Lontano dagli occhi: dove finiscono i nostri rifiuti?
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Mercoledì 28 gennaio il Magazzino sul Po ha ospitato un nuovo appuntamento del progetto La Casa dell’ambiente e del cinema ambientale, promosso dall’Istituto per l’ambiente e l’educazione Scholé futuro – WEEC Network ETS, in collaborazione con CinemAmbiente e AIACE Nazionale, e sostenuto dai fondi dell’Otto per Mille della Chiesa Valdese.

Documentario ambientale e swap party
Per una sera, il Magazzino sul Po si è trasformato in uno spazio di incontro, scambio e riflessione, ospitando uno swap party aperto alla cittadinanza. L’evento è stato un’occasione per condividere buone pratiche legate al riuso, alla sostenibilità e a un consumo più consapevole, mettendo al centro temi spesso invisibili come gli sprechi alimentari e tessili.
Attraverso il confronto e la visione del documentario Useless, la serata ha aperto uno sguardo critico su ciò che scartiamo e sulle conseguenze, ambientali e sociali, delle nostre abitudini quotidiane.
Il problema dello spreco alimentare – nonostante le crescenti campagne di sensibilizzazione, le normative anti-spreco, l’impegno di movimenti ecologisti e gli effetti concreti che vediamo anche nella vita, e nei luoghi, di tutti i giorni – risulta ancora una delle principali cause di inquinamento a livello globale.
In effetti, i dati relativi ai rifiuti prodotti negli ultimi decenni mostrano (con poca sorpresa) che, dagli anni 2000, l’aumento degli scarti è più che raddoppiato, con circa un terzo della produzione mondiale di cibo che viene sprecato.
“Non penso a dove andrà a finire il cibo che butterò. Non si vedono le conseguenze”, e ancora: “Credo che ce ne dimentichiamo perché nei supermercati c’è così tanto cibo”.
Queste sono le parole di Viktorìa Hermannsdòttir, giornalista islandese che apre la prima parte del documentario “Useless”, che è stato proiettato durante l’evento dello swap party.
Il documentario, analizzando le differenti tipologie di sprechi alimentari, sottolinea come in diverse fasi della produzione alimentare è possibile intervenire (in base alla fase di produzione, se si tratta di eccedenze di fabbriche alimentari o resti della ristorazione, per esempio) per salvare quelli che altrimenti diventerebbero rifiuti.
“Sprechiamo cibo in ogni anello della catena di distribuzione. All’inizio, nei campi […],fino ai negozi, dove avanza cibo negli scaffali. Spesso, piuttosto che donarli in beneficenza, preferiscono buttarli via” (Tristram Stuart, scrittore e attivista).

Dare valore al cibo, a prescindere dal prezzo
Un altro tema che viene enfatizzato nel documentario è la perdita della cultura del cibo: nelle nostre società frenetiche, abbiamo perso familiarità con il cibo, che rappresenta un elemento fondamentale della nostra cultura, e con ciò viene meno quel legame con il mondo naturale, il quale è inevitabilmente legato a quello umano.
Ritrovare un rapporto sano con il cibo che consumiamo ogni giorno è un aspetto fondamentale per comprendere la cura necessaria per proteggere l’ambiente. Si tratta di una scelta non individualista, il riutilizzo e la condivisione degli alimenti sono gesti alla base della creazione di una comunità. Sono ormai diversi gli esperimenti di realtà locali che scelgono ie sostenibili al consumo, proponendo orti urbani per avere cibo fresco a km 0, da utilizzare nelle mense scolastiche, o realtà di gestione collettiva di rifiuti ed esperienze.
Questo vuole essere un messaggio lanciato dal documentario: le scelte sostenibili non sono
necessariamente le scelte più ardue, ma sono inevitabilmente scelte collettive.
“Who made my clothes?”

La seconda parte del documentario riflette sulle ricadute sociali degli scarti di un altro settore, quello della moda, le quali rappresentano un’altra porzione abbondante dei rifiuti prodotti. Ogni anno, tonnellate di abiti dismessi finiscono in discariche abusive in Africa e Sud America, dove si accumulano senza controllo.
L’industria del fast fashion produce miliardi di capi a basso costo, con il prezzo più alto che viene pagato dai lavoratori Paesi del Sud globale. Operai e operaie, spesso giovanissimi, lavorano in condizioni disumane per salari irrisori, con turni che superano le 12 ore al giorno. Fabbriche fatiscenti, prive di misure di sicurezza, diventano trappole mortali: basti pensare al crollo del Rana Plaza in Bangladesh nel 2013, che ha causato oltre 1.100 vittime.
Nato a seguito di questo tragico incidente, il movimento Fashion Revolution ha lanciato la campagna “Who made my clothes?”, con l’intento di far riflettere sul lato dell’industria della moda che spesso viene ignorato. La campagna ruota attorno a una domanda semplice ma potente – “Chi ha fatto i miei vestiti?” – con l’obiettivo di spingere consumatori e aziende a riflettere su chi produce gli abiti, in quali condizioni e in quale parte del mondo. Attraverso questa domanda, Fashion Revolution chiede maggiore trasparenza alle aziende, il rispetto dei diritti dei lavoratori e una filiera produttiva più etica e responsabile. Allo stesso tempo, invita i consumatori a diventare più consapevoli delle proprie scelte di acquisto, riconoscendo l’impatto sociale e ambientale della moda.
Attraverso azioni simboliche e una forte presenza sui social, la campagna ha contribuito a diffondere una maggiore consapevolezza sugli impatti sociali e ambientali della produzione di abbigliamento, mettendo in discussione il modello del fast fashion. I rifiuti tessili, difficili da riciclare a causa della bassa qualità dei materiali, vengono spesso incendiati in contesti come Kenya o Haiti, rilasciando sostanze tossiche che contaminano l’aria e l’acqua. In alcune aree, il terreno è ormai sterile a causa delle microplastiche e delle sostanze chimiche rilasciate dai tessuti sintetici, e le comunità che vivono vicino a queste discariche subiscono danni alla salute. Una scelte più consapevole è possibile anche nel mondo della moda.
Come sottolineano nel documentario: “Il problema non è la moda, ma la necessità di tovare sempre qualcosa di nuovo. Non c’è bisogno, capisci qual è il tuo stile, saprai cosa ti sta bene, e potrai orientarti
verso scelte più durature e sostenibili”.
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- Angelo Mineo
- Volontario presso l'Istituto per l'Ambiente e l'Educazione Scholé Futuro e laureando all'Università di Torino in Scienze Internazionali. Dopo la laurea triennale in Migration Studies mi sono focalizzato sull'analisi dei fenomeni sociali ed ecologici
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