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Lezioni di Pedagogia, La maieutica

| TIZIANA CARENA, Luisa Piarulli

Tempo di lettura: 6 minuti

Lezioni di Pedagogia, La maieutica
Questa è la sesta lezione di Pedagogia, dedicata alla maieutica. Conversazioni con la Pedagogista professoressa Luisa Piarulli.

Lezioni di Pedagogia è la rubrica di rivistaeco.it che tratta diversi temi formativi per sensibilizzare su argomenti che riguardano l’essere umano in tutte le sue fasce di età. Sono conversazioni di Tiziana Carena con la pedagogista Luisa Piarulli, della quale sono apparsi in “.eco” (edizioni a stampa e online) diversi interventi e recensioni di suoi lavori.

I migliori discorsi scritti, in effetti, sono soltanto strumento
di reminiscenza per coloro che sanno già
(Platone Fedro, 277e-278a)

Com’è noto, la maieutica è il metodo specifico con il quale Socrate ricerca la verità dei concetti più comunemente in uso nell’Atene della fine del V secolo a. C. Platone nei suoi dialoghi, nei quali Socrate è protagonista – soprattutto nei dialoghi giovanili -, ci restituisce, assieme ai dialoghi di Senofonte, il metodo di un maestro di filosofia che non ha mai scritto alcun libro, perché il libro è muto e non risponde ad alcuna domanda; soltanto il dialogo permette di “partorire” la conoscenza, perché il sapere è già in noi. Socrate parlava nelle piazze e i giovani stavano ad ascoltarlo. Nel percorso formativo e di crescita del metodo socratico, l’interlocutore è portato a “sapere di non sapere” e crollate le certezze e aperta la via al dubbio, si apre la porta della conoscenza perché inizia il percorso della consapevolezza – appunto, di “sapere di non sapere”. Nello scambio comunicativo prevale l’ascolto attivo che è premessa fondamentale nella relazione educativa.

Il metodo socratico della maieutica ha un rilievo, oggi, in ambito psico-pedagogico?

Il metodo socratico della maieutica, ovvero l’arte di far emergere il sapere attraverso il dialogo, la domanda e l’esplorazione critica, rappresenterebbe un notevole valore in ambito psico-pedagogico. Eppure, nel nostro tempo, è sempre meno valorizzato; anche le parole risultano vuote, confuse, fraintese o impoverite, scarne: esse hanno perso densità semantica. L’etimologia, la semantica e la semiologia, discipline preziose per comprendere la struttura profonda del linguaggio, restano territori per pochi mentre la comunicazione quotidiana è sempre più affidata a piattaforme virtuali che privilegiano immediatezza e sintesi a scapito della riflessione. Sembra di stare dentro sistemi isolati e incomunicabili. Purtroppo, senza ascolto non può esservi dialogo: la base della maieutica! 

La maieutica socratica richiede tempo, attenzione all’altro, pazienza, precisione terminologica e soprattutto la disponibilità a mettere in discussione le proprie certezze: elementi sempre più mancanti che mal si conciliano con una cultura orientata alla velocità, alla semplificazione estrema, a slogan. Il pensiero complesso, oggi, “non è più una virtù”, direbbe Lorenzo Milani. L’ambito dell’Educazione ne risente in maniera particolare, avendo a che fare con la formazione integrale della persona: un ambito già piuttosto deprivato dalla colonizzazione della pedagogia. L’Educazione è stata urbanizzata da vari esperti le cui competenze nulla hanno a che vedere con la specificità del discorso educativo (M. Pollo, 2019).

Abbiamo un disperato bisogno di riabilitare il metodo maieutico, direi a livello interplanetario! La pratica del dialogo rigoroso, del chiarimento concettuale e della costruzione condivisa del significato rappresenta un antidoto alle semplificazioni del linguaggio contemporaneo, per realizzare un’intesa possibile (Habermas): una necessità, visto il clima bellico che ci pervade, per esempio. Jürgen Habermas, nella sua teoria, parla di comunicazione orientata all’intesa, ovvero la forma di interazione linguistica in cui i partecipanti mirano primariamente a raggiungere un consenso razionale fondato sul riconoscimento condiviso di pretese di validità. A differenza dell’agire strategico, dove il linguaggio è impiegato come mezzo per influenzare il comportamento altrui, l’agire comunicativo utilizza il linguaggio come veicolo di cooperazione volto alla comprensione reciproca. Ma tant’è. È una fase storica particolarmente delicata la nostra e i giovani rischiano di diventare vittime sacrificali dentro sistemi “malati” nella comunicazione. Che cosa vedono? Che cosa sentono? Che cosa imparano da adulti autoreferenziali, autocentrati? Che cosa assimilano dai media? Mi viene da dire: arroganza, saccenza, prepotenza, violenza, dis-attenzione verso l’altro.

In ambito pedagogico la maieutica potrebbe favorire processi di consapevolezza, responsabilizzazione e autonomia visto che è terreno fertile delle domande legittime (a scapito di quelle illegittime tanto in voga oggi). Basti pensare ai processi valutativi ai quali sono sottoposti i nostri studenti a scuola. «[…] Il più delle volte queste interrogazioni tendono semplicemente a ottenere una risposta, non a sollevare un problema per la discussione condivisa tra insegnante e allievo» (J. Dewey, 2019).

Non è la maieutica in sé a essere insufficiente, ma il contesto in cui dovrebbe operare. La maieutica funziona solo se esiste un terreno culturale che valorizza il dialogo, la lentezza del pensare, la responsabilità della parola. Senza questa cornice, rischia di ridursi a tecnica, a retorica, o a semplice esercizio formale. La scuola rimane oggi uno dei pochissimi spazi in cui il dialogo può essere coltivato come pratica etica, non come performance. A questo punto, non si tratta di delega sociale ma dell’assunzione di responsabilità intrinseca al compito educativo: custodire e trasmettere il valore di parole che non sono consumo, ma formazione; di relazioni che non sono scambio superficiale, ma incontro di volti; di ascolto e non di voci che si sovrappongono. La scuola deve “battersi” per restare uno dei rari luoghi dove il tempo del pensiero può essere difeso dalla pressione del “subito”. È qui, almeno per ora, che la maieutica può reincontrare il suo senso originario: non produrre risposte, ma generare consapevolezza; non convincere, ma far emergere. È un lavoro lento, fragile, ma profondamente politico nel senso più alto: costruisce soggetti capaci di pensare e non solo di reagire, di scegliere e non di adeguarsi passivamente.

Si può parlare di metodo maieutico anche nell’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale?

La maieutica socratica è, come già detto, un incontro tra soggetti, una relazione educativa fatta di tempo, ascolto, reciprocità e presenza. L’IA non possiede (almeno per ora!) una dimensione relazionale: può simulare turni conversazionali, ma non può incarnare l’esperienza umana dell’incontro. La maieutica presuppone un’idea di conoscenza che emerge dal soggetto, non dal sistema. L’IA non “fa nascere” il sapere; semmai lo organizza, lo stimola o lo orienta, ma il nucleo generativo della maieutica rimane umano. Per questo motivo, parlerei di “funzione maieutica dell’IA”, oppure di “dialogo maieuticamente guidato con l’IA”.

A livello metodologico, strumenti conversazionali avanzati possono essere impiegati come supporto nei processi di formazione, tutoraggio e consulenza, contribuendo alla chiarificazione dei concetti e alla costruzione di un dialogo euristico. Ma, a livello fenomenologico e relazionale, la distanza rimane evidente: la maieutica presuppone un incontro tra “persone”, un dialogo incarnato in cui lo sguardo, la postura, la mimica, i silenzi e la presenza corporea concorrono in modo decisivo alla genesi del pensiero. L’assenza di un “volto”, inteso non solo come elemento percettivo, ma come cifra relazionale e responsiva, rende l’interazione con l’IA una simulazione di dialogo, non un dialogo in senso stretto. A mio parere, dunque, l’IA può sostenere pratiche maieutiche, ma non può sostituirne la dimensione profonda, che rimane prerogativa dell’esperienza umana e dell’incontro educativo.

L’I.A. è una tecnologia potente, persino per l’essere umano che ne è l’autore; per questo motivo è indispensabile promuovere una formazione solida, critica e metodologicamente fondata. Un utilizzo superficiale o strumentale di tali tecnologie comporta rischi significativi; vi è la possibilità, infatti, di lasciarsi sedurre dall’efficienza e dalla fascinazione del virtuale, fino a smarrire la distinzione tra esperienza umana e mediazione digitale. Il rischio principale che si corre con un uso in-consapevole dell’I.A., riguarda l’indebolimento del contatto umano e della dimensione incarnata della comunicazione. L’apprendimento di ogni essere umano, ricordiamolo, è fortemente connesso con una pedagogia del corpo! Dunque, ritengo che una formazione all’utilizzo intelligente e umanamente accettabile dell’I.A. sia estremamente importante. Bisogna educare (e auto educarsi) a non lasciarvisi ammaliare, a non affidarvisi passivamente: si rischierebbe un’ulteriore perdita di umanesimo, quindi di pensiero, creazione, riflessione, osservazione, empatia. Per evitare un pericolo del genere la scuola può e deve intervenire.

Il metodo della domandarisposta, cioè il metodo dialettico socratico-platonico, può rappresentare ancora una possibilità di instaurare una comunità dialogica persino a livello internazionale, di rapporti interstatali (nel senso delle riflessioni di Habermas risalenti agli anni Novanta)?

Le riflessioni di Habermas degli anni Novanta, rivolte alla possibilità di costituire una sfera pubblica sovranazionale e una forma di “comunità comunicativa” capace di orientare i rapporti interstatali, si fondano sull’idea che il dialogo, quando regolato secondo criteri di razionalità, inclusione, reciprocità e assenza di costrizioni, possa costituire un’alternativa alle logiche puramente strategiche che dominano la politica internazionale. In tal senso, il metodo dialettico socratico-platonico può essere assunto come modello archetipico di una prassi discorsiva finalizzata non alla vittoria sull’interlocutore, bensì alla comprensione reciproca e alla costruzione di norme condivise.

Tuttavia, in assenza di un’interazione simmetrica, come accade sempre più spesso, le relazioni interstatali, oggi come ieri (quasi sempre), sono segnate per lo più da asimmetrie di potere, interessi economici divergenti e vincoli geopolitici. Inoltre, la dimensione del “corpo dialogico”, essenziale per Socrate, che interrogava direttamente l’altro nella polis, risulta diluita o mediata da istituzioni, protocolli diplomatici e strumenti comunicativi globali. Rispetto alla domanda, rispondo che sarebbe molto bello, molto “umano” ma non c’è la volontà, nonostante esempi e modelli auspicati da Martin Buber, con la relazione Io-Tu, da Paulo Freire, con la sua pedagogia ermeneutica e liberatrice. A mio parere, la possibilità di dar forma a una sfera pubblica sovranazionale rimane più un orizzonte regolativo che una condizione pienamente realizzata. Le dinamiche politiche e comunicative attuali ne limitano l’attuazione. Ma non dobbiamo perdere la speranza! Alcune pratiche transnazionali resistono e perpetuano valori per i quali molti hanno combattuto (ad esempio il manifesto di Ventotene). Ancora una volta l’Educazione e la Formazione dei giovani è la chiave di lettura. La democrazia vive, o sopravvive, solo se i cittadini sanno comunicare, argomentare, ascoltare, dubitare. Quanto lavoro ci attende!

“Io non so che cosa porterà il futuro […]. Il mio ottimismo si riferisce a quanto si può imparare dal passato e dal presente; e cioè che molte cose furono e sono possibili, nel bene e nel male; e che noi non abbiamo motivo di abbandonare la speranza e il lavoro per un mondo migliore”
(Popper, 2020)


Bibliografia essenziale
Platone, Opere complete, a cura di Gabriele Giannantoni, Bari, 1971.
Dewey J., Come pensiamo, Milano 2019.
Petrucciani S., Introduzione a Habermas, Roma 2000.
Risso A., I modi di amare sophia.La paideiastrutturale del dialogo platonico, Firenze 1996.
Popper K. R., Alla ricerca di un mondo migliore, a cura di Dario Antiseri, Roma 2020.
Lévinas E., Etica e infinito, Roma 2012.


Nel 2026 la nuova rubrica avrà uno sguardo sociologico e pedagogico e il primo tema sarà “Il potere”, conversazioni di Tiziana C. Carena e Luisa Piarulli.
Al nuovo anno, dunque!

Scrive per noi

TIZIANA CARENA
TIZIANA CARENA
Tiziana C. Carena, insegnante di Filosofia, Scienze umane, Psicologia generale e Comunicazione, Master di primo livello in Didattica e psicopedagogia degli allievi con disturbi dello spettro autistico, Perfezionamento in Criminalistica medico-legale. È iscritta dal 1993 all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Si occupa di argomenti a carattere sociologico. Ha pubblicato per Mimesis, Aracne, Giuffrè, Hasta Edizioni, Brenner, Accademia dei Lincei, Claudiana.