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Lezioni di pedagogia, un approccio protopico alla pedagogia della cura

Tempo di lettura: 7 minuti

Lezioni di pedagogia, un approccio protopico alla pedagogia della cura
“Lesioni di pedagogia” affronta, con cadenza mensile di temi dell’educazione. Dall’infanzia all’invecchiamento attivo, dall’intelligenza artificiale alla creatività umana, con fiducia e ottimismo le sfide della vita da affrontare con un approccio educativo, un tutte le fasce di età.

Lezioni di Pedagogia è una nuova rubrica che tratterà diversi temi che vogliono essere formativi per sensibilizzare su argomenti che riguardano l’essere umano in tutte le sue fasce di età. Sono conversazioni di Tiziana Carena con la pedagogista Luisa Piarulli, della quale sono apparsi in “.eco” (edizione a stampa e online) diversi interventi e recensioni di suoi lavori. 

Questi primi interventi riguardano non solo l’età della vecchiaia di cui Luisa Piarulli si è occupata nel suo ultimo libro Il talento di vivere la vecchiaia. Pedagogia per un nuovo umanesimo esistenziale, ma sono una sorta di introduzione per una teorizzazione pedagogica. Si tratteranno l’utopia pedagogica, e, in questo primo intervento, anche il talento e la creatività nell’età della vecchiaia, non soltanto l’età del tramonto. Per promuovere una “rivoluzione culturale”: non vedere l’età della senescenza come declino, ma abbattere stereotipi e pregiudizi partendo dall’idea che ogni età è un valore in sé nelle sue diverse fasi.

Leggi anche: Il talento di vivere la vecchiaia. Pedagogia per un nuovo umanesimo esistenziale

Utopia: il luogo che non è in nessun luogo

L’utopia è il sogno, è l’ideale, l’onirico buono che accompagna ognuna delle nostre esistenze. Chi non ha avuto e non ha dei sogni? Ma l’utopia pedagogica è qualcosa di più: è l’impegno dell’educazione a rendere possibile il naturale cambiamento trasformativo. Il maestro e pedagogista Danilo Dolci (1924-1997) era solito chiedere ai suoi alunni: “Qual è il tuo sogno?”. La sua domanda era legittima, quella che non ha risposte precostituite e che richiede ascolto e attenzione per l’altro, la domanda dalla quale avrebbe preso avvio un cammino e un accompagnamento verso l’autorealizzazione migliore di ognuno di loro.

Invece, oggi, i bambini che sognano tanto rischiano di essere definiti “distratti” e, dunque, a rischio di etichetta, dimenticando, più o meno volutamente, che i sogni non si realizzano soltanto nelle fiabe. L’utopia pedagogica rappresenta la naturale tensione verso una ricerca capace di unire teoria e prassi e consentire la trasformazione verso un mondo migliore. L’educazione è la chiave di svolta per il cambiamento.

L’epoca “internettiana”, l’epoca della velocità 

Il paradigma della velocità e dell’efficienza, della competitività e produttività caratterizzano il nostro tempo e, così, non c’è tempo per sognare. A scuola bisogna studiare in funzione del lavoro di cui il sistema economico necessita. Tutto il resto appare intralciante. Così, se da una parte si tengono a posto le coscienze esaltando principi educativi come integrazione e inclusione, dall’altra si continua ad escludere chi e cosa non è produttivo, chi è diverso, chi non è adeguato alle regole socio-culturali-economiche. Sognare è tempo perso, l’utopia è cancellata e considerata, aprioristicamente, irraggiungibile: la persona vive in funzione di qualcosa al di fuori di sé.

Il fine pedagogico, l’empowerment, a partire dalla scuola, rischia di “essere in funzione” di altro, esulante dall’autoefficacia, dall’autorealizzazione, dalla salutare ambizione personale corroborata da motivazione e interesse. Piano piano i valori, il rispetto e la cura per l’Altro da me, la bellezza delle relazioni, l’autenticità, diventano (almeno nel gergo comune), l’utopia incompresa e improbabile, il progetto di pochi sognatori senza contezza della realtà, il sogno di un mondo ideale inarrivabile. A prevalere è la visione distopica del sociale, il rischio è la supremazia della macchina sulla persona: l’esatto contrario dell’utopia pedagogica.

Eppure, l’intelligenza e la creatività dell’essere umano sono stati capaci di creare perfino l’intelligenza artificiale, il prodotto del pensiero e della ricerca, un supporto efficace per l’attività umana. Tuttavia essa produce una certa seduzione che, come sappiamo, può condurre da una parte o dall’altra e per questo va continuamente monitorata e “dominata” per non correre il rischio della dis-umanizzazione, favorevole solo a una ristretta cerchia di economisti che ambiscono al guadagno e al potere.

Cosicché occorre educare alla gestione della “macchina”, allenare ogni facoltà cognitiva dell’umano, ragionare sul significato della parola “progresso”, imparare a starci dentro mantenendo la dimensione creativa che attiene all’uomo. Af-fidarsi pedissequamente alla macchina non giova, atrofizza l’intelligenza umana. Ancora una volta l’educazione è la chiave. La scuola, non per delega educativa, ma per etica, assume un ruolo principe per raggiungere il difficile obiettivo: stare nel mondo delle macchine senza farsene dominare, assumere la consapevolezza che l’essere umano è l’artefice del proprio destino.

Usiamola pure l’intelligenza artificiale, non giova eluderla perché è al nostro servizio (e mai il contrario); facciamo scoprire ai giovani le sue fragilità e le sue trappole, i suoi errori e la sua assenza di empatia autentica, le sue potenzialità e i suoi vantaggi. Ogni suo uso va ragionato, sondato e se necessario criticato; mettiamo pure in parallelo le differenze tra le due intelligenze: umana e artificiale (perché la chiamiamo “artificiale”?). È la pedagogia della domanda (P. Freire) a sostenere l’opera educativo-formativa, a potenziare il pensiero, ad alimentare l’af-fidarsi all’Altro (avere fiducia) nella bellezza della relazione umana autentica, nella comunicazione empatica, nella parola gentile.

La società attuale delinea una formazione per una società di produttori, di consumatori e di esecutori. Di fronte a quale tipo di pedagogia ci troviamo?

Al paradigma della Cura intesa come “m’interesso di te perché mi stai a cuore” (L. Milani) va sostituendosi, in maniera sempre più eclatante, il paradigma produttivistico: “M’interesso di te in quanto produttore”, capitale economico; in questa prospettiva il principio che muove l’azione è il potere sull’Altro e sul mondo intero. In questi termini i vecchi, i disabili, i poveri, i giovani considerati problematici, rappresentano una complicazione, un intralcio e gli intralci vanno eliminati magari sotto mentite spoglie (per esempio con l’aumento delle diagnosi). Va sviluppandosi una triste ripartizione, per lo più taciuta, tra soggetti funzionali e soggetti disfunzionali. Ma, chi definisce il valore della persona?

Da pedagogista, auspico che la scienza pedagogica riacquisti la sua autorevolezza epistemologica, per avviare ricerca, studi e sperimentazioni volti a proteggere la dimensione umanizzata del sociale, oggi fortemente in bilico. Tra utopia e distopia è possibile, intanto, realizzare la protopia, ossia l’assunzione di uno sguardo capace di apprezzare le buone conquiste dell’umanità, di cogliere i benefici delle invenzioni, di acquisire consapevolezza che il futuro si costruisce in ogni momento del presente, che il nostro pianeta sopravviverà solo se oggi lo vogliamo tutti insieme, che il progresso richiede rinnovato pensiero e intelligenza, ma soprattutto coralità e umanesimo.

La protopia è un atteggiamento positivo, ottimistico, capace di valorizzare il buono, di riconoscere e di correggere i propri errori, è l’apertura verso la responsabilità, è lo sguardo generativo, è la consapevolezza che tutto ciò non è facile e che occorre gradualità, è darsi la possibilità di sbagliare e di ri-costruire, a iniziare dalle piccole cose. Si dovrebbe iniziare dalla scuola a vedere e a valorizzare il bello che c’è in ogni bambino per seminare fiducia e speranza in un domani che vogliamo migliore e più sostenibile, per conoscere in profondità il mondo digitale, per riscoprire il valore della solidarietà. “Per molti è difficile essere ottimisti oggi, ma dobbiamo provarci […]. Dobbiamo immaginare un futuro diverso, possibile” (K. Kelly).

La pedagogia come scienza transdisciplinare e trasversale

La pedagogia riguarda e attraversa ogni altra scienza: dalla medicina all’ingegneria. Il suo nucleo fondante è la triade complessa (Franco Frabboni): istruzione, educazione, formazione, ovvero l’interezza dell’umano.

Il futuro della vecchiaia sarà presumibilmente intrecciato con l’ingegneria robotica, mentre in qualche reparto ospedaliero infantile e geriatrico si sperimentano già la medicina narrativa o i progetti di IAA (interventi assistiti con gli animali), o il teatro, o l’arte. Sono piccoli passi verso nuove consapevolezze, in primis che ogni corpo è una casa abitata da emozioni e affetti, è una biografia che richiede attenzione, ascolto empatico e necessaria distrazione visto che “la distrazione da sé è l’ingresso dell’infinito nell’esistenza […] il venire in luce della prossimità ad altri […], l’ingresso dell’infinito nell’esistenza, è la socialità stessa” (Emmanuel Lévinas, Etica e infinito, a cura di F. Riva, Roma, 2012). 

Anche la somministrazione di farmaci e la cura terapeutica richiedono con-tatto, sapendo che ogni fase della vita rappresenta un capitolo avvincente di un romanzo e l’ultimo, solitamente il migliore, non conclude per sempre una storia perché quella storia appartiene anche ad altri che ne sono forgiati, a tutti noi. Cosicché, l’etica della responsabilità per il Volto dell’altro da me, “un volto che ci chiama a prenderci cura della sua esistenza” (Lévinas), dovrebbe rappresentare il principio dei principi.

Ogni scienza s’intreccia con la “triade complessa” e, quindi, con la Pedagogia. Il paradigma della Cura non è che il paradigma dei diritti esplicitato dalla Convenzione ONU e si traduce con “m’interesso a te perché mi stai a cuore”; necessariamente la Cura coinvolge ogni branca della medicina, l’istruzione, la cultura, il sociale, il diritto.

Identificare e valorizzare il “talento” di ognuno di noi è il compito precipuo dell’educazione, ciò che permette la ricerca e la conoscenza di sé, è la finalità pedagogica per eccellenza, è l’empowerment, ovvero l’acquisizione del potere dell’essere, della progettualità, della relazione, della reciprocità (Erich Fromm, Avere o essere, Mondadori, Milano, 1994), è il potere positivo che aiuta a crescere e porta al riconoscimento delle proprie potenzialità. Ciò vale ad ogni età: bisogna imparare a nascere, a crescere, a stare nel mondo, a morire. Tutte tappe che rendono il cammino di ogni persona degno di rispetto e considerazione. Nessuno è “usa e getta”, anche a 150 anni.

L’utopia davvero irraggiungibile è immaginare la vecchiaia una fase della vita leggera e gaia quando invece gli acciacchi fisici s’impossessano di noi e condizionano, anche pesantemente, la nostra quotidianità: la chiamiamo impropriamente “decadenza del corpo” sebbene il corpo sia il libro della nostra storia. Le pagine di un libro possono usurarsi, ingiallirsi, la carta si assottiglia (come le nostre cartilagini) ma il contenuto di un libro è sempre lì, è memoria e va trattato con delicatezza.

L’utopia pedagogica, quella buona e possibile, è il fine alto. Intanto un approccio protopico può permettere il raggiungimento di una condizione emotivo-affettiva capace di educare alla forza interiore, alla capacità di rielaborare esperienze e fatti biografici anche dolorosi, a fare pace con le proprie colpe o a perdonare i soprusi ricevuti, a ritrovare il gusto di scrivere ancora la propria unica storia, testimonianza preziosa. Ma, come per l’infanzia, occorre il villaggio educativo, una comunità che abbia a cuore, realmente, l’Altro da sé.

È difficile, ma non impossibile. Il ruolo dell’educazione è fondamentale per acquisire competenze “umane” tra cui: l’empatia, l’ascolto, l’osservazione, la comunicazione dialogica, la reciprocità, l’exotopia (quest’ultima è una competenza essenziale per coloro i quali si occupano di politiche sociali, utile a comprendere l’altro senza coinvolgimento emotivo, e adottare così un atteggiamento di problem solving efficace). La pedagogia dell’impegno deve costellare la via verso il riconoscimento e la garanzia del diritto di ciascuno a esistere con dignità, per riumanizzare il sociale oggi ingabbiato in processi di rigidità, di omologazione del pensiero, di medicalizzazione diffusa. A piccoli passi e con sguardo nuovo, con ottimismo e fiducia, potrà, speriamo, realizzarsi tutto ciò. Ce n’è tanto bisogno!

La vecchiaia è l’età del tramonto?

A ben vedere, il nostro tempo sembra segnato da un tramonto generalizzato che riguarda vecchi, adulti e giovani visto che la paura, la solitudine, il malessere, il disagio, li accomuna molto più di quanto pensiamo. Si suol dire che i vecchi siano memoria. È curioso che le statistiche denuncino un aumento di diagnosi di Alzheimer anche in età adulta. Forse che avere e tenere memoria fa male? Fa paura? O che sia meglio allontanare un dolore non elaborato?

Come pedagogista sposo ancora le parole del filosofo Lévinas, il quale considera la memoria del vecchio non tanto come un modo per recuperare il passato, “bensì come un punto di partenza per la relazione con l’Altro e per la costruzione del futuro”. L’incontro intergenerazionale, che auspico fortemente, è la migliore delle possibilità. C’è molto lavoro da fare, bisogna agire, insieme, senza perdere tempo, superando l’ottica emergenziale ed esclusivamente economicista: occorre una pedagogia dell’impegno, accompagnata dal sorriso che sa riconoscere il bello e il buono, per un nuovo umanesimo esistenziale.

Anticipiamo per i nostri lettori e lettrici il tema del prossimo mese:

Le droghe comportamentali: le dipendenze nell’adolescente.

Scrive per noi

TIZIANA CARENA
TIZIANA CARENA
Tiziana C. Carena, insegnante di Filosofia, Scienze umane, Psicologia generale e Comunicazione, Master di primo livello in Didattica e psicopedagogia degli allievi con disturbi dello spettro autistico, Perfezionamento in Criminalistica medico-legale. È iscritta dal 1993 all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Si occupa di argomenti a carattere sociologico. Ha pubblicato per Mimesis, Aracne, Giuffrè, Hasta Edizioni, Brenner, Accademia dei Lincei, Claudiana.