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Parchi. Superare i confini, estendere le competenze.

| IPPOLITO OSTELLINO

Tempo di lettura: 7 minuti

Le aree protette: il monumento simbolo del passato millennio alla nostra reiterata società contro natura come preghiera per l’espiazione dei suoi peccati. Qualche riflessione per una loro ri-nascita,  in occasione del recente volume sulla loro storia in Italia edito dal Mulino a firma di Luigi Piccioni e del glossario sulla Rigenerazione a cura di Gianpiero Lupatelli e Antonio De Rossi.

Parlare di parchi é sempre visto come tema positivo, con immagini che subito rimandano a verdi valli, picchi montuosi, colline boscate, laghi, paludi e aree umide che ospitano migliaia di specie in migrazioni o stanziali, fino a fiumi e altre bellezze naturali, comprese ovviamente specie vegetali e animali di maggiore o minore effetto empatico sul cittadino: ovvero dal cerbiatto alla mantide. Una sensazione positiva che si estende anche nel caso in cui il soggetto siano coloro che in un parco lavorano, dai guardiaparco ai tecnici e personale impiegato per la loro gestione.

Ma se si prova a fare una riflessione vera e scevra da immagini stereotipate su questo istituto che nasce dalla parola recinto, e che fu ideato dalle istituzioni in risposta al dilagante degrado dell’ambiente – come risposta separata e dedicata a territori per i loro valori ecologici ritenuti tali da preservare dall’uso dell’economia umana – allora occorre essere coerenti ed ammettere con coscienza che è il tempo di cambiare marcia e di riconoscerne la loro inadeguatezza ai problemi contemporanei. Ma prima una premessa.

In tutti i passaggi di approfondimento occorre passare dalla storia, e questo indispensabile punto di vista è oggi anche in Italia possibile grazie ad un’opera di facile accesso e lettura per il vasto pubblico grazie al recente volume edito dal Mulino di Luigi Piccioni dal titolo  Parchi naturali. Storia delle aree protette in Italia nelle quali l’autore è riuscito a sintetizzare una ricchissima serie di fatti ed esperienze, partendo anche dall’inquinamento internazionale.

Luigi Piccioni

Ne ha pubblicato una densa presentazione alla quale rinviamo Carlo Alberto Graziani su Greenreport, limitandoci qui a segnalare come già dai titoli di indice si sveli una vicenda che come l’autore scrive nell’incipit del primo articolo “Proteggere la natura con parchi e riserve. Luci e ombre di un’irresistibile ascesa.”, rappresentano tutt’altro che una esperienza semplice. La stessa articolazione del volume lo fa ben intendere quando dalle “Origini. Da Yellowstone al vecchio continente.” si passa a “Un paese all’avanguardia” ed a “Una quasi glaciazione lunga trent’anni”. Certo il successivo capitolo “Anni Sessanta: una nuova cultura dei parchi” fa ben sperare ma già dai successivi si può prendere contatto con una realtà densa di ostacoli con “Una stagione di conflitti e di realizzazioni”, per concludere con il capitolo sulla “La legge quadro” e passare in chiusura ad un titolo che deve far riflettere “Un patrimonio collettivo dal destino incerto”.

Ma della categoria parco ritroviamo anche riferimento nella recente raccolta di ragionamenti intorno alla questione della Rigenerazione urbana e dei territori ad opera di Antonio De Rossi e Giampiero Lupatelli per Donzelli edizioni. Un volume nato da un precedente lavoro preliminare che si è poi esteso a raccogliere 100 lessici specifici dedicati ai temi della rigenerazione, un vasto tema che presenta complessità estese. Come bene illustra l’arch. Laura Mascino nella sua presentazione al volume: “L’intero volume è attraversato dalla consapevolezza e dalla tensione che le progettualità di riqualificazione – che così fortemente avevano segnato l’orizzonte di fine ‘900 – non siano più sufficienti a mantenere in vita, e ad evitare la disgregazione sociale, economica, fisica, di interi brani di città e di territori. Da qui la necessità di vere e proprie azioni rigenerative, agenti su più temi contemporaneamente e in modo integrato, capaci di ricostituire tessuti umani, sociali, produttivi dentro lo spazio fisico. Questo mette in campo uno degli aspetti più innovativi delle pratiche rigenerative, ossia la necessità di sguardi e saperi concretamente transtematici e transdisciplinari, disegnando un terreno d’azione dalle caratteristiche inedite.”

Antonio De Rossi

Qui la voce parco, che ho avuto l’onore di curare, in sintesi viene descritta ricordandole il suo valore eccessivamente duale: parco come spazio dalle regole diverse dal suo esterno, luogo guidato da principi diversi dal resto del territorio, dove il rapporto armonico tra uomo e natura viene coltivato mantenendo certo al primo posto la cura delle specie selvatiche presenti e dei complessi ecologici. E sul tema purtroppo l’effetto recinto, ovvero della matrice separata dal resto che i parchi vivono, resta una tematica che segna in termini non positivi la loro vita, spesso segnata dal continuo resistere alle pressioni esterne, invece che fornire esempi virtuosi da esportare al loro esterno. Anche il tentativo recente di estendere sempre di più la loro incidenza percentuale – rispetto al territorio del 10% obiettivo degli anni ’80 sancito dal congresso di Camerino – con la proposta di raggiungere il 30 % voluto dalla direttiva europea sulla Biodiversità, appare più un tentativo di porre nuovi limiti fisici, che invece strumento per davvero far crescere la coscienza di come si debba gestire un territorio, in equilibrio tra le sue capacità e i cosiddetti bisogni delle società umane che lo occupano.

Gianpiero Lupatelli

Una speranza questa che tenta con un numero di far crescere l’incidenza delle politiche dei Parchi in una nazione, quando dall’altro mancano i fondi, il personale non cresce come sarebbe necessario e il legame con la ricerca scientifica non dà i risultati sperati per la diffusione ad esempio delle buone pratiche di gestione nel campo faunistico: il caso del controllo delle popolazioni artificiali di cinghiali ne è un fulgido esempio.

Cambiare marcia è necessario perché basta fare un bilancio per verificare che i risultati sperati con questa politica non hanno raggiunto gli obiettivi immaginati: la pianificazione ambientale non è divenuta uno strumento acquisito, l’etica sociale è ancora a forte maggioranza orientata a pensare che la tecnologia e il progresso possano risolvere tutto, i progetti di sistema e il coordinamento della tutela delle specie non ha dato i frutti desiderati, le strutture organizzative e i soggetti gestori sono costellati di commissariamenti, direzioni vacanti e personale non motivato: le specie selvatiche si espandono, è vero, ma più a causa dell’abbandono dei territori appenninici e alpini, e la gestione delle problematiche connesse e ancora ispirata a vecchi modelli che con la biologia della conservazione non hanno nulla a che fare.

In sintesi la capacità di esportare buone pratiche nei territori afflitti da danni ambientali che le aree protette hanno, e che purtroppo poco frequentemente sono riuscite ad esportare al loro esterno, non ha saputo radicare o è stata spesso vista come ingerenza di competenze verso altre amministrazioni.

Ecco che dunque cambiare marcia coincide con il riformare completamente la loro natura affidandone la loro ri-nascita a due caratteri: il primo quello di non identificare il parco con un confine, ma utilizzare il diverso concetto del buffer. Ovvero una modalità di identificazione che si muova per fasce creando un percorso dove la gestione consapevole delle risorse vada di pari passo con l’individuazione dei territori popolati da specie e da comunità biotiche per le quali è necessario garantire una loro protezione, limitandone l’uso. E il principio che già vi è nelle aree riconosciute dai programmi UNESCO MaB, dove il binomio vincolo e saggia gestione é parte fondante della nascita di una riserva di biosfera. Un approccio molto più complesso e che chiama in causa molte e diverse discipline e quindi soggetti di facilitazione che aiutino progetti d’integrazione così fatti. Territori più ampi, confini non definiti a tavolino, vincoli gestiti con approccio comunitaro e non poliziesco. Un mix che coincide molto con quella visione transdisciplinare che il volume di Donzelli cerca di rappresentare cin le sue 100 parole e il loro significato letto da più autori italiani.

E’ vero che questa visione riprende l’antico schema delle zonazioni dei parchi nazionali già descritte negli anni ’80 e che sono sancite da documenti di pianificazione come nel caso del Parco d’Abruzzo lazio e Molise, nel quale sono aggiunte le aree D dedicate alla promozione. Ma la proposta delle linee guida delle aree MaB costituisce una per così dire “spalmatura” più estesa e complessa che mette in gioco moti altri fattori, non di vera pianificazione, ma di attivazione e cooperazione territoriale: in una parola meno regole scritte e più pratiche da fare.

Il modello di zonazione previsto per le Biosphere reserve

Ma vi è anche un altro terreno che occorrerebbe coltivare in un nuovo concetto di area protetta, ovvero quello del “laboratorio etico”, un tema ripreso con altri concetti anche dalle linee internazionali UNESCO nel Programma Man an Nature nella stessa filosofia d’approccio che le Linee guida italiane bene descrivono in questo passaggio: “L’elemento distintivo delle Riserve della Biosfera è la cura del territorio, intesa come buone pratiche delle attività e del progresso (culturale, sociale ed economico) delle comunità della Riserva. Il fulcro di una RB è la sua visione etico-civile-culturale piuttosto che commerciale. E’ il modus operandi, che genera capacità nella gestione sostenibile delle attività di un territorio.

Le Riserve della Biosfera mettono in valore il processo (come e perché si fa), nonché le azioni e i comportamenti che determinano sostenibilità e qualità ambientale e sociale rispondenti alle finalità del Programma: non solo prodotti ma conservazione naturale e culturale, formazione, educazione, ricerca, turismo, stili di vita sostenibili.” Ed ancora: “Le RB, pur somigliando ad aree protette, vanno oltre il semplice concetto della protezione e valorizzazione. Sono concepite come laboratori territoriali per favorire un equilibrio duraturo tra le necessità di conservazione della diversità biologica e culturale e di sviluppo socio-economico.  Rappresentano, pertanto, siti modello di sviluppo sostenibile che devono mettere in campo soluzioni efficaci e funzionali, da un lato convincendo i fruitori del territorio della bontà del processo, dall’altro innescandone uno in grado di essere mantenuto nel lungo periodo, che sia economicamente produttivo e sostenibile e che salvaguardi le risorse ambientali ed i relativi servizi ecosistemici, le pratiche e i prodotti tradizionali, il patrimonio artistico/culturale.”

Una azione che non lavori solamente sulla tradizionale educazione ma che attraverso percorsi innovativi e transdisciplinari faciliti l’acquisizione di una maggiore consapevolezza individuale della nostra posizione sul pianeta e nel nostro territorio di vita(temi di cui abbiamo parlato in questi articoli : un lavoro questo che quindi deve chiamare in aiuto la progettazione, culturale, le iniziative di comunità, l’uso dell’arte civile, i percorsi di crescita personale, abbandonando la monocultura del “t’insegno cosa è l’ecologia”.

Un intento utopico? Forse. Ma certo è altrettanto utopico pensare che i Parchi italiani, ad esempi, moltiplichino di circa tre volte i loro territori nelle regioni italiane, quando in realtà ad oggi accade anche che vengano ridotti. E quindi, come dice il Prof. Piccioni, il futuro è incerto, come tutta la questione ambientale, per la quale alla fine solo chi protesta a volte duramente ha davvero compreso la drammaticità di questo passaggio di millennio.

Scrive per noi

IPPOLITO OSTELLINO
Ippolito Ostellino nasce a Torino il 16 agosto 1959. Nel 1987 si laurea in Scienze Naturali e opera come prime esperienze nel settore della gestione e progettazione di Giardini scientifici Alpini. Nel 1989 partecipa alla fondazione di Federparchi Italia. Autore di guide botaniche e di interpretazione naturalistica e museale, nel 1997 riceve il premio letterario Hambury con la guida ai Giardini Alpini delle Alpi occidentali. Dal 2007 al 2008 è Presidente nazionale AIDAP, Associazione italiana dei direttori dei parchi italiani. Dal 2009 partecipa come fondatore al Gruppo di esperti nazionale sulle aree protette "San Rossore". Nell'area torinese opera in diversi campi: è il promotore del progetto Corona Verde dell'area metropolitana torinese per la Regione Piemonte, e svolge attività di docenza presso il Politecnico di Torino; nel 2008 progetta il format della Biennale del Paesaggio Paesaggio Zero; nel 2009 è autore con i Prof. Pala e Occeli del progetto della ciclovia del canale Cavour; nel 2011 ha ideato il marchio di valorizzazione territoriale “CollinaPo” sul bacino di interesse dell'area del fiume Po e delle colline torinesi e nel 2016 porta a riconoscimento UNESCO Mab il territorio di riferimento; nel 2016 coordina il tavolo Green infrastructure nel III Piano strategico dell'area metropolitana. Autore di saggi, contributi congressuali e libri sul tema Natura, Paesaggio e Ambiente, nel dicembre del 2012 è stato insignito del premio Cultori dell'Architettura da parte dell'Ordine degli Architetti della Provincia di Torino.
Dal 2022 è membro effettivo del Centro di Etica ambientale di Parma, mentre nel dicembre 2024 lascia anticipatamente il mondo dei parchi nei quali ha lavorato per oltre 30 anni, svolgendo prima attività professionale e poi accedendo alla pensione, proseguendo oggi nel suo impegno teorico e pratico a favore del pensiero ecologico.