli: «Non può pertanto uno signore prudente, né debbe, osservare la fede quando tale osservanzia gli torni contro e che sono spente le cagioni che la feciono promettere» (Il Principe, cap. 18). In effetti, il colosso sovietico stava franando e le “cagioni che fecero promettere” erano venute meno. E i russi attaccano, colpiscono i civili, scuole, ospedali, ecc.
I civili pagano il prezzo più alto delle guerre
Da occidente si pensa e si prepara già l’insieme di investimenti in “ricostruzione”.
Gaza. Quarantunmilacinquecento vittime circa a tutt’oggi: tolte 1500 vittime israeliane, civili, donne, bambini palestinesi sono stati spazzati via per convincere i sopravvissuti ad andarsene dalla Palestina e fare posto ai coloni israeliani e agli investimenti euro-statunitensi. Non si esita a colpire gente in fila per ricevere aiuti alimentari, ospedali, scuole e persino chiese. Per gli occidentali la zona è di grande importanza: serve a tenere a bada l’Iran e non dimentichiamo il “deposito” di gas al largo di Gaza…
Anche per Gaza si aprono, comunque, lucrose prospettive occidentali di “ricostruzione”.
Chi è stato espulso dalla propria terra entrerà nel sempre più numeroso “esercito” di migranti e di richiedenti asilo.
Non stupiamoci: da quando esiste la guerra il suo prezzo più alto è pagato in ogni modo dai civili.
Si impone, qui, una citazione: «Un pugno […] di Stati particolarmente ricchi e potenti […] saccheggiano tutto il mondo mediante il semplice “taglio delle cedole”» (Lenin, L’imperialismo fase suprema del capitalismo, 1917, tr. it. Editori Riuniti, Roma, 1970, p. 43). Cedole dall’odore di sangue, ma, come diceva Vespasiano a Tito, pecunia non olet (Svetonio, De Vita Caesarum VIII, 23, 3).
La guerra, un complesso di crimini o di delitti
C’è stato un tempo in cui si usavano tatticamente le false notizie spontaneamente sorte in guerra, soprattutto su singoli individui «i cui atti o la cui situazione rendevano particolarmente adatti a colpire l’immaginazione comune. Intorno a queste figure, agli occhi della folla cariche alcune di gloria, altre di obbrobrio, si sviluppò una prodigiosa fioritura di rappresentazioni quasi mitiche» (Marc Bloch, La guerra e le false notizie. Ricordi (1914-1915) e riflessioni (1921), tr. it. Fazi Editore, Roma, 2014, p. 128).
Oggi si ripiega sulla versione “abbiamo sbagliato obiettivo!”
Nel gioco delle apparenze, nessuno se la sente di assumersi la responsabilità di crimini o di delitti. Un vecchio gioco: la guerra è un complesso di crimini o di delitti che si è sempre tentato di sovrainterpretare alla luce di motivazioni svariate che rientrano tutte nella categoria delle derivazioni di Pareto. Fin dal tempo dei sacrifici umani, che si trovano nel passato anche della cultura occidentale (si veda, in merito, Walter Burkert, Homo necans, tr. it. Bollati Boringhieri, 1983).
Del resto, in tempi relativamente recenti, Gaston Bouthoul, il fondatore della polemologia, ha scritto: «risolvere il problema degli armamenti è meno importante che risolvere i problemi dell’aggressività collettiva» (Avere la pace, 1967, tr. it. OAKS, Milano, 2025, p. 200). Se questo è vero, il problema risiede nelle dinamiche operanti fra gruppi di co-specifici, differenziate dal livello di sviluppo delle forze produttive e dei rapporti di produzione, interne a determinate realtà territoriali unificate dal governo delle leggi (Stati), e dei rapporti fra gli Stati condizionati dalla crescita economica.
Il dialogo come alternativa alla guerra
Pensare questa realtà è un compito, forse, non più differibile. Pensare è un’attività dialogica e il dialogo è l’alternativa non al conflitto, ma alla guerra che è la radicalizzazione del conflitto. Come ha scritto Franco Berardi, «Gaza ci ha rivelato la verità conclusiva della storia umana: non c’è nessuna via d’uscita dalla replicazione infinita del ciclo violenza-vendetta-violenza» (Pensare dopo Gaza. Saggio sulla ferocia e la terminazione dell’umano, Timeo, 2025, p. 179). Una replicazione di cui fa parte l’economia liberale, quell’economia che ha contribuito in modo decisivo alla crisi climatica.
Una via d’uscita da questo vicolo cieco di morte è stata indicata da Kōhei Saitō nel suo volume Il capitale nell’antropocene (tr. it. Einaudi, Torino, 2024, cap. 7), l’unica scelta rimasta per realizzare una società sostenibile ed equa è l’economia della decrescita. Nella decrescita potrebbe avere una nuova fioritura il dialogo interno alle società e il dialogo fra le società, con effetti benefici sulla realtà del diritto internazionale, sulla base del vecchio principio “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni” (Karl Marx, Critica del programma di Gotha, 1875).
L’impatto ambientale delle guerre
La guerra, oltre a far vittime civili, impatta, com’è noto, duramente sull’ambiente.
Come si legge in italiachecambia.org/2024/07/quanto-inquina-una-guerra/: «Il settore militare-industriale è una delle principali cause del cambiamento climatico. Questo non solo per le emissioni dirette, ma anche per il suo ruolo nel promuovere investimenti nelle energie fossili. Ad esempio, se l’esercito statunitense fosse una nazione avrebbe le emissioni pro capite più alte al mondo. Le forze armate globali hanno una significativa impronta di carbonio, contribuendo all’effetto serra attraverso l’uso di combustibili fossili come petrolio, cherosene e nafta».
«Le emissioni militari includono ossidi di azoto, anidride carbonica, monossido di carbonio e particolato, tutti altamente nocivi per l’ambiente e la salute umana. Tuttavia, non esiste un obbligo internazionale per i paesi di riportare queste emissioni, il che rende difficile valutare l’impatto completo del settore militare sul cambiamento climatico». Inoltre, «i conflitti armati trasformano i campi coltivati in campi di battaglia, riducendo la sicurezza alimentare e distruggendo le infrastrutture agricole. Le mine terrestri e i residui di munizioni contaminano i terreni, alterando la qualità e la sicurezza del cibo. Elementi come antimonio, arsenico, piombo e uranio impoverito rimangono nei terreni e possono contaminare le falde acquifere e le catene alimentari, rappresentando un rischio per la salute umana».
Amaro esito del recente sviluppo tecnologico caratteristico dell’Antropocene.
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- FRANCESCO INGRAVALLE
- Francesco Ingravalle, già ricercatore di Storia delle istituzioni politiche presso l'Università del Piemonte Orientale, saggista e storico del pensiero e delle istituzioni politiche.
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