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Oggi come ieri (e come domani?). Sperando nei cavalieri del pensiero critico

| FRANCESCO INGRAVALLE

Tempo di lettura: 5 minuti

Oggi come ieri (e come domani?). Sperando nei cavalieri del pensiero critico
Se il linguaggio serve solo a mentire, ingannare, sottomettere e sfruttare, se la barbarie della guerra e dei genocidi è la negazione dell’universalismo della ragione, se la speranza può venire solo dal pensiero critico, allora la soluzione sta solo nel campo educativo. Annotazioni sullo “stato del mondo” nella primavera del 2026.

(Nell’immagine di apertura, il post di Donald Trump sul suo social, in cui il presidente degli Usa ribattezza lo stretto di Hormuz (in passato aveva ribattezzato il Golfo del Messico “Golfo d’America”)

L’eccidio di Gaza, l’aggressione statunitense all’Iran, la guerra nel Libano (e le altre guerre di cui non si parla di frequente) sollevano il problema del diritto internazionale, o, meglio, il diritto internazionale come problema. Sino a poco tempo fa era ritenuto evidente il sussistere di rapporti interstatali fondati – in generale – sul rispetto delle norme. Che il rispetto delle norme non possa avere un fondamento razionale “forte” è noto. Ma che non ci sia un fondamento forte è pragmaticamente irrilevante (quanti miti, religiosi o civili, hanno contribuito a stimolare l’azione politica pur essendo privi di fondamento è noto); per il rispetto delle regole basterebbe la constatazione elementare che il conflitto degli interessi non necessariamente deve mettere capo all’utilizzo di armi. Una constatazione elementare fondata sull’amore per la vita e sul respingere la pulsione di morte; una constatazione che deriva dalla ragione, cui si oppone una spinta irrazionale.

Non dalla ragione astratta, ma dalla ragione dialogica, cioè dal comportamento razionale, il comportamento dal quale vengono dedotti quei diritti dell’uomo che il diritto internazionale si propone, sostanzialmente, di tutelare. Un comportamento attualmente minoritario.

Tre o quattrocento persone causano la guerra. Parola di Voltaire

Nel Dizionario filosofico (1764) Voltaire scrive: “La carestia, la peste e la guerra sono i tre ingredienti più famosi di questo basso mondo” (cfr. Voltaire, Dizionario filosofico, a cura di Mario Bonfantini, Einaudi, Torino, 1969, p. 237, s. v. “Guerra”). E prosegue: “Possiamo collocare nella classe della carestia tutti i cattivi cibi cui la penuria ci costringe a ricorrere per abbreviare la nostra vita, nella speranza di sostentarla. Nella peste si comprendono tutte le malattie contagiose, che sono dell’ordine di due o tremila. Questi due doni ci vengono dalla provvidenza. Ma la guerra che riunisce tutti questi doni, ci viene dalla fantasia di tre o quattrocento persone sparse sulla superficie di questo globo sotto il nome di principi o di governanti (…)”.

La fantasia: aggiungiamo sul profitto, vale a dire sul movente fondamentale delle guerre, soprattutto — ma non esclusivamente — dell’età dell’imperialismo. Fondamentale, ma, per lo più, occultato da una retorica costante.

Si è attribuito al diritto in generale, e al diritto internazionale specificamente, una potenza demiurgica che sarebbe scomparsa per effetto di un inopinato quanto recente imbarbarimento delle relazioni internazionali. Davvero i massacri della guerra del 1914-1918 e della guerra del 1939-1945 erano altra cosa, rispetto alla barbarie di cui ogni paese belligerante accusava il paese nemico? Non dimentichiamo che il barbaro è sempre l’altro e che la vittoria militare santifica ogni causa (per parafrasare un noto detto di Nietzsche).

Fin qui il più arido realismo, forse.

Continuiamo.

Una pace fondata sulla paura

L’imbarbarimento delle relazioni internazionali è incontestabile; ma è discutibile che esso abbia distrutto relazioni internazionali in precedenza fondate prevalentemente sul diritto; potrebbe averne distrutto soltanto l’apparenza: la storia (per lo meno quella moderna) mostra che la pace fondata sul diritto si deve al diritto fondato sull’equilibrio di potenza economica e militare e, psicologicamente, sulla paura reciproca.

Qui finisce l’utilità pragmatica della scienza politica: come ogni sapere descrittivo, essa non può derivare dalle proprie descrizioni (che sono, in fondo, compendi di rilevazioni statistiche) alcuna norma, alcun imperativo morale; dall’essere non può essere derivato logicamente un dover essere.

L’evidenza di questo scacco della ragione pratica (o morale) è particolarmente chiara se si confrontano due scritti lontani nel tempo, ma vicini per la natura delle circostanze: L’educazione dopo Auschwitz, preparato per la pubblicazione da Theodor Wiesengrund Adorno nel giugno del 1969, e Pensare dopo Gaza. Saggio sulla ferocia e la terminazione dell’umano di Franco Berardi (2025).

Di fronte all’ottusità nazionalista attuale, risorta dal fallimento della “globalizzazione dall’alto”, va rivendicato il dovere di smascherare le ideologie, i pretesti religioso-politici, gli abbellimenti etici della lotta per il profitto, quello che Gaetano Mosca denominava “la formola politica”: quando la violenza contro gli inermi viene rivendicata quale “diritto” fantasiosamente fondato, come al solito.

Un atto dovuto e niente di più.

Gli strumenti militari di una minoranza affaristica

Adorno scriveva: “L’esigenza che Auschwitz non si ripeta più un’altra volta si situa prima di ogni altra in campo educativo (…) la barbarie continua a sussistere, fintantoché sostanzialmente persistono le condizioni che la fecero maturare” (si veda la traduzione italiana leggermente diversa in Parole chiave. Modelli critici, tr it. di Mariuccia Agrati, Sugar, Milano, 1974, p. 121).

Berardi scrive: “Pensare dopo Gaza significa anzitutto riconoscere il fallimento irrimediabile dell’universalismo della ragione e della democrazia (…) significa riconoscere che le parole sono proferite per dire l’esatto contrario di quello che l’analisi storica, semiotica e psicologica permette di comprendere. Nell’epoca della ferocia il linguaggio serve solo per mentire, ingannare, sottomettere e sfruttare. (…) non c’è più tempo per ascoltare, né per capire” (cfr. Pensare dopo Gaza, cit., p. 12).

La barbarie è la negazione dell’universalismo della ragione, in nome del più gretto localismo. Un localismo che è cresciuto nella “serra calda” della “globalizzazione dall’alto”; eccone i risultati attuali: l’1% più ricco detiene oltre il 50% della ricchezza netta globale, mentre il 10% superiore possiede l’85%; la lotta per il controllo geoeconomico e politico del Medio Oriente, condotta senza particolari scrupoli, risponde, a quello che appare, agli scopi di una minoranza affaristica che ha trovato strumenti di indubbia efficienza militare.

Logiche geoeconomiche e militari espansionistiche

La logica geoeconomica e militare espansionistica conta oggi esattamente quanto contava nel 1938 per il governo tedesco dell’epoca. E, oggi come allora, l’universalismo della ragione non contava, né per i tedeschi, né per gli inglesi, né per gli statunitensi.

Certo: né in Inghilterra, né negli Stati Uniti d’America esistevano campi di concentramento come quelli tedeschi. Ma l’universalismo della ragione non contava ugualmente, perché sul piano geoeconomico contano soltanto le costruzioni ideologiche (il nazionalismo variamente giustificato) in grado di sostenere psicologicamente gli sforzi geopolitici; proprio perché è uno Stato, ogni Stato ha obiettivi particolari, potenzialmente in conflitto con gli obiettivi di altri Stati, esattamente come, in ambito statale, ogni individuo ha finalità particolari potenzialmente in conflitto con gli obiettivi degli altri individui. Ma, come insegna la storia del pensiero politico e delle istituzioni politiche moderne, se nel secondo caso, con il pactum subiectionis, sorge il potere sovrano che impone obiettivi comuni a ciascuno, nel primo caso non è mai sorto, se non in teoria, alcun potere sovrano mondiale. Se negli Stati regna la pace, in linea di massima, fra gli Stati regna, in linea di massima, la guerra o il costante rischio della guerra.

I veri cavalieri della virtù sono i critici del corso del mondo

Secondo Hobbes la barbarie – che egli chiama “stato di natura” – è una possibilità sempre presente, laddove non esista un operante potere sovrano; esso esiste negli Stati, ma non fra gli Stati. Perché sussista un diritto internazionale, deve sussistere un potere sovrano internazionale – sulle cui possibilità di esistenza Kant stesso in Per la pace perpetua (1795) si dichiarava scettico. Se la pace perpetua è una proiezione della virtù in senso morale, non c’è che da riconoscere l’allargarsi della forbice fra “virtù” e “corso del mondo”, secondo il celebre terzo momento della Ragione nella Fenomenologia dello Spirito di Hegel; il “cavaliere della virtù” cerca di imporre la virtù al mondo corrotto; ma il corso del mondo ha in potere suo il “cavaliere della virtù”: il corso del mondo è quello che sta accadendo, i cavalieri della virtù sono i critici del corso del mondo: ieri Adorno, oggi Berardi.

Ma Hegel era convinto che il duello fra virtù e corso del mondo si sarebbe ricomposto nell’eticità realizzata dello Spirito assoluto con il superamento di ogni conflitto, di ogni contraddizione, forse il sereno regno dell’essere, il momento in cui ragione e realtà coincidono.

Noi non ne siamo più convinti perché abbiamo sotto gli occhi l’irrimediabilità del male, della sofferenza, della morte, i penosi tentativi di mascherare l’irrimediabilità con improbabili riedizioni delle “magnifiche sorti e progressive” di Terenzio Mamiani, “magnifiche sorti e progressive” sempre dietro l’angolo, oppure con la sfrontatezza che usa certe parole soltanto perché si sente protetta dalle armi, ma, a quanto pare, sente anche il bisogno di ricorrere ad altisonanti proclami. E abbiamo sotto i nostri occhi l’impotenza della ragione, per lo meno di quello che il pensiero moderno, da Hegel a Habermas, ha denominato “ragione”.

Oggi come ieri

Scrive per noi

FRANCESCO INGRAVALLE
FRANCESCO INGRAVALLE
Francesco Ingravalle, già ricercatore di Storia delle istituzioni politiche presso l'Università del Piemonte Orientale, saggista e storico del pensiero e delle istituzioni politiche.