Come sopravvivere alla crisi ambientale, tra salute e disuguaglianze
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Questa seconda giornata del Salone del libro sviluppa il filo rosso che, passando tra biodiversità, antropocene e crisi ambientali, ci porterà a ripensare la nostra presenza, come esseri animali, all’interno dell’ecosistema. Solo integrando diverse discipline, diversi pensieri e soprattutto integrando e sviluppando un dizionario coerente dei termini che descrivono le crisi ambientali, è possibile problematizzare il contesto contemporaneo. È solo sviluppando un terreno di dibattito comune, entro cui portare i bisogni delle comunità umane e non, e mettere in discussione le diverse istanze e prospettive, che è possibile sviluppare politiche veramente efficaci, che non si presentino come mero greenwashing.
Iniziamo allora questa giornata con l’intervento di Luca Savarino che, a partire dal libro ‘Come sopravvivere alla crisi ambientale’, ci aiuta a sviluppare un’idea, necessariamente antropocentrica, delle crisi ambientali. Necessariamente antropocentrica perché, come sottolinea lo stesso Savarino, questo rappresenta il punto di partenza dell’analisi dei due autori, ma anche perché, più in generale, in quanto specie umana, non possiamo salvare la natura dall’azione produttiva/distruttiva dell’essere umano se prima non sono gli stessi esseri umani ad essere salvati dalle disuguaglianze del nostro sistema (che sarà tema del secondo incontro di questo venerdì letterario).
“In generale, quello che io e il mio collega abbiamo voluto sviluppare con questo libro è una prospettiva multidisciplinare su un tema specifico delle crisi ambientali, cioè il rapporto tra salute umana e crisi ambientali. […] è ovvio che questa prospettiva non può definirsi esaustiva; le conseguenze delle crisi ambientali, che prendono forme e seguono direzioni diverse in ogni contesto ecosistemico, non possono essere risolte sintetizzando tutti gli output climatici sotto l’etichetta della salute umana. Non solo perché questa definizione non racchiude le forme di discriminazione e disuguaglianze umane che nascono o vengono amplificate dalle crisi ambientali, ma anche perché lascia irrisolto l’ambito della tutela della natura.” (Luca Savarino)

Ci troviamo di fronte ad un fenomeno più ampio rispetto a quello che riusciamo a definire: la difficoltà nel trovare definizioni precise ed esaustive per quella che ad oggi è definita “policrisi” non solo rende difficile riuscire a ricollegare gli elementi che caratterizzano e fanno parte delle più generali crisi ambientali, ma fallisce anche nel riuscire a prevedere le conseguenze nei diversi ecosistemi e quindi, facendo un passaggio successivo, rende impraticabile (o quantomeno inefficace) la creazione di politiche che riescano a prendere in esame questi fenomeni in modo coerente.
Come sottolinea lo stesso Savarino, per complessificare ulteriormente questo quadro d’analisi, è necessario considerare (per sviluppare queste politiche) non solo l’aspetto territoriale, ma anche quello temporale degli effetti delle crisi ambientali.
Uno sguardo politico e sociale sulle crisi ambientali
I limiti spaziali e temporali rappresentano un punto importante dell’incontro con Savarino: limiti territoriali e temporali per mettere in atto politiche efficaci a livello nazionale (crisi ambientale nelle agende politiche porta consensi, non pratiche concrete e funzionali nel medio/lungo periodo).
Il passaggio successivo dell’incontro con Savarino mira ad analizzare il rapporto tra la crisi ambientale e la perdita della salute umana. È sufficiente analizzare questo aspetto dal punto di vista scientifico? A partire da una prospettiva scientifica delle crisi ambientali è possibile analizzarne gli effetti sotto due nuove prospettive: quella politica e quella sociale. A partire dagli effetti negativi delle crisi ambientali, scientificamente calcolabili, è possibile mettere in campo e proporre alternative o politiche che abbiano un effetto concreto sulle esternalità negative e, altrettanto importante, che rispondano ai bisogni delle comunità e degli ecosistemi di riferimento.
Secondo l’autore, per parlare di crisi ambientale è necessario considerare le disuguaglianze che essa crea o alimenta. Il problema, allora, non riguarda soltanto le politiche o le tecnologie disponibili, ma anche il linguaggio con cui raccontiamo le crisi ambientali. Negli ultimi anni, il dibattito pubblico si è popolato di termini catastrofici: collasso climatico, apocalisse ecologica, punto di non ritorno. Il senso di emergenza permanente sembra essere diventato la cifra narrativa del nostro tempo. Ma questo tipo di comunicazione produce davvero consapevolezza? Oppure rischia, paradossalmente, di alimentare una forma diffusa di assuefazione e impotenza?
È proprio su questo nodo che si sviluppa una delle riflessioni più interessanti dell’intervento di Savarino. La narrazione catastrofista, infatti, pur avendo il merito di riportare l’urgenza della questione climatica al centro dello spazio pubblico, rischia di produrre un effetto collaterale non trascurabile: la paralisi. Quando il futuro viene rappresentato esclusivamente come una catastrofe inevitabile, diventa difficile immaginare percorsi di trasformazione collettiva realmente praticabili. Il rischio è quello di trasformare la crisi ambientale in un fenomeno percepito come troppo vasto, troppo distante e troppo complesso da affrontare.
Da qui emerge una distinzione fondamentale tra l’approccio ambientalista e quello ecologista. Il primo, che Savarino riconduce a una forma di “tecnocentrismo”, si fonda sulla convinzione che il progresso tecnologico riuscirà, in qualche modo, a compensare le esternalità negative del sistema produttivo contemporaneo. In questa prospettiva, la crisi climatica viene affrontata senza mettere realmente in discussione i meccanismi economici e produttivi che l’hanno generata. L’attenzione si sposta così sui comportamenti individuali: differenziare correttamente i rifiuti, consumare in modo sostenibile, ridurre l’impatto personale. Azioni certamente importanti, ma insufficienti se isolate da una riflessione strutturale.
Il limite di questo approccio emerge con particolare evidenza nel momento in cui il peso della responsabilità ambientale viene scaricato quasi interamente sugli individui. “Fare la propria parte” diventa una sorta di imperativo morale permanente, mentre le istituzioni e i grandi attori economici continuano spesso a muoversi con estrema lentezza. In questo scenario si inserisce anche il fenomeno sempre più diffuso dell’ecoansia, soprattutto tra le generazioni più giovani: una sensazione di angoscia e impotenza di fronte a sfide percepite come globali e incontrollabili. Crescere all’interno di una narrazione emergenziale senza strumenti concreti di partecipazione rischia infatti di trasformare la consapevolezza ambientale in frustrazione.
Occorre un cambiamento profondo del sistema
L’approccio ecologista, al contrario, cerca le radici delle crisi ambientali proprio nel funzionamento del sistema produttivo contemporaneo. Non si limita a chiedere ai singoli di modificare i propri comportamenti, ma propone un cambiamento più profondo delle modalità di produzione, consumo e distribuzione delle risorse. In questa prospettiva, le crisi climatiche non possono essere affrontate attraverso azioni individuali frammentate, ma richiedono politiche coordinate, processi collettivi e un dialogo continuo tra istituzioni, comunità scientifica e società civile.
Il tema del linguaggio, tuttavia, non riguarda soltanto gli approcci teorici, ma anche il modo in cui vengono descritte le conseguenze concrete delle crisi ambientali. È qui che Savarino introduce il concetto di “proletariato climatico”: l’idea che gli effetti delle trasformazioni climatiche non colpiscano tutti allo stesso modo. Le crisi ambientali tendono infatti ad amplificare disuguaglianze già esistenti, colpendo in maniera più dura le persone economicamente e socialmente più fragili. Non tutti possono permettersi di proteggersi dagli eventi estremi, trasferirsi, accedere a cure adeguate o modificare rapidamente il proprio stile di vita.
Parlare di crisi ambientale significa allora parlare inevitabilmente anche di disuguaglianze sociali. Significa interrogarsi su chi paga realmente il costo della transizione ecologica e su chi, invece, continua a beneficiare di un modello economico che produce esternalità ambientali senza subirne direttamente le conseguenze. La questione ecologica, in questo senso, smette di essere soltanto un problema “ambientale” e diventa una questione profondamente politica e sociale.
Ed è proprio da questa consapevolezza che prende avvio il secondo appuntamento della giornata del Salone del Libro, dedicato al tema delle disuguaglianze economiche. Un incontro che, non a caso, propone di affrontare la crisi sociale anche attraverso strumenti redistributivi concreti, come l’introduzione di una tassa patrimoniale sui grandi patrimoni. Perché, come emerge lungo tutto il filo rosso di questa rassegna, non è possibile pensare di affrontare le crisi ambientali senza mettere contemporaneamente in discussione le disuguaglianze che le attraversano e le alimentano.
Milionari e operai
È proprio a partire da questa riflessione che il secondo incontro della giornata, significativamente intitolato Milionari e operai, prova a spostare ulteriormente il focus: dalle crisi ambientali alle strutture economiche che le producono e le alimentano. Se, come sottolineato da Savarino, le crisi climatiche non colpiscono tutti allo stesso modo, allora anche la percezione della loro importanza e della loro urgenza non può che essere profondamente diseguale.

Chi possiede il potere economico e politico necessario per mettere in campo trasformazioni concrete spesso non vive direttamente le conseguenze più violente delle crisi ambientali. Le alluvioni, l’inquinamento atmosferico, le ondate di calore o la precarietà energetica non attraversano in maniera uniforme la società. Al contrario, colpiscono soprattutto le fasce più fragili della popolazione, quelle che dispongono di meno risorse economiche, minore mobilità e minore capacità di protezione. È in questo contesto che il concetto di “proletariato climatico”, introdotto da Savarino nel precedente incontro, assume una valenza ancora più forte: le persone che avrebbero il maggiore interesse nella tutela dell’ambiente sono spesso quelle che dispongono di meno strumenti per incidere realmente sulle decisioni politiche ed economiche.
Da questa prospettiva si sviluppa l’intervento di Niccolò Zancan, autore de ‘L’ultimo operaio’, che prova a leggere le nuove forme del lavoro contemporaneo come uno spazio in cui si intrecciano disuguaglianze economiche, perdita di diritti e crisi ambientali. “L’Italia è il paese dei sei milioni di lavoratori poveri”, sottolinea l’autore, introducendo una riflessione che attraversa tanto la trasformazione del lavoro quanto quella della società industriale contemporanea.
La fabbrica novecentesca, luogo simbolico delle lotte collettive, dei movimenti sindacali e della costruzione di un’identità di classe, sembra lasciare spazio a un nuovo modello produttivo dominato dalla logistica globale, dalla frammentazione e dalla precarietà. Le grandi multinazionali e i nuovi hub produttivi appaiono sempre più orientati all’efficienza e al profitto, spesso a scapito non solo della dignità del lavoro, ma anche della sostenibilità sociale e ambientale dei territori che attraversano.
Ad Amazon non si fa la pipì
Zancan racconta allora un episodio presente nel suo libro, apparentemente piccolo ma estremamente significativo. Un giovane stagista appena arrivato in uno storico stabilimento di Mirafiori continua a saltellare sul posto di lavoro. Gli altri operai gli chiedono cosa stia succedendo e lui risponde semplicemente di aver bisogno di andare in bagno. A quel punto, i lavoratori più anziani gli spiegano che una delle conquiste storiche delle lotte sindacali è stata proprio la possibilità di assentarsi momentaneamente dalla postazione, venendo sostituiti da un collega. Il giovane, però, racconta di provenire dal settore della logistica e di aver lavorato in un hub Amazon dove, di fatto, le pause e i tempi morti vengono drasticamente compressi e controllati.
È in questo scarto tra due mondi produttivi che emerge uno dei temi centrali dell’incontro: cosa rappresenta oggi il lavoro? Se nel Novecento esso costituiva un luogo di riconoscimento collettivo e di costruzione identitaria, oggi sembra sempre più frammentato in esperienze individuali precarie, isolate e competitive. Esistono ancora i “colletti blu”? O il neoliberalismo ha progressivamente dissolto quella coscienza collettiva che aveva caratterizzato le grandi lotte sociali del secolo scorso?
Secondo Zancan, se da un lato si indebolisce la coscienza di classe tradizionale, dall’altro le disuguaglianze economiche e politiche continuano ad ampliarsi. Per questo motivo, diventa necessario recuperare un’idea di collettività capace di opporsi alla radicale individualizzazione imposta dal modello neoliberale. Il lavoro, allora, non può più essere interpretato soltanto come performance individuale o come competizione, ma deve tornare ad essere pensato anche come strumento di redistribuzione della ricchezza e di organizzazione sociale.
Disuguaglianze ambientali, climatiche e sociali
Ed è qui che il discorso torna a intrecciarsi con la questione ambientale. Le disuguaglianze non sono soltanto economiche o sociali: sono anche climatiche. Le comunità che subiscono maggiormente l’inquinamento, la precarietà energetica o gli eventi climatici estremi coincidono spesso con quelle economicamente più vulnerabili. Applicando il ragionamento di Zancan alle riflessioni precedenti, diventa allora possibile immaginare un modello in cui le politiche ambientali non vengano costruite esclusivamente dall’alto, né limitate a interventi temporanei e frammentari, ma emergano direttamente dai bisogni e dalle esperienze di quel “proletariato climatico” che vive quotidianamente le contraddizioni del sistema produttivo contemporaneo.
Rimane però aperta una domanda fondamentale: dove trovare le risorse necessarie per mettere in campo politiche realmente redistributive e capaci di ridurre le disuguaglianze? È su questo punto che interviene Riccardo Staglianò, autore di ‘Tassare i milionari’, proponendo la patrimoniale come possibile strumento concreto di redistribuzione della ricchezza.
La tassa patrimoniale, sottolinea Staglianò, non rappresenta l’unica soluzione possibile. All’interno dell’economia eterodossa esistono numerose prospettive alternative (dal reddito di base universale alla decrescita economica, fino ai modelli di economia circolare), ma la patrimoniale costituisce uno degli strumenti più immediati per ridurre l’accumulazione estrema della ricchezza. Il problema, secondo l’autore, non è tanto tecnico quanto politico: coloro che possiedono il potere economico necessario per modificare il sistema sono spesso gli stessi che beneficiano delle attuali disuguaglianze.
Per questo motivo, il lavoro culturale e informativo assume un ruolo centrale. Lo scopo del libro di Staglianò è proprio quello di mettere in discussione lo stigma costruito attorno alla patrimoniale, mostrando come il mantenimento dello status quo dipenda anche da meccanismi psicologici e sociali profondi. Gli individui, infatti, tendono spesso a difendere il sistema esistente anche quando questo produce evidenti disuguaglianze, perché mettere in discussione il modello economico dominante significa mettere in discussione le strutture stesse della società contemporanea.
La conclusione di questa seconda giornata del Salone del Libro prova allora a tirare le fila del percorso sviluppato nei due incontri. Dalla crisi ambientale alle disuguaglianze economiche, passando per il linguaggio, il lavoro e la redistribuzione della ricchezza, emerge un elemento comune: non è possibile affrontare le crisi climatiche senza affrontare contemporaneamente le disuguaglianze sociali che le attraversano e le alimentano.
Il concetto di “proletariato climatico” diventa così non soltanto una categoria teorica, ma anche un possibile punto di partenza politico e culturale. Recuperare una dimensione collettiva, superando l’individualismo imposto dal neoliberalismo, significa iniziare a costruire una nuova forma di coscienza comune che metta in relazione la giustizia sociale e quella climatica. Perché, in ultima analisi, l’obiettivo di questi incontri sembra proprio questo: salvare gli esseri umani e la natura dagli effetti di un modello economico che produce al contempo sfruttamento sociale e devastazione ambientale.
Continua a seguire “.eco”: domani torneremo al Salone del Libro con una nuova guida agli incontri e ai temi della giornata.
Qui il programma del Salone del Libro.
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