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Ermete Ferraro e l’ecopacifismo del Movimento Internazionale della Riconciliazione

| Laura Tussi

Tempo di lettura: 5 minuti

Ermete Ferraro e l’ecopacifismo del Movimento Internazionale della Riconciliazione
Ermete Ferraro, presidente del MIR, promuove l’ecopacifismo come risposta a guerra e crisi ambientale. Il Movimento internazionale della riconciliazione unisce azione, educazione e ricerca per forgiare una società nonviolenta. Ferraro evidenzia l’urgenza di una difesa civile e disarmata, invitando a nuovi percorsi di attivismo per la pace, per la giustizia e per la salvaguardia dell’ambiente.

A Napoli e in tutta Italia il Movimento internazionale della riconciliazione porta avanti dal 1952 le istanze del pacifismo, dell’ecopacifismo e della nonviolenza. Ripercorriamo la sua storia e la sua attività, oggi più che mai cruciale, insieme al presidente Ermete Ferraro. Insegnante e educatore, autore di libri, saggi ed articoli, oltre a collaborare con le redazioni del Centro Gandhi edizioni di Pisa, di Presenza Italia e della rivista di V.A.S. Nuova Verde Ambiente, dove cura una rubrica sull’ecopacifismo, è curatore di vari siti web associativi, di due blog e di alcune pagine sui social.

“Praticare la nonviolenza attiva come stile di vita, come mezzo di riconciliazione nella verità e mezzo di trasformazione personale, sociale, economica e politica”.

È questo lo scopo delle donne e degli uomini che fanno parte del Movimento Internazionale della Riconciliazione, sezione italiana della rete globale International Fellowship of Reconciliation. Per parlare delle attività del Movimento Internazionale della Riconciliazione, ma anche della situazione geopolitica attuale, con un focus sui temi dei diritti, della nonviolenza e del pacifismo, abbiamo fatto una chiacchierata con Ermete Ferrero.

ecopacifismo
Manifestazione MIR ad Assisi

Qual è la caratteristica che più ti rappresenta – tenendo conto delle tante e svariate questioni di cui ti sei occupato fin dagli anni ’70?

Fin dalle prime esperienze come obiettore antimilitarista, infatti, il naturale collante fra i miei diversi interessi è stata una visione della Nonviolenza come scelta globale, come bussola per orientare le scelte successive e coniugarle in una prospettiva unitaria. I cinque pilastri della mia formazione personale (religioso, linguistico, sociale, pacifista ed ecologista), mi sono quindi serviti come supporto per provare a costruire un pensiero ed un’azione quanto più coerenti. Dai principi della Nonviolenza attiva (innocenza, rispetto delle diversità, condivisione, comunicazione, cooperazione, costruttività, empatia) credo di aver tratto le basi per un progetto complessivo: socioeducativo, ecosociale ed ecopacifista.

Altro punto fermo della mia esperienza è stato quello di mantenere un giusto equilibrio tra le tre classiche dimensioni del pacifismo (ricerca, educazione ed azione). Costruire la pace, a mio avviso, richiede uno sforzo per collegare questi tre ambiti, per essere più credibili ed efficaci nella opposizione alla follia del militarismo, del riarmismo e della guerra, ma anche per sostanziare le proposte alternative in un effettivo ‘programma costruttivo’.

Puoi raccontare brevemente la storia del M.I.R.?

Il Movimento Internazionale della Riconciliazione, la più antica organizzazione pacifista italiana (1952), è la branca nazionale dell’I.F.O.R. (International Fellowship of Reconciliation), prestigiosa  organizzazione mondiale di matrice spirituale ed ecumenica fondata nel 1919, che tra i suoi soci ha annoverato premi Nobel come Martin Luther King. Personalmente, nei miei esordi come obiettore di coscienza ho avuto la fortuna di trarre ispirazione da personalità autorevoli come Antonino Drago e Giuliana Martirani.

Ecco perché la prima aggregazione nonviolenta a Napoli ha visto per molti anni un impegno coordinato della L.O.C. (Lega degli Obiettori di Coscienza) con lo stesso M.I.R.  Ero in servizio presso la Casa dello Scugnizzo, presieduta dal suo profetico fondatore Mario Borrelli, quando all’interesse per la ricerca sociale si è intrecciato quello per la ricerca sulla pace, istituendovi la prima organizzazione italiana, l’I.P.R.I. (Italian Peace Research Institute) e coniugando così l’azione sociale dal basso con quella per il disarmo e la difesa nonviolenta.

Il M.I.R. – che dal 2017 ha ripreso la sua attività a Napoli con un’assemblea pubblica proprio sul rilancio del disarmo nucleare – è stato costantemente impegnato sui principali temi dell’ecopacifismo nonviolento che, come recita il suo Statuto, vede appunto i suoi associati: “impegnati nel praticare la nonviolenza attiva come stile di vita, come mezzo di riconciliazione nella verità e di trasformazione personale, sociale, economica e politica”. Puoi parlarcene?

Oltre che nella tradizionale campagna a sostegno dell’obiezione di coscienza ed a tutela di tutte le forme di opposizione al militarismo ed alla guerra, il M.I.R. si è impegnato in quelle campagne per il bando totale alle armi nucleari e, più in generale, per un disarmo accompagnato da un modello alternativo di difesa, non armata, civile, sociale e nonviolenta.

La sua azione – attraverso le sue sedi e gruppi territoriali, ma anche a livello transnazionale mediante l’I.F.O.R. – ha spaziato anche in altri ambiti, quali l’educazione all’ecopacifismo e alla nonviolenza attiva, la tutela dei diritti umani ed il contrasto alla militarizzazione delle scuole e delle università. È stato poi coltivato anche un collegamento ecumenico con le altre organizzazioni di matrice spirituale che agiscono in base al trinomio pace, giustizia e salvaguardia del creato. Personalmente, infatti, credo di aver dato un impulso soprattutto verso un complessivo progetto ecopacifista, sul quale il M.I.R. ha pubblicato con le edizioni Gruppo Abele un utile opuscolo (“La colomba e il ramoscello”). 

Recentemente con mio  libro “Grammatica ecopacifista” (Pisa, Centro Gandhi, 2023) ne ho approfondito le dimensioni sul piano della comunicazione, dalla demistificazione dei linguaggi antiecologici, ostili e bellicisti che sempre più invadono i mass media, fino alla proposta di modalità comunicative empatiche, ecologiche e nonviolente.

Credi che la drammatica situazione ed il clima che stiamo vivendo ci costringano a stigmatizzare le sempre più preoccupanti tendenze imperialiste, autoritarie, repressive e guerrafondaie che stanno affiorando?

Premesso che il movimento pacifista ha senz’altro risentito negativamente della conclusione dell’esperienza del servizio civile alternativo degli obiettori di coscienza (che aveva mobilitato circa 200.000 giovani e stimolato la creazione di un modello di difesa alternativa), è pur vero che i movimenti antimilitaristi non sono ancora riusciti a coagulare intorno a sé forze nuove, con proposte innovative ed in modo coordinato.

Non possiamo nascondere, infatti, il rischio che – pur in presenza di lodevoli esperienze di collegamento organico, come quello promossa nel 2020 dalla Rete Italiana Pace e Disarmo – negli ultimi tempi sembra essere venuta meno la capacità di attirare l’attenzione e l’impegno attivo dei giovani (e non solo), su temi fondamentali come l’alternativa alla difesa militare ed un’aggregazione nonviolenta dal basso, per diventare protagonisti di un profondo e radicale cambiamento sociale verso l’ecopacifismo. Bisogna quindi organizzarsi più e meglio per ‘contaminare’ la società, seguendo strade nuove in questo mondo tecnologico e mediatico, ma soprattutto evitando di chiudersi in atteggiamenti ed iniziative autoreferenziali.

Quali sono le istanze prioritarie che dobbiamo perseguire e a cui dobbiamo rispondere in questa fase storica?

Alla domanda sulle priorità da perseguire in questa fase, attraverso l’ecopacifismo posso solo rispondere che la gravissima crisi ecologica, insieme con l’assurdo moltiplicarsi di sanguinosi conflitti armati, ci stanno mettendo di fronte ad interrogativi più che mai evidenti e pressanti. E in effetti il saccheggio delle risorse del pianeta ed il ritorno di preoccupanti tendenze imperialiste e belliciste sono le due facce di un perverso modello di sviluppo: predatorio, iniquo e violento.

In questo travagliato periodo, dunque, bisogna seguire e diffondere nuovi ‘esperimenti con la nonviolenza’?

Sì. Certamente. Opponendoci con l’obiezione, la non-collaborazione e la resistenza nonviolenta alle stragi ed alle devastazioni provocate dal complesso militare-industriale. Dobbiamo poi risultare più credibili, attivi, coinvolgenti ed unitari nei confronti di chi non parte dai nostri presupposti, portando ovunque e in tutti i terreni la nostra capitiniana ‘aggiunta nonviolenta’.

Scrive per noi

Laura Tussi
Laura Tussi
Laura Tussi, docente, giornalista e scrittrice, si occupa di pedagogia nonviolenta e interculturale. Ha conseguito cinque lauree specialistiche in formazione degli adulti e consulenza pedagogica nell'ambito delle scienze della formazione e dell'educazione. Coordinamento Campagna Internazionale ICAN - Premio Nobel per la Pace 2017 per il disarmo nucleare universale, fa parte dei Disarmisti Esigenti, gruppo membro della rete mondiale e premio Nobel per la pace ICAN.