Oltre le competenze: la relazione come fondamento dell’educazione emotiva
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Il manifesto dell’Educazione emotiva1
«Sviluppare una buona competenza emotiva non è utile soltanto per affrontare il presente, ma si rivela essenziale per riuscire a immaginare e piano piano costruire il proprio futuro, con fiducia, consapevolezza e apertura al nuovo.
La capacità di riconoscere, comprendere e gestire le proprie emozioni favorisce infatti, a qualsiasi età ma ancor di più tra infanzia e adolescenza, la possibilità di compiere scelte consapevoli, intessere e custodire relazioni equilibrate, coltivare resilienza di fronte alle sfide, ai cambiamenti alle delusioni e agli imprevisti. Se numerosi studi dimostrano come le emozioni influenzino in modo significativo i processi decisionali, spesso anche a livello implicito, ne consegue che promuovere una reale consapevolezza emotiva diventa un obiettivo educativo fondamentale».
Queste sono le parole di Paolo Maschietti, Head of La Scuola Academy e Ulisse Mariani, psicologo e psicoterapeuta, ricercatore nel campo della psicologia dello sviluppo, autore, insieme a Rosanna Schiralli2 del metodo Didattica delle Emozioni®.
Il metodo ideato e diffuso da Mariani e Schiralli vanta una lunga storia, documentata attraverso numerose pubblicazioni. Dalla loro collaborazione con il Gruppo Editoriale La Scuola è nato il Manifesto dell’Educazione Emotiva, articolato in dieci punti che pongono l’attenzione su temi fondamentali: diritto, importanza, valore, ascolto, rispetto, benessere, empatia, competenze, futuro e digitale.
Ciascun punto è stato approfondito e condiviso attraverso un ciclo di webinar che ha coinvolto numerosi insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado, contribuendo a diffondere una riflessione sempre più ampia sul ruolo delle emozioni nei processi educativi e nello sviluppo della persona.
«Il Manifesto dell’educazione emotiva viene proposto in più versioni: perché ogni età ha il suo modo speciale di ascoltare, capire e raccontare ciò che si prova.
La versione originale del documento offre delle linee guida per i docenti e può essere proposta anche a ragazze e ragazzi delle Scuole Secondarie. Per i più piccoli, invece, il Manifesto si presenta in due forme, una semplificata per il primo e una per il secondo ciclo della Primaria, che restano fedeli al messaggio e allo spirito del documento. Sulla versione per il primo ciclo è stata creata anche una canzone, che puoi ascoltare qui sotto!
Così il Manifesto diventa davvero un compagno di viaggio per tutti: bambini, adolescenti e adulti. Un promemoria che ci ricorda quanto sia bello e importante imparare a riconoscere e vivere le proprie emozioni»3.
Quando mi è stata affidata la parola futuro, (il nono punto del manifesto, il nono webinar), ho scelto di partire dalla pedagogia della domanda. Prima ancora di offrire risposte, infatti, credo sia importante fermarsi ad ascoltare le domande che abitano ciascuno di noi.
Le competenze emotive plasmano il futuro4
Che cos’è il futuro?
Che cosa ci riserva? Possiamo soltanto dire che è qualcosa che si costruisce giorno dopo giorno, qualcosa che stiamo già plasmando nel presente. Il futuro non è un evento che semplicemente accadrà: è una responsabilità collettiva che nasce dalle scelte quotidiane, dai valori che testimoniamo e dalla qualità delle domande che abbiamo il coraggio di farci. Domande che cercano risposte urgenti visto che custodire l’humanitas, ovvero l’arte di diventare pienamente umani attraverso la cultura, l’empatia e il senso di responsabilità, rappresenta l’impegno improrogabile per consegnare ai nostri giovani un futuro “sufficientemente buono”, capace di offrire opportunità di crescita, di realizzazione e di speranza.
Come ogni epoca di transizione, anche la nostra è caratterizzata da incertezze, disuguaglianze e trasformazioni accelerate; tuttavia, si ha l’impressione che l’etica della sopravvivenza si sostenga su basi valoriali più fragili e impoverite. Perciò mi domando spesso: quale mondo stiamo costruendo e quale eredità stiamo consegnando alle nuove generazioni? Pensiamoci. Se le scelte che compiamo oggi compromettono le possibilità di domani, allora la questione del futuro non riguarda soltanto ciò che verrà, ma interpella direttamente il nostro modo di vivere il presente. È qui, infatti, che il futuro prende forma: nelle responsabilità che assumiamo, nelle relazioni che costruiamo e nella visione di umanità che decidiamo di promuovere.
Che cos’è il presente?
Il nostro è un tempo complicato e complesso, nel quale occorre imparare ad abitare la complessità, che non è confusione: essa è, come insegna Edgar Morin, una trama nella quale ogni elemento è intimamente connesso agli altri, e ogni fenomeno può essere compreso solo nella rete di relazioni di cui fa parte. Impararla, viverla, accoglierla e comprenderla consapevolmente non è affatto semplice e può, umanamente, generare smarrimento e incertezza, a maggior ragione nelle nuove generazioni, chiamate a confrontarsi con sfide di portata globale: dalle crisi ambientali alle disuguaglianze sociali, dalle trasformazioni tecnologiche ai mutamenti culturali ed economici. Quali strumenti offriamo loro? Quali modelli? Quale etica di comportamento?
Per molto tempo abbiamo trasmesso alle generazioni successive l’idea che fosse importante coltivare le proprie passioni, valorizzare i propri talenti e costruire il proprio progetto di vita in sintonia con le proprie inclinazioni e aspirazioni, per raggiungere autorealizzazione e benessere interiore. L’Educazione, oggetto di studio della pedagogia, ha sempre avuto il compito di accompagnare la persona nel diventare ciò che è chiamata a essere: parliamo di empowerment, ovvero la capacità di riconoscere, sviluppare e mettere a frutto le proprie potenzialità, il proprio potere di essere, di scegliere e di fiorire come persona. Una promessa educativa che afferma il valore unico di ogni individuo e il diritto di ciascuno a costruire il proprio progetto di vita… di qualità. Oggi, come manteniamo tale promessa? Ormai sembra una prassi quella di orientare le scelte formative e professionali verso le richieste del mercato per rispondere più ai bisogni economico-sociali che individuali. Ai giovani non domandiamo più: «Che cosa desideri diventare? Che cosa vuoi fare da grande?», ma: «Quali competenze richiede il mondo del lavoro? Quali profili professionali offrono maggiori opportunità occupazionali?». Questo, a mio parere, significa ribaltare sui giovani le conseguenze dei danni compiuti ieri e oggi: economici, sociali, ambientali e culturali. Invece di interrogarsi sulle cause delle disuguaglianze, della precarietà lavorativa o della progressiva riduzione degli spazi di realizzazione personale, chiediamo loro di adattarsi a un futuro, forse, già compromesso.
Siamo dentro un cambiamento culturale profondo, che rischia di ridurre l’educazione a una funzione prevalentemente utilitaristica e produttiva. Se la formazione viene concepita esclusivamente come preparazione al lavoro, si corre il pericolo di trascurare la dimensione più autentica della crescita umana: quella che riguarda la costruzione dell’identità, la ricerca di significato, la realizzazione delle proprie potenzialità, la cura delle proprie emozioni, il pensiero critico, la relazione: l’humanitas. Occorre riprendere a fare Educazione nel senso più squisitamente pedagogico! Occorre rimettere la persona al centro, parlare una lingua nuova e bella fatta di parole come: cultura, pace, benessere, significanza, affetto, empatia, amore… I Care. E qui chiamo in causa i pedagogisti.
Quali adulti siamo noi?
E allora la domanda educativa fondamentale diventa: quali adulti stiamo formando? E prima ancora: quali adulti siamo noi? L’esperienza m’insegna, ormai senza ombra di dubbio, che è necessario ripartire proprio dagli adulti educanti: dagli insegnanti, dagli educatori, dai genitori, da tutti coloro che abitano responsabilmente la relazione educativa.
Ricordiamo la triade sapere, saper fare, saper essere? È la formula che attraversa la pedagogia tra gli anni Settanta e Novanta e che trova voce nel Rapporto UNESCO coordinato da Jacques Delors, Nell’educazione un tesoro (1996), nel quale si afferma che educare significa imparare a conoscere, a fare, a vivere insieme e soprattutto a essere. In queste parole si riflette una visione profondamente umana dell’educazione, capace di coinvolgere non solo chi apprende, ma anche l’adulto che accompagna, ascolta, testimonia.
Incontro, parlo, conosco tantissimi insegnanti, bravissimi nel sapere e saper fare, ma poco consapevoli di dover e di saper essere, in molti casi. L’aggiornamento continuo e la formazione, non fanno che elargire nuove tecniche, metodologie anche sofisticate e certamente importanti (vedi l’AI) per saper stare nell’era ipertecnologica, il presente. Tutto questo è certamente fondamentale e provo ammirazione per l’efficienza di molti di loro. Tuttavia intravvedo un rischio generale: una sorta di didattismo metodologico in espansione. Il rischio cioè di pensare che ogni problema educativo possa essere risolto attraverso una nuova tecnica, una nuova procedura, una nuova metodologia: la “ricetta”. Come si fa? Qual è l’ennesimo strumento? Questa è la domanda che spesso mi viene posta. La risposta più naturale è: oltre a tutto, bisogna imparare a riflettere sul pensiero che accompagna il pensiero sull’azione (epistemologia riflessiva).
Da pedagogista credo in una pedagogia divergente, una sorta di bussola orientativa, volta non tanto a riempire, a quantificare, a misurare, bensì a pensare l’educazione. Tutti conosciamo e ripetiamo l’origine di questa meravigliosa parola eppure dovremmo chiederci: quanto siamo capaci di fare autentica educazione? Perché educare è, prima di tutto, Cura, I Care per citare Lorenzo Milani. Educare è relazione educativa, empatia, sospensione del giudizio. Educare è osservare davvero l’altro, fino a riconoscerne il volto, come ci ricorda Emmanuel Lévinas. Ma educare significa anche interrogarsi costantemente sul pensiero che orienta le nostre azioni, riflettere sul senso delle nostre scelte educative e mantenere vivo uno sguardo critico e consapevole sul nostro modo di essere adulti ed educatori.
Che cosa significa aver cura di Sé?
Spesso pensiamo alla cura di sé come a qualcosa di marginale e di secondario, quasi accessorio nelle professioni educative. In realtà, aver cura di sé è una condizione essenziale per poter avere cura dell’altro e per SAPER STARE nella relazione. Entrare in relazione con i nostri studenti richiede la capacità di entrare prima di tutto in relazione con noi stessi. Questo richiede coraggio (non a caso, la parola “coraggio” deriva da core, cuore) e disponibilità a “pro-vocare” il nostro pensiero. Aver cura di sé significa conoscersi. Significa educare le proprie emozioni. Significa interrogare la propria storia personale, la propria biografia. Significa riconoscere che ciascuno di noi entra ogni giorno in aula portando con sé pensieri, emozioni, fragilità, aspettative, precomprensioni (J. Habermas). Anche la valutazione scolastica, per quanto rigorosa, non sarà mai totalmente oggettiva, perché dentro ogni relazione educativa agisce, inevitabilmente, una componente umana. Molti insegnanti si definiscono empatici, inclusivi, attenti…e questo è molto bello. Ma credo che anche le parole meritino una attenta riflessione. Per esempio: che cosa intendiamo per empatia? Siamo certi di non confonderla con la simpatia? O con il contagio emotivo? L’empatia, che è anche una propensione naturale, una forma di intelligenza interpersonale/intrapsichica (H. Gardner), è una competenza relazionale profonda che va educata, affinata, coltivata ed è alla base di ogni relazione educativa con gli altri e con noi stessi.
Come possiamo farlo?
Attraverso pratiche riflessive concrete, che si intrecciano efficacemente con le pratiche autobiografiche e biografiche descritte da Duccio Demetrio, è possibile promuovere una formazione più consapevole dell’adulto educante. Penso, ad esempio, alle diverse forme di scrittura riflessiva: il diario di bordo, il diario di classe, il diario delle emozioni, la scrittura autobiografica. Strumenti apparentemente semplici, ma capaci di trasformare l’esperienza in occasione di conoscenza e crescita.
Spesso si sente ripetere: «Non c’è tempo». Ma forse il problema non riguarda soltanto il tempo. Dovrebbe prevalere la volontà di non lasciarsi sopraffare dal burocratese, dalla cultura della performance e dalla continua richiesta di produttività, per non smarrire la dimensione umana dell’educazione e la creatività del pensiero. Non va dimenticato che gli insegnanti sono professionisti della creatività, anche quando questa viene mortificata da vincoli organizzativi e logiche efficientistiche.
Accanto alle pratiche di scrittura, incoraggio gli insegnanti a organizzarsi in gruppi spontanei di confronto per sperimentare il laboratorio del pensiero riflessivo5. Si tratta di un’esperienza che va oltre il tradizionale studio di casi e che mira a creare spazi autentici di dialogo, ascolto e confronto intersoggettivo, un allenamento volto a restituire autenticità a parole che oggi rischiano di diventare slogan vuoti quando non vengono continuamente ripensate alla luce della pratica concreta, nonché un allenamento alla pedagogia della domanda (P. Freire). Che cosa intendiamo per empatia? Quanto sono in grado di educare all’empatia? E per cura? E per inclusione?
Educare l’adulto all’empatia richiede un percorso che coinvolge almeno tre dimensioni fondamentali: la consapevolezza di sé, cioè la capacità di riconoscere emozioni, limiti, ferite e reazioni; il decentramento, ovvero la comprensione che l’altro non è una copia di noi stessi; la responsabilità relazionale, la consapevolezza che ogni parola, ogni gesto e ogni silenzio possono ampliare o restringere il mondo interiore di chi abbiamo di fronte.
Per questo ritengo che una professione di cura non sia per chiunque e che una diversa formazione, o comunque integrata, sia necessaria. Oggi, forse ancora più di ieri, ho maturato la convinzione che soltanto adulti educati all’empatia possano realmente educare all’empatia. È qui che il saper essere rivela tutta la sua importanza: non come competenza accessoria, ma come fondamento stesso dell’agire educativo.
Verso un futuro sufficientemente buono: le competenze emotive non sono un lusso!
Le competenze emotive non rappresentano un elemento accessorio dell’educazione, né un lusso pedagogico riservato a contesti particolari. Costituiscono, piuttosto, il terreno umano sul quale ogni apprendimento può nascere, radicarsi e svilupparsi.
Il futuro non sarà plasmato soltanto dalle competenze tecniche o dall’innovazione tecnologica. Sarà determinato, soprattutto, dalla qualità delle relazioni che sapremo costruire e abitare. In un tempo caratterizzato da trasformazioni rapide e profonde, la vera sfida educativa consiste nel preservare e coltivare ciò che rende autenticamente umana la nostra esperienza: la capacità di comprendere, di ascoltare, di prenderci cura dell’altro e di assumere responsabilmente il nostro essere in relazione. Sono convinta che il compito più importante dell’educazione oggi sia proprio questo: formare persone capaci di pensare, sentire e vivere consapevolmente la relazione con gli altri, conoscere l’immenso e prezioso bagaglio emozionale e affettivo di cui ciascuno è portatore. A partire da sé stessi.
Educare all’empatia significa, in ultima analisi, educare alla libertà. Questa è la grande sfida del nostro tempo: una responsabilità che riguarda anzitutto noi adulti, chiamati a incarnare quotidianamente, con le nostre scelte e i nostri comportamenti, quei valori e quel saper essere che vorremmo vedere fiorire, crescere, migliorare, nelle nuove generazioni. Abbiamo un compito improcrastinabile: imparare che il presente, per essere generativo di futuro, deve acquisire credibilità e coerenza così da assumere una reale significanza. Ognuno cominci da sé, in particolare dalla scuola, visto che «La scuola non è un edificio, ma un organismo vivente in cui le persone e le interazioni sono fondamentali: l’empatia sviluppa relazioni positive, indispensabili per sostenere lo sviluppo socio-emotivo di tutta la comunità educante»6.
Il futuro è la meta, mentre il presente è il luogo educativo in cui si formano le persone che avranno il compito di costruirlo.
- https://manifesto-emozioni.gruppolascuola.it/un-manifesto-per-ogni-eta.html ↩︎
- https://www.educazioneemotiva.it/ ↩︎
- https://manifesto-emozioni.gruppolascuola.it/un-manifesto-per-ogni-eta.html ↩︎
- https://www.youtube.com/watch?v=YtGGk3iHSNY ↩︎
- MORTARI L., Apprendere dall’esperienza. Il pensare riflessivo nella formazione, Roma 2003 ↩︎
- https://www.gruppolascuola.it/emozionialcentrodellascuola ↩︎
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