Gian Mario Bravo: tatto e rigore di uno studioso militante
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Il 29 aprile di cinque anni fa si è spento a Torino Gian Mario Bravo.
Lo scorso 18 novembre, presso la Fondazione Luigi Firpo, a Torino si è tenuto il Convegno a lui dedicato: “Gian Mario Bravo e la ricerca storica. Impegno, rigore e passione”, organizzato con il patrocinio della Fondazione Luigi Firpo (sostenuta dalla Direzione Generale Biblioteche e Istituti Culturali), l’Istituto di Studi sul Capitalismo di Genova, le edizioni Lotta Comunista, il Centro di Documentazione Antonio Labriola, le edizioni Panta Rei e la Fondazione Istituto Piemontese Antonio Gramsci ONLUS.
Gian Mario Bravo è stato professore di Storia del Pensiero politico presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Torino (di cui è stato preside più volte dal 1979 al 1998) e presidente del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Firpo.
Uno studioso militante. Non si tratta di una clamorosa violazione del principio della “avalutatività” (Wertfreiheit) enunciato, a suo tempo, da Max Weber: Weber era solito affermare che se è vero che il pulpito del politico non è la cattedra del professore di Università, è vero anche che se si deve essere avalutativi quando si parla dalla cattedra, non si deve esitare a essere valutativi come cittadini. Si deve prendere posizione nella lotta politica che sostanzia la vita della comunità. Una vita composta, come direbbe Georg Simmel, di molte cerchie sociali alle quali ciascuno di noi appartiene contemporaneamente.
Non è una posizione “comoda”, quella di chi fa proprio l’impegno della militanza, in generale, ma soprattutto in un paese come l’Italia del XX secolo nella quale la guerra civile e la successiva “guerra fredda” hanno creato forti polarizzazioni che hanno necessariamente attraversato il mondo della cultura che è parte del mondo sociale.
Forti polarizzazioni che non si possono superare con un irreale “essere al di sopra delle parti”, ma con un essere di parte senza rinunciare mai a conoscere le tesi dell’“altra parte” per quello che esse sono realmente. La democrazia liberale, come sistema istituzionale, permette il confronto, sottraendo lo spazio alla logica della guerra tra le fazioni e crea, così quella “parentesi” che permette ai “combattenti” di argomentare, di ragionare, di discutere sui fatti storici che li riguardano. Questo, però, non è nient’altro che l’altro volto del conflitto politico, quello nel quale libro combatte libro, argomentazione combatte argomentazione, senza dimenticare le asprezze concrete del confronto politico più duro, ora latenti, ora manifeste. Di questo è testimonianza l’opera storiografica di Gian Mario Bravo.
Ha aperto i lavori Gianfranco Ragona (docente di Storia del pensiero politico all’Università di Torino) sottolineando che la grande operosità di Bravo (oltre 550 pubblicazioni) si è concentrata sulla storia del socialismo che, assieme allo sviluppo dell’economia capitalistica, è il processo più rilevante della modernità successiva alla Rivoluzione francese. Bravo si è rivolto alle fonti del marxismo al socialismo utopistico nel quale la classe operaia riflette su sé stessa con i mezzi che ha a disposizione: il suo primo libro, non a caso, è dedicato alla figura di Wilhelm Weitling (1808-1871), Wilhelm Weitling. E il comunismo tedesco prima del Quarantotto, Giappichelli, Torino, 1963; è da Weitling che prende le mosse il pensiero di Marx. È Weitling a sostenere che i rapporti sociali capitalistici sono nefasti, non le macchine che il capitalismo impiega nei processi di produzione; Weitling, il quale propugna l’abolizione del denaro, l’abolizione del capitalismo.

L’indagine di Bravo continua con il volume Il comunismo tedesco in Svizzera / August Becker 1843-1846 (Feltrinelli, Milano, 1964). August Becker sostiene che la rivoluzione è rivoluzione autentica soltanto se attuata dal popolo, in perfetta corrispondenza con la posizione di Giuseppe Mazzini (1805-1872) e della “Giovine Italia”, respingendo ogni ipotesi di “rivoluzione dall’alto” ben presente, invece, nella tradizione egualitaria impersonata da Filippo Buonarroti (1761-1837). Le ricostruzioni di Bravo si avvalgono dei giornali del tempo di Weitling e di Becker. Di tutti i giornali, non soltanto dei giornali socialisti: un lavoro enorme che riesce a dare piena concretezza alla figura di personaggi la cui biografia, per la perdita dei documenti, presentava non pochi problemi e non poche oscurità.

Giuseppe Bonfratello (Centro di documentazione “Antonio Labriola”), nella relazione intitolata “Karl Marx, l’utopismo e la strategia della rivoluzione” ha sostenuto che Bravo ha superato, nei suoi studi, la dicotomia fuorviante “Marx filosofo, oppure economista” concentrando la propria attenzione sul Marx politico che intende fondare la teoria del movimento operaio nascente. E proprio perché dal socialismo utopistico è sorto il socialismo scientifico Bravo rileva la continuità nella vicenda storica del movimento operaio. Sia Marx, sia Engels si sentono continuatori del socialismo utopistico, come emerge dal Manifesto del 1848 in cui accanto alla critica dell’utopismo si delinea con chiarezza il riconoscimento della sua funzione storica. E rileva anche che alle origini del “vogliamo una società in cui non ci sia né cacciatore, né pescatore, né critici” di Marx ed Engels nell’Ideologia tedesca c’è Fourier, cioè del progetto dell’uomo “multilaterale”. Non a caso, nell’Antidühring di Engels, di cui Marx ha scritto il cap. X, c’è una difesa di Fourier, oltre che di Owen, cioè una valorizzazione della tradizione utopistica.
Di particolare rilievo, per la comprensione del rapporto tra teoria e pratica del movimento reale l’indagine dedicata alla Prima Internazionale (Marx e la Prima Internazionale, Roma-Bari, Laterza, 1979 rist. Milano Pantarei, 2014) in tutte le sue variegate componenti, che permette di valutare adeguatamente il peso effettivo delle idee di Marx ed Engels in merito alla strategia del movimento peraio e il confronto reale con la tradizione utopistica (rinverdita dall’anarchismo di Bakunin).
Alla esperienza della rivista “Historia magistra” è stato dedicato l’intervento di Francesca Chiarotto (Università del Piemonte Orientale), Gian Mario Bravo tra accademia e militanza. L’esperienza di “Historia magistra”. La rivista nasce nel 2000 per iniziativa di Angelo d’Orsi. La rivoluzione si configura, nell’esperienza della rivista, come un fenomeno “di lungo corso” con il quale viene mutato l’assetto di gruppi marginali o emarginati. Un “comunismo tranquillo” che mira a rendere la terra un luogo piacevole nel quale vivere implica il rifiuto dell’integralismo (di ogni genere) e la fiducia nelle istituzioni democratiche. Il disastro ambientale e lo sfacelo sociale sono prodotti del tardo capitalismo che richiedono, come “antidoto” un socialismo e un comunismo adeguati al Terzo Millennio.
Luca Sansone (Istituto di studi sul capitalismo, Genova), infine, ha tenuto una relazione intitolata “La biblioteca privata di Gian Mario Bravo: una prima ricognizione“. Libri e giornali raccolti dall’Istituto mostrano la passione sociale dello studioso: la biblioteca comprende volumi autografati (tra i quali un libro di Geogij Plechanov, intorno al sindacalismo e ai sindacalisti tradotto da Angelica Balabanoff, Mongini, Roma, 1908) e la prima edizione francese del Capitale di Karl Marx (Le Capital, traduzione francese di M. J. Roy, Lachatre, Paris, 1872-1875 rivista da Marx stesso).
L’Istituto ha sviluppato attività di ricerca e contatti con l’Istituto di storia sociale di Amsterdam, con la Casa Editrice Pantarei e con la Biblioteca Franco Serantini.
Una lezione complessiva, quella di Gian Mario Bravo, su come la storia sociale valga come critica del presente e come indicazione di un futuro alternativo possibile.
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- FRANCESCO INGRAVALLE
- Francesco Ingravalle, già ricercatore di Storia delle istituzioni politiche presso l'Università del Piemonte Orientale, saggista e storico del pensiero e delle istituzioni politiche.
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