Fino a quando? La “questione palestinese” e il “corso del mondo”
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(Nell’immagine di apertura, i danni provocati dai droni a una delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla sulla home del sito italiano della Freedom Flotilla)
Settantasette anni dello Stato di Israele, settantotto anni di questione palestinese, settantotto anni di impotenza dell’organizzazione internazionale che, statutariamente, avrebbe dovuto e dovrebbe bloccare ogni guerra nel mondo.
L’orrore del 7 ottobre 2023 e l’orrore dei massacri compiuti dall’esercito israeliano a Gaza fino a ora sono il punto di approdo di una dinamica iniziata a dicembre del 1947 come operazione di pulizia etnica che andò avanti fino agli anni Cinquanta.
“Si circondavano i villaggi su tre lati, mentre il quarto veniva lasciato aperto per la fuga e l’evacuazione. In taluni casi la tattica non funzionò e molti abitanti restarono nelle loro case: fu allora che si verificarono i massacri.” (Ilan Pappé, Stato di negazione. La Nakba nella storia israeliana e oggi, in Noam Chomsky-Ilan Pappé, Ultima fermata Gaza. La guerra senza fine tra Israele e la Palestina (2023), Ponte alle Grazie, Milano, 2023, p. 74).
Pulizia etnica in tre fasi
Una vera e propria pulizia etnica in tre fasi: “la prima andò da dicembre ’47 fino alla fine dell’estate del ’48, quando si procedette alla distruzione delle pianure costiere e interne e all’espulsione della loro popolazione con la forza. La seconda avvenne nell’autunno e nell’inverno 1948-49 e interessò la Galilea e il Naqab (Negev)” (Pappé, cit., p. 74).
La terza fase durò fino al 1954, “quando furono distrutte altre dozzine di villaggi e ne furono espulsi gli abitanti”. “Pulizia etnica” non è un’esagerazione, posto che l’operazione ebraica del 1948, per fare soltanto un esempio, “rientra nella definizione di pulizia etnica contenuta nei rapporti ONU sulle guerre balcaniche degli anni Novanta” (Ilan Pappé, cit., p. 79).
Non erano trascorsi che nove anni dalla fine della guerra e otto dal processo celebrato a Norimberga per i crimini di guerra tedeschi; nove anni separavano questi fatti di Palestina da quel gigantesco esperimento su cavie umane che fu il bombardamento statunitense di Hiroshima e Nagasaki in Giappone.
Il 24 ottobre del 1945 era stato fondata l’ONU sulle esigenze degli stati vincitori della guerra che si riservarono, infatti, il diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’Organizzazione, riducendola, di diritto e di fatto, a luogo di eco delle complesse relazioni fra le grandi potenze, del tutto priva dei mezzi sia per evitare le guerre, sia per farle cessare, una volta scoppiate.
Progetti social-nazionalistici
Fino al 1989, il Medio Oriente fu uno dei terreni in cui si giocò la partita fra Stati uniti d’America e Unione delle repubbliche socialiste sovietiche.
Come ognuno sa, l’implosione dell’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche non comportò alcun tipo di disimpegno statunitense in Medio Oriente, mentre si è rafforzata la volontà di aumentare la presenza statunitense attraverso lo strumento israeliano. In ogni caso, le vittime della politica medio-orientale statunitense sono palestinesi o israeliane, senza alcun coinvolgimento diretto della superpotenza occidentale.
Tutto è cominciato, da parte ebraica, con due progetti politici, quello di Moses Hess (Rom und Jerusalem, Leipzig, 1862) e quello di Theodor Herzl (Der Judenstaat, Leipzig und Wien, 1896). Due progetti social-nazionalistici: un sionismo socialista che, forte del recupero dell’identità ebraica, avrebbe dovuto creare una società contadina in Palestina (Hess), uno Stato nazionale ebraico come conciliazione di liberalismo elitista e socialismo fondato sul recupero dell’identità religiosa ebraica (Herzl).
Forte, in entrambi, è l’impronta del nazionalismo ottocentesco, in particolare il nesso fra appartenenza etnica e terra, diffuso nelle aree germanofone.
“Allontanare i poveri”
Il progetto di Herzl è nitido: l’unica possibilità di fermare l’antisemitismo è vedere la questione ebraica non come questione sociale e nemmeno come questione religiosa, ma come una “questione nazionale […] Noi siamo un popolo, un popolo” (Theodor Herzl, Lo Stato ebraico, tr. it. di Tiziana Valenti, Il Melangolo, Genova, 1992, p. 22). Il popolo ebraico non può decadere, perché i nemici esterni lo aiutano a restare unito; “non vuole, lo ha dimostrato nel corso di due secoli a prezzo di indicibili sofferenze. Non deve […] Interi rami della comunità ebraica possono morire, cadere; l’albero vive.” (p. 25). Per organizzare il ritorno nella “Terra Promessa” egli immagina la creazione di una Society of Jews come persona morale che istituisca la “funzione strumentale” denominata “Jewish Company” in grado di orientare l’emigrazione. Egli era ben consapevole, nota Ilan Pappé, “che il suo sogno di una patria ebraica in Palestina avrebbe reso indispensabile l’espulsione della popolazione indigena” (Pappé, cit., p. 80). Nel suo diario del 12 giugno 1895 (ma non nel Judenstaat) egli scrive: “Cercheremo di allontanare, inosservati, i poveri oltre il confine e gli forniremo occupazione nei paesi in cui passerà, ma gliela negheremo nel nostro” (Theodor Herzl, Briefe und Autobiographischen Notizen, 1886–1895, vol. II, Propylaen Verlag, Berlin, 1983, p. 117 richiamato da Pappé). Tuttavia, questo non è il progetto del “Grande Israele” che abbiamo sotto gli occhi, ma la mera consapevolezza che innestare una popolazione laddove vive un’altra popolazione richiede l’allontanamento di quest’ultima.
Dal patriottismo etnico al nazionalismo all’imperialismo
Al netto delle dinamiche geoeconomiche occidentali che supportano l’espansionismo attuale, l’espansionismo sionista rientra nella casistica del nazionalismo, casistica a proposito della quale Robert Michels ha parlato (nei Prolegomena sul patriottismo, 1929), di “legge della trasgressione”: il patriottismo etnico “degenera e diviene politica di conquista dei trionfatori ubriacati dalla vittoria”; il nazionalismo inizia con la rivendicazione dell’indipendenza nazionale e finisce sempre con l’aggressione ad altre nazioni, vale a dire con l’imperialismo.
Si errerebbe credendo che la stagione del nazionalismo sia finita con il crollo del fascismo italiano e del nazionalsocialismo tedesco; l’intera stagione della decolonizzazione, dopo la fine della Seconda guerra mondiale è segnata dallo sviluppo di numerosi nazionalismi, spesso gravitanti nell’orbita dell’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche o in quella della Cina popolare o, ancora, legati al “Vertice del non-allineamento”. Nazionalismi, spesso l’un contro l’altro armati, come nel caso del conflitto fra Cambogia e Vietnam tra il 1977 e il 1991. Peraltro, si ricorderà anche il noto conflitto armato, a forti tinte nazionalistiche, nonostante la terminologia “terzo-internazionalistica” impiegata nella propaganda, fra Unione delle repubbliche socialiste sovietiche e Repubblica popolare cinese nel marzo 1969 lungo la linea del fiume Ussuri.
Non si tratta di mere tensioni geopolitiche. Se la politica è governare un territorio, governare un territorio è organizzarne la produzione e distribuzione di ricchezza sociale: in questa dimensione nascono, per lo più, le spinte a invadere i territori vicini. Di fatto, dunque, la geopolitica si fonda, per lo più, sulla geoeconomia. I codici simbolici usati per cementare il consenso delle opinioni pubbliche a guerre di aggressione sono molto vari (in ogni forma istituzionale, senza il consenso, attivo o passivo della maggioranza, non è possibile sostenere uno sforzo economico e tecnologico quale è una guerra).
Questo significa che potremmo sezionare come vogliamo l’ideologia sionista, ma non vi troveremo il movente efficace in grado di spiegare il genocidio in atto a Gaza; soltanto per pochi “credenti” nazionalisti l’obiettivo è il “Grande Israele”; per chi guarda alle cose come esse sono, risulta chiaro che ogni passo avanti di Israele nel territorio palestinese è un passo avanti del blocco imperialistico euro-statunitense (al di là dei dissidi interni, guardando alle linee di sviluppo finanziarie e militari). Si potrebbe dire “blocco egemonico”, ma sarebbe un eufemismo di fronte agli attuali massacri, alle distruzioni di infrastrutture e alla dichiarata (ed eseguita) volontà di occupare una terra altrui.
Nessuno Stato è nato pacificamente
Quale Stato è nato pacificamente? Nessuno, a memoria d’uomo. Già nel 1873 Friedrich W. Nietzsche ricordava – a proposito dello Stato dei Greci – le origini efferate dello Stato come complesso istituzionale. Israele, nel 1948, non fa eccezione e non fa niente di più che seguire la linea di sviluppo di tutti gli Stati moderni, soprattutto a partire dalla diffusione delle ideologie nazionalistiche e della politica di massa, utilizzando contingenze diplomatiche singolarmente favorevoli, poi consolidatesi nel periodo della “Guerra Fredda” e riconfermatesi, per l’essenziale, dal 1989 a oggi.
Di fronte ai massacri indiscriminati, al genocidio di un popolo, particolarmente pesante è il compito di chi pensa la politica: lo spirito critico che privilegia la realizzazione piena dell’essere umano non può che sforzarsi di portare luce nelle dinamiche economiche e politiche sottostanti ai massacri.
Massacri che l’opinione pubblica internazionale esecra. Non ci si può esimere, dall’evocare Hegel, laddove, nella Fenomenologia dello Spirito, nella sezione intitolata “La virtù e il corso del mondo” scrive: “Il corso del mondo è […] da una parte l’individualità singola che cerca il proprio piacere e il proprio godimento, andando bensì, in quest’atto, incontro al suo tramonto e appagando quindi l’universale.”
Dall’altra parte “l’altro momento del corso del mondo è l’individualità che in sé e per sé vuol essere legge e che in questa presunzione disturba l’ordine costituito.” (G.F.W. Hegel, Fenomenologia dello Spirito (1807), tr. it. di Enrico De Negri, La Nuova Italia, Firenze, 1974, vol. I, p. 318). Ma le individualità singole, reciprocamente massacranti e massacrate, si trovano di fronte all’universale vuoto (l’ONU) e tutti si trovano nel “corso del mondo”.
Sennonché, nella prospettiva del discorso di Hegel, l’universale e il singolare o particolare si mediano in una unità superiore garantita dal “corso del mondo”, l’integrazione del singolare, del particolare, nell’universale umano. Unità superiore che in questo momento, particolarmente buio, non è dato di intravedere.
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- FRANCESCO INGRAVALLE
- Francesco Ingravalle, già ricercatore di Storia delle istituzioni politiche presso l'Università del Piemonte Orientale, saggista e storico del pensiero e delle istituzioni politiche.
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