Sebastião Salgado lancia un grido di denuncia attraverso la bellezza delle immagini

“Sin dal momento della sua prima ideazione, attraverso la mostra Amazônia volevo ricreare un ambiente in cui il visitatore si sentisse avvolto dalla foresta e potesse immergersi sia nella sua vegetazione rigogliosa che nella quotidianità delle popolazioni native.”

La mostra è un viaggio antropologico, spirituale e musicale, che porta lo spettatore a conoscere la foresta amazzonica via mare, via terra e via satellitare, attraverso le immagini del fotografo. Appese dal soffitto, esse vengono poste a diverse altezze e presentate in diversi formati. La sala è quasi totalmente buia: la luce è proiettata direttamente sulle opere.

Oltre alla “canonica” esposizione, Lélia Wanick Salgado ha deciso di creare degli spazi semichiusi dipinti in ocra rossa, che ricordano le ocas, le tipiche abitazioni indigene. Al loro interno si trovano le storie e le fotografie dei popoli nativi.

La musica, composta appositamente per l’esposizione da Jean-Michel Jarre, si ispira ai suoni autentici della foresta: dal fruscio degli alberi, ai versi degli animali, fino al rumore della pioggia.

“Per quanto inverosimile possa sembrare poter pensare di riprodurre le sensazioni che si provano quando ci si trova davvero nella foresta pluviale, speriamo tuttavia venga trasmesso, quantomeno in piccola parte, l’alone di magia che permea la regione amazzonica e le sue popolazioni native, offrendo ai visitatori un’esperienza intima e profonda che possa accompagnarli anche una volta fuori dalla mostra.”

Lo spazio per la denuncia è assicurato con le differenti spiegazioni che riempiono i muri della mostra con dati allarmanti sotto diversi punti di vista.

La popolazione

Quando i migranti portoghesi approdarono per la prima volta sulle coste brasiliane, nel 1500, la giungla era abitata da circa cinque milioni di indigeni. Attualmente, la popolazione autoctona non supera le 370.000 unità, con differenti gruppi che parlano fino a 150 lingue diverse.  Si crede, inoltre, che ci siano almeno altri 144 gruppi non ancora contattati.

Salgado, spiegando il suo modus operandi, ce li fa conoscere. Ci fa entrare in contatto con loro.

Durante le mie visite alle comunità indigene, ho sempre portato con me un capiente sacco con dentro un panno spesso o un telo, di circa 6 per 9 metri, che potesse fungere da sfondo durante le sessioni di ritratto. Insieme ai miei assistenti, improntavamo uno studio fotografico sotto gli alberi. In questi ritratti, isolando i soggetti nativi dall’esuberanza della foresta, riuscivo ad esaltarne la bellezza e l’eleganza che li rendeva unici. (…) Allestivo il mio studio proprio nel momento del loro ritorno a casa, quando si rilassavano, ed attendevo di vedere chi di loro desiderasse farsi fotografare in quel particolare frangente.”

Ci sono così immagini dei Marubo, Yawanawá, Suruwahá, Macuxi, Awá-Guajá, Xingu, Yanomami, Asháninka, Korubo.

L’Amazzonia, un polmone verde ma anche blu

La foresta dell’Amazzonia è l’unico luogo al mondo in cui l’umidità aerea non dipende dall’evaporazione degli oceani: ogni albero funge da aeratore, proiettando nell’atmosfera centinaia di litri d’acqua ogni giorno, creando i fiumi volanti. Gli scienziati hanno stimato che se ogni giorno dal Rio delle Amazzoni vengono riversate nell’oceano 17 mld di tonnellate d’acqua, nello stesso lasso temporale dalla giungla se ne innalzano verso l’atmosfera 20 mld. Un albero di grandi dimensioni riesce a succhiare acqua fino a una profondità di 60 metri e a produrre fino a 1000 litri al giorno. Calcolando che tale processo sia da applicare a tutti gli alberi della foresta, ovvero tra i 400 e i 600 mld di volte, si comprende come il suo lavoro sia essenziale non solo per il benessere della zona, ma all’intero pianeta.

Eppure, è stato abbattuto almeno il 17,25% della biomassa. Gli scienziati sostengono che, a causa della deforestazione e del cambiamento climatico, si potrà arrivare ad una riduzione delle precipitazioni annue compresa tra il 10% e il 20%.

La continua predazione della biodiversità, la deforestazione, la presenza di imprese e cercatori d’oro sono alcune delle cause che hanno compromesso, stanno compromettendo e potrebbero continuare a compromettere il bioma della Foresta Amazzonica. Salgado, con i suoi sette anni di vissuto umano e differenti spedizioni geografiche, ci invita a cambiare rotta, affinché questa bellezza sia ancora possibile da vivere a colori, dal vivo, per tutti coloro che la vogliono visitare, e non si riduca ad una fotografia in bianco e nero come ricordo di quello che non ci sarà più.

 

 

 

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Carola Speranza
Carola Speranza
Dopo aver conseguito la doppia laurea triennale nel dipartimento di Lettere moderne all’Università degli studi di Torino e Université Savoie Mont-Blanc, ottiene la laurea magistrale binazionale in Filologia moderna all’Università Sapienza di Roma e Sorbonne Université di Parigi. È fondatrice e autrice del blog “Grandi Storielle”.

Carola Speranza

Dopo aver conseguito la doppia laurea triennale nel dipartimento di Lettere moderne all’Università degli studi di Torino e Université Savoie Mont-Blanc, ottiene la laurea magistrale binazionale in Filologia moderna all’Università Sapienza di Roma e Sorbonne Université di Parigi. È fondatrice e autrice del blog “Grandi Storielle”.

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