Cambiare è difficile, non cambiare è fatale

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I paesi che usciranno meglio dalla crisi saranno quelli che nelle loro agende daranno un posto prioritario alla scuola. Occorre riflettere, adattare, ridefinire i tempi, gli spazi e le metodologie, cambiare in relazione al sistema che cambia. Il cambiamento fa dell’insegnare il mestiere più bello del mondo.

Disse Fred Allen, attore statunitense dei primi del ‘900, “Cambiare è difficile, non cambiare è fatale”.

È innegabile che l’umanità abbia vissuto e stia vivendo un’esperienza senza precedenti, che ha messo tutti alla prova e che di certo determinerà un cambiamento nel modo di rapportarci e di vedere il futuro. È come se fossimo stati catapultati in una realtà parallela, che, fino a qualche mese fa, era concepita solo nei film di fantascienza. Un periodo di emergenza a cui abbiamo dovuto far fronte, sperimentando in prima persona il concetto di resilienza.

Pensando globalmente la crisi, anche economica, che ci troviamo a vivere peserà non poco e si ripercuoterà per un bel po’. Personalmente credo che i paesi che meglio usciranno da questa crisi saranno quelli che nelle loro agende daranno un posto prioritario alla scuola. La scuola, il luogo in cui si formano i cittadini del domani. Il modo in cui i giovani vivono il ruolo che le viene data determinerà di certo il modo in cui la concepiranno poi. Questo è un punto da cui non si può prescindere.

Tutti ora sono in bisogno “speciale”

Calandomi nel contesto locale, dopo questi mesi è sicuramente possibile fare un primo bilancio e qualche riflessione.

Come scuola ci siamo sin da subito attivati per far fronte alla situazione che ci si presentava. La costituzione di un gruppo di supporto alla DAD e la buona volontà del corpo docenti ci ha permesso di andare a regime sin dall’inizio del primo lockdown. Questo è stato fondamentale per non spezzare il filo rosso che ci tiene legati ai nostri ragazzi. Affrontare insieme, seppur a distanza, soprattutto le prime battute di quel (e di questo!) periodo surreale e pieno di incertezze, è stato fondamentale. Le ansie, le paure, la confusione sono stati gli spunti per avviare il motore delle discussioni a distanza. Questo ha scaturito una prima riflessione che mi ha indotto a ridefinizione di concetto di BES, ovvero di Bisogno Educativo Speciale. Chi più, chi meno tutti in questo periodo sta vivendo una condizione Speciale che necessita un supporto ed un dialogo continuo in una cordata trainata alternativamente da docenti curricolari e di sostegno. C’è chi si è chiuso a riccio nelle mura domestiche, aspettando nella chiamata mattutina, una parola di conforto. C’è però anche chi, nella tranquillità delle mura ha fatto emergere talenti che, vuoi per timidezza, vuoi per inibizione, erano sopiti.

Valorizzare lo spazio casa

La modalità di lezione sincrona e quindi il contatto visivo con la classe ci ha consentito la costruzione di una lezione quanto più simile a quella in classe, e quindi, seppur distanti, siamo legati virtualmente. Ma è ovvio che la propria stanzetta o la propria casa non è l’aula scolastica. Questo influisce di certo anche in termini di concentrazione e di efficacia del dialogo educativo. Allora come valorizzare lo spazio casa, ovvero come far si che le mura domestiche diventino supporto alla didattica. Ecco che l’esplorazione e la conoscenza dello spazio “casa” diventa un approccio metodologico che si può allargare poi alla conoscenza dell’ambiente e più in generale del territorio. Questa dimensione conoscitiva ed esplorativa diventa importante per gli alunni che vengono indirizzati verso un’ottica costruttivistica, per la quale i ragazzi devono imparare attraverso ciò che hanno a disposizione. E questo vale ancor di più per i nostri alunni speciali!

Ho condiviso questa riflessione con alcuni colleghi ed in particolare con la collega di matematica della prima classe dell’indirizzo tecnico turistico ed è venuto fuori un percorso di “learning by doing” che ha visto l’applicazione di un concetto teorico (le operazioni che si fanno con monomi e polinomi) per la risoluzione di un’attività pratica: la creazione in scala di una piantina della propria abitazione con tanto di calcolo delle aree.

Ma di certo in questo periodo si è cristallizzato, dal mio punto di vista, un altro aspetto dell’essere docenti oggi. Viviamo nell’era dell’informazione e della comunicazione, per cui la reperibilità dei dati è alla portata di tutti. Ma in questo mare magnum di contenuti manca una bussola che permetta ai discenti di orientarsi e quindi di costruire in maniera efficace il loro sapere. Ecco, quindi, che esce fuori il ruolo del docente come guida alla ricerca delle fonti giuste da cui attingere le informazioni. Gli odierni nativi digitali (che poi spesso tanto digitali non sono se non nell’uso dei social) vanno guidati non tanto sull’informazione, ma sul giusto modo di arrivarci.

Beh, allora tutto bene? Insomma!

Gli abbracci che mancano

Oltre che da docente sto vivendo questo periodo anche da genitore. Ho chiesto a mia figlia di 8 anni cosa le mancasse di più della scuola: la prima cosa mi ha detto è che le mancavano gli abbracci con le maestre e gli amichetti.

Non si può prescindere dal fatto che la scuola sia un sistema complesso, fatto prima di tutto di relazioni e che l’aspetto affettivo, emotivo ed empatico sono necessari e fondamentali per un apprendimento efficace. Questo è vero per i bambini, così come lo è per gli adolescenti.

Siamo esseri sociali fatti prima di tutto di relazioni ed è chiaro che la didattica a distanza ha dei forti limiti in tal senso. Lo schermo non comunica tutta la complessità della persona e quindi del messaggio che essa vuole mandare. È chiaro che la classica lezione frontale (già di per se sempre più obsoleta) debba essere ripensata a fronte di una miscela di spunti metodologici che diano agli alunni una maggiore autonomia. Con la modalità asincrona è possibile condividere materiali, video, link, approfondimenti che poi sono discussi durante la lezione sincrona. Laddove serva poi si può pensare alla lezione sincrona come momento di potenziamento e di supporto a piccoli gruppi omogenei valorizzando la risorsa docente curriculare, di sostegno e di potenziamento. In questi primi mesi ci sono stati dei buoni tentativi inquadrati in quest’ottica, che sono di certo inseriti in un processo di continuo miglioramento.

Ma questo non basta. Dovremmo indubbiamente tornare a vivere la relazione dal vivo ripensando gli spazi, per esempio valorizzando ancor di più gli spazi aperti del territorio (cosa che fortunatamente sia a livello curriculare ed extracurriculare come istituto già facciamo) ma arricchendo tutto questo con le potenzialità e le opportunità del virtuale che abbiamo sperimentato in questo periodo.

È vero che cambiare è difficile, ma fa parte della naturale evoluzione delle cose e di certo ci fa crescere come professionisti e come persone.

Riflettere, adattare, ridefinire i tempi, gli spazi e le metodologie, cambiare in relazione al sistema che cambia: sono tutte azioni che ti portano a crescere. Non tutti i mestieri consentono questo – per questo credo che quello del docente sia il mestiere più bello del mondo!

Parliamone ;-)