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Magnifica humanitas: nel cantiere dell’umano, la Chiesa davanti all’intelligenza artificiale

| Lamberto Iezzi

Tempo di lettura: 7 minuti

Magnifica humanitas: nel cantiere dell’umano, la Chiesa davanti all’intelligenza artificiale
La prima enciclica di Leone XIV è stata un gesto ecclesiale e civile di forte valore simbolico: come la rivoluzione industriale era una questione antropologica prima ancora che economica, l’IA non è più soltanto fabbrica e capitale, ma potenza algoritmica capace di incidere sulle decisioni, sull’immaginario, sulla libertà interiore, sulla guerra e sulla stessa comprensione dell’umano.

Lunedì 25 maggio 2026, nell’Aula del Sinodo, la presentazione di Magnifica humanitas, prima enciclica di Leone XIV, ha assunto il significato di un gesto ecclesiale e civile di forte valore simbolico. Firmato il 15 maggio, nel 135° anniversario della Rerum novarum, il documento è stato consegnato non come un intervento settoriale sull’intelligenza artificiale, ma come un discernimento sull’umano nel tempo della potenza digitale.

Lamberto Iezzi con papa Leone XIV

Lo ha confermato, anzitutto, la composizione stessa degli interventi previsti per la presentazione: alla presenza del Pontefice, i cardinali Pietro Parolin, Víctor Manuel Fernández e Michael Czerny; quindi la professoressa Anna Rowlands, docente di Teologia politica, Dottrina sociale della Chiesa ed Etica teologica delle migrazioni umane alla Durham University, e la professoressa Léocadie Lushombo i.t., docente di Teologia politica e Pensiero sociale cattolico alla Jesuit School of Theology della Santa Clara University. Accanto a queste voci ecclesiali e accademiche, una presenza inattesa e particolarmente significativa: Christopher Olah, cofondatore di Anthropic e responsabile della ricerca sull’interpretabilità dell’intelligenza artificiale.

Il futuro tecnologico non è un destino già scritto

Il cardinale Parolin, chiamato a condurre i lavori, ha indicato la transizione digitale come un prisma attraverso il quale si rifrangono alcune delle questioni decisive del nostro tempo: dignità, lavoro, libertà, pace, giustizia, legami sociali e responsabilità verso la casa comune. Il Segretario di Stato della Santa Sede ha così richiamato uno dei nuclei centrali dell’enciclica: il futuro tecnologico non è un destino già scritto, ma uno spazio affidato alla responsabilità umana, chiamata a orientare anche l’intelligenza artificiale al bene comune, alla luce della vocazione relazionale della persona, creata a immagine di Dio.

Il riferimento alla Rerum novarum non è dunque soltanto celebrativo. Leone XIII aveva colto nella rivoluzione industriale una questione antropologica prima ancora che economica: operai impoveriti, famiglie sradicate, nuove forme di dipendenza prodotte da una trasformazione priva di adeguata misura morale.

Leone XIV guarda oggi all’intelligenza artificiale come alla res nova del nostro tempo: non più soltanto fabbrica e capitale, ma potenza algoritmica capace di incidere sulle decisioni, sull’immaginario, sulla libertà interiore, sulla guerra e sulla stessa comprensione dell’umano.

Non cedere all’idolatria del presente

Il metodo dell’ascolto, emerso nella giornata di presentazione, trova nel testo dell’enciclica la propria architettura dottrinale. Leone XIV ricorda anzitutto che la dottrina sociale della Chiesa «Non è un insieme statico di concetti, ma un corpus vivo di verità» (Magnifica humanitas, introduzione, n. 3). Per questo occorre «interpretare le grandi tendenze del nostro tempo» (Magnifica humanitas, introduzione, n. 4), senza ripetere meccanicamente il passato, ma anche senza cedere all’idolatria del presente.

Da qui prende forma il nodo decisivo del rapporto tra tecnica e dominio. L’intelligenza artificiale appare come una delle espressioni più avanzate del paradigma tecnocratico: efficienza, controllo, calcolo e profitto rischiano di trasformarsi da strumenti in criteri ultimi. In questa prospettiva potrebbe affiorare, per chi scrive e per assonanza critica – non certo per comunanza teologica – la diagnosi di Emanuele Severino sulla tecnica moderna: ciò che nasce come mezzo tende progressivamente a configurarsi come fine, imponendo all’agire umano la propria logica di incremento.

Il limite è custodia della biosfera e del futuro dell’umanità

L’enciclica, tuttavia, resta saldamente radicata in una visione cristiana della persona e interroga la tecnica quando essa pretende di stabilire «che cosa conta e che cosa può essere scartato» (Magnifica humanitas, cap. 3, n. 92). Nello stesso orizzonte, Leone XIV richiama Romano Guardini: «L’uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza» (Magnifica humanitas, cap. 3, n. 93). L’enciclica non menziona Hans Jonas, ma il suo pensiero potrebbe utilmente essere richiamato in questo contesto: ne Il principio responsabilità, la sua opera più nota, il filosofo formatosi alla scuola di Husserl, Heidegger e Bultmann, invita a misurare l’agire tecnico non soltanto sulla sua efficacia immediata, ma sulle conseguenze che esso può produrre per l’intera biosfera e per l’umanità futura. Quando la tecnica incide sulle condizioni stesse della vita, il limite non è negazione del progresso, ma forma della custodia.

Nel suo intervento, il cardinale Fernández, Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha illuminato il paradosso inscritto nel titolo: l’umanità è “magnifica” pur essendo ferita da guerre, schiavitù, crudeltà e indifferenza. La sua grandezza non è prestazionale, ma cristologica: l’uomo è immagine di Dio, visitato dall’Incarnazione. L’enciclica lo afferma nella conclusione: «Mentre ideologie antiche e nuove spingono l’uomo al superamento tecnico del limite […] il mistero del Figlio di Dio che entra nella nostra condizione racconta un movimento opposto» (Magnifica humanitas, conclusione, n. 232).

Responsabilità, giustizia e sapienza relazionale

Il cardinale Michael Czerny, Prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, ha ricondotto il discernimento sull’intelligenza artificiale a tre parole: ingegno, coscienza e cura. L’IA è frutto dell’ingegno umano, ma richiede una coscienza capace di orientarne l’uso al bene comune e una cura attenta alle persone e ai popoli più vulnerabili. Magnifica humanitas si pone, perciò, in continuità con Laudato si’ e Laudate Deum, richiamando l’urgenza di una tecnologia custodita da responsabilità, giustizia e sapienza relazionale.

Vaticano, aula del Sinodo. Un momento della presentazione dell’Enciclica (foto di Lamberto Iezzi)

La professoressa Rowlands ha letto il documento come una difesa della persona contro ogni riduzione funzionale. L’essere umano non può essere compreso come semplice ingranaggio dello Stato, attore del mercato o utente-strumento di un ordine algoritmico. Il suo richiamo a sant’Agostino e alla libido dominandi ha ricondotto la questione tecnologica alla sua radice spirituale: il dominio che si presenta come forza, efficienza o neutralità, ma nasce dallo smarrimento della relazione con Dio e con il prossimo.

L’intervento di Christopher Olah ha dato concretezza a questo nodo. Dall’interno della ricerca avanzata sull’intelligenza artificiale, Olah ha riconosciuto l’esistenza di pressioni e incentivi che possono entrare in conflitto con il “fare la cosa giusta”, invocando la presenza di voci morali capaci di dire anche parole scomode.

Leone XIV affronta il problema sul piano morale: le intelligenze artificiali sono «più “coltivate” che “costruite”», perché gli sviluppatori creano architetture sulle quali il sistema “cresce” (Magnifica humanitas, cap. 3, n. 98). Per questo «Non possiamo considerare l’IA moralmente neutra»: ogni artefatto incorpora scelte, «ciò che misura, ciò che ignora, ciò che ottimizza e il modo in cui classifica persone e situazioni» (Magnifica humanitas, cap. 3, n. 104).

La concretezza geopolitica della transizione digitale

Nella sua relazione, la professoressa Lushombo ha invece orientato la riflessione verso la concretezza geopolitica della transizione digitale: bambini e adolescenti del Sud globale impiegati nell’estrazione dei materiali necessari al calcolo digitale (le cosiddette “terre rare”), nuovi colonialismi dei dati, governi incapaci di guardare oltre il PIL. Il digitale non è immateriale: ha miniere, acqua, energia, infrastrutture logistiche, corpi vulnerabili. In questo senso, Magnifica humanitas assume pienamente la prospettiva dell’ecologia integrale: l’intelligenza artificiale non è una questione puramente tecnica, ma economica, ambientale, politica e spirituale.

Da tale impostazione discende lo sguardo dell’enciclica su verità, lavoro e libertà, non come temi separati, ma come luoghi concreti della custodia dell’umano. Sulla verità, Leone XIV non denuncia soltanto i contenuti ingannevoli, ma la crisi dell’attenzione e del giudizio. Avverte che «può prendere forma un sistema educativo senza amore per la verità, in cui il flusso incessante di informazioni sostituisce l’esercizio della ricerca, della riflessione e del discernimento», invocando una vera e propria «igiene dell’attenzione» (Magnifica humanitas, cap. 4, n. 146). Sul lavoro, l’intelligenza artificiale può liberare da mansioni ripetitive, ma può anche produrre scarto quando la sostituzione diventa criterio economico dominante. Sulla libertà, la minaccia non è soltanto il controllo visibile, ma la cattura dell’attenzione, la profilazione, la mercificazione dei dati. Occorre custodire «un cuore che ama la verità», capace di desiderare «ciò che è giusto più dei contenuti di maggiore richiamo» (Magnifica humanitas, conclusione, n. 237).

La potenza tecnologica entra nel dominio della guerra

Il discernimento dell’enciclica si fa ancora più severo quando la potenza tecnologica entra nel dominio della guerra. I sistemi d’arma autonomi rischiano di rendere la violenza più praticabile e meno responsabile. «Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile» (Magnifica humanitas, cap. 5, n. 198). Alla logica della potenza, Leone XIV oppone la civiltà dell’amore, che comincia anche dal linguaggio: «Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra» (Magnifica humanitas, cap. 5, n. 214).

Nell’avviarci a concludere la riflessione, non possiamo non richiamare le due icone bibliche, la torre di Babele e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme, che custodiscono l’intera architettura del documento. Babele è «un’unica lingua, un’unica tecnologia, un’unica direzione» (Magnifica humanitas, introduzione, n. 7), ma senza comunione. Gerusalemme, nella vicenda di Neemia, è invece la ricostruzione paziente di un popolo ferito, dove ciascuno assume il proprio tratto di muro, la propria parte di responsabilità. La scelta non è tra un sì e un no alla tecnologia, ma «tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme» (Magnifica humanitas, introduzione, n. 9).

Una sfida antropologica corale

E ci sentiremmo di affermare che la giornata del 25 maggio è stata la rappresentazione plastica di questo metodo: ascolto, discernimento, responsabilità condivisa. Gli interventi in aula hanno mostrato il carattere corale della sfida; il testo dell’enciclica ne offre il fondamento dottrinale e spirituale.

La sfida antropologica che Magnifica humanitas riconosce nel tempo dell’intelligenza artificiale può essere raccolta in una domanda essenziale: quale volto dell’umano intendiamo custodire mentre cresce la potenza della tecnica? Il futuro non sarà umano per il solo fatto di essere tecnicamente avanzato. Lo sarà davvero solo se saprà orientare il progresso alla cura della persona e al rispetto della sua dignità: quando l’intelligenza sarà custodita dalla coscienza, l’innovazione dalla giustizia, la libertà dalla verità e la tecnica da quella magnifica umanità che trova in Cristo la sua misura più alta e la sua pienezza.

Lamberto Iezzi è presidente di Prometeo in Venezia – Centro di ricerca e innovazione e membro del Consiglio di amministrazione della fondazione “Sacra Famiglia di Nazareth”, detta Villa Nazareth, istituzione eretta con chirografo di Giovanni XXIII ed ente garante dell’identità e dell’indirizzo strategico dell’omonimo Collegio universitario di merito riconosciuto dal MUR. Formatosi alla scuola filosofica di Emanuele Severino, ha sviluppato un’indagine interdisciplinare che raccorda il rigore ontologico, l’antropologia relazionale e la riflessione sull’ecologia integrale. Collabora con il Premio letterario Le Pagine della Terra e siede nella giuria del premio letterario Il Libro della Vita.

Scrive per noi

MARIO SALOMONE
MARIO SALOMONE
Sociologo dell'ambiente, giornalista e scrittore, Mario Salomone dirige ".eco" dalla fondazione (1989), è autore di saggi, romanzi e racconti e di numerosi articoli su quotidiani e riviste. Già professore aggregato all'Università di Bergamo, è Segretario generale della rete mondiale di educazione ambientale WEEC, che realizza ogni due anni i congressi del settore.