Hatshepsut, la faraona merceologa a capo di un impero globalizzato

Ispiratrice di romanzi popolari, bella e misteriosa, governò a lungo un impero che aveva realizzato una globalizzazione di merci e manodopera. Nel suo tempio mortuario di Deir el-Bahari Hatshepsut fece scolpire un bassorilievo che descrive le merci acquistate in paese lontani e le strade del commercio, lasciandoci così un vero e proprio trattatello di merceologia. Purtroppo di tutto questo mondo, che deve essere stato vivacissimo, abbiamo soltanto rare tracce e i documenti disponibili in genere non sono stati “letti” con adeguata curiosità commerciale e merceologica

Hatshepsut, potente regina di Egitto, che ha dominato il grande impero 3.500 anni fa, guarda ancora superba e ironica i turisti che, sudati e ansimanti, sfilano davanti alla sua tomba nella valle dei re dell’antica Tebe, la capitale dell’alto Egitto.
Questa donna, che amava farsi ritrarre in vesti maschili, era figlia del grande faraone Tutmosi I; per legittimare la sua successione aveva sposato il fratellastro Tutmosi II e, dopo la morte prematura del marito, appena quindicenne, si prese (i faraoni facevano tutto per conto proprio, con la complicità dei grandi sacerdoti) la tutela del giovane figliastro Tutmosi III e tenne saldamente nelle sue mani tutto il potere per oltre vent’anni.
Hatshepsut si fece costruire un grandioso tempio a terrazze da Senemut, grande architetto, suo favorito e educatore della figlia, e nei bassorilievi fece descrivere la proprio origine divina e le sue opere, e fece riprodurre dovunque la sua immagine di donna apparentemente bellissima, ben truccata.

Un mix di risorse e tecnologie

Il suo vasto e potente impero poteva assicurare l’alto livello di vita della classe dominante con lo sfruttamento intensivo della mano d’opera, del fertile suolo agricolo, delle abbondanti acque del Nilo, delle risorse minerarie, dell’abilità ingegneristica e scientifica di competenti e numerosi funzionari, e con una raffinata rete di rapporti commerciali.
La sua fortuna durò poco perché Tutmosi III, che regnò quasi mezzo secolo, ebbe cura di cancellare gran parte dei ricordi della matrigna per attribuirsene tutti i meriti.
Ci sarebbe voluta la pazienza degli archeologi moderni per restituire alla grande Hatshepsut il posto che le spetta nella storia e che ha ispirato anche numerosi romanzi popolari.
Forse è stato svelato un antico mistero: era strano che Hatshepsut, la bellissima faraona della XVIII dinastia egiziana, fosse morta ad appena 51 anni, anche se aveva avuto una vita agitata, con oltre 20 anni di regno, grandi imprese e gigantesche opere pubbliche condotte con energia che avrebbero sfiancato un uomo robusto. Più volte gli storici avevano pensato che potesse essere stata avvelenata (di nemici ne aveva in abbondanza); adesso alcuni studiosi hanno avanzato il sospetto che Hatshepsut sia morta perché intossicata da qualche sostanza presente nei cosmetici di cui faceva largo uso.

Cosmesi cancerogena?

Dalla analisi del residuo di una crema rimasto sul fondo di una boccetta trovata in una tomba, è stata riscontrata la presenza, fra l’altro, di catrame o pece; potrebbe essere stato il benzopirene, presente in tali ingredienti, assorbito attraverso la pelle, a provocare un tumore alla regina? Per ora i risultati delle analisi sono ancora incompleti.
Di certo qualche forma di bitume o catrame o pece era nota in quei tempi lontani; la Bibbia (secondo capitolo dell’Esodo) ricorda che la mamma di Mosè, una ebrea esiliata in Egitto, quando mise il neonato, per salvarlo dalla persecuzione, in un cesto affidato alle acqua del Nilo, ebbe cura di impermeabilizzare il fondo del cesto con pece e catrame, “chmr” e “zphth”, materiali che quindi erano comuni in Egitto.
È possibile che questi materiali contenessero sostanze aromatiche cancerogene come, appunto, il benzopirene, e che fossero usati anche in qualche belletto; in possesso di così pochi indizi lasciamo in pace la faraona e ricordiamola piuttosto per le sue imprese commerciali.
Ai tempi di Hatshepsut, 3500 anni fa, l’impero egiziano aveva davvero realizzato la sua brava globalizzazione di mano d’opera e di merci, importati da tutti i paesi circostanti, soprattutto dall’Africa meridionale e dall’Arabia.
Già mille anni prima di lei il faraone Sahure della quinta dinastia aveva importato la mirra, la preziosa resina necessaria per imbalsamare i cadaveri, dalla “terra di Punt”. L’impero dei faraoni disponeva di due grandi “autostrade”; il fiume Nilo, navigabile per centinaia di chilometri dal mare verso il Sudan, e il Mar Rosso, lungo il quale era possibile arrivare ai grandi centri commerciali dell’Africa orientale, dell’Arabia occidentale e addirittura della Somalia, un insieme di porti e mercati genericamente indicati col nome “Punt”.
Il commercio avveniva direttamente o attraverso intermediari, ciascuno dei quali percorreva un pezzo della strada dell’avorio, dell’incenso e della mirra. Anche Hatshepsut, che aveva stabilito la propria capitale a Tebe, lungo il Nilo, a 600 chilometri dalla foce del grande fiume, la “Tebe dalle cento porte” ricordata nel nono libro dell’Iliade di Omero, aveva regolari rapporti commerciali con la terra di Punt.

Nomi, illustrazioni e proprietà delle merci

Di almeno uno di questi viaggi ci sono pervenute dettagliate informazioni da un bassorilievo che fece “scrivere”, a propria eterna gloria, nel tempio di Deir el-Bahari, lasciandoci così un vero e proprio trattatello di merceologia che contiene nomi, illustrazioni e proprietà delle merci che venivano acquistate in paesi lontani e che ci consente di definire Hatshepsut la “faraona merceologa”.
È possibile anche ricostruire le strade di commercio: da Tebe i mercanti attraversavano la valle delle cave di granito e arrivavano al porto di Elim, l’attuale al-Quseir sul Mar Rosso, dove stazionava la flotta di navi mercantili di Hatshepsut.
Il bassorilievo di Tebe permette di riconoscere molti oggetti di commercio.
Fra questi un “cosmetico per gli occhi”, probabilmente un qualche sale di antimonio; per il trucco delle signore venivano però anche usati sali del velenoso piombo; l’“oro verde di Emu”, era probabilmente “elettro”, una lega di oro e argento; fra i prodotti animali i mercanti portarono alla faraona scimmie e cani strani, destinati a destare meraviglia, e schiavi dei paesi stranieri, oltre alle preziose pelli di leopardo e zanne di elefanti e di rinoceronti.
Inoltre legno di ebano e altri legni pregiati con cui costruire mobili, ornamenti e i cofani in cui venivano riposte le mummie, e anche tessuti preziosi, oro, amuleti di rame, natron, cioè nitrato o carbonato di sodio.

Le merci più preziose

Le merci più preziose provenienti da Punt erano la mirra, e l’incenso, resine che escono dalla corteccia di varie specie di piante; di incenso la regina aveva fatto arrivare anche alcune piante che avrebbe coltivato nei suoi giardini.
La mirra, ottenuta da alberi dell’Africa e dell’Arabia era importante per imbalsamare i cadaveri; l’incenso era impiegato per profumare l’aria in segno di omaggio e rispetto.
Non a caso i Magi portarono a Gesù Bambino, insieme all’oro, l’incenso come omaggio alla divinità e la mirra per ricordarne la natura mortale.
A buona ragione Hatshepsut si vantò che uno dei suoi carichi di spezie e droghe aromatiche era più ricco di quello di qualsiasi altro re prima di lei.
La varietà e preziosità delle merci che arricchivano l’impero fanno pensare all’esistenza, nell’Egitto dei Faraoni, ma poi anche nell’altro splendido periodo dei Tolomei, i successori di Alessandro il Grande, di una struttura di dogane, traffici, borse merci, e di controllo delle falsificazioni e frodi.
Difficilmente immaginabili sono le persone che esercitavano i commerci, le lingue con cui svolgevano le contrattazioni, con cui si scambiavano notizie sui rispettivi paesi e sui relativi prodotti.
Purtroppo di tutto questo mondo, che deve essere stato vivacissimo, abbiamo soltanto rare tracce e i documenti disponibili in genere non sono stati “letti” con adeguata curiosità commerciale e merceologica.
Un corso di Storia del commercio con l’Oriente si tenne per alcuni anni, dal 1962 al 1969, nella Facoltà di lingue dell’Università di Bari, ma fu poi abolito. Peccato, perché la storia dei commerci e dei prodotti di commercio, i complicati traffici che alimentavano la ricchezza di secoli così lontani, aprirebbero delle insperate finestre nella comprensione della vita e dell’organizzazione sociale di tante persone, diverse, ma poi forse neanche tanto, da noi.

Scrive per noi

GIORGIO NEBBIA
Giorgio Nebbia è una delle principali figure del movimento ambientalista. Bolognese di nascita, è stato professore ordinario di Merceologia all’Università di Bari dal 1959 al 1995. Ora professore emerito, è stato insignito dottore honoris causa in Scienze economiche e sociali (Università del Molise) e in Economia e Commercio (Università di Bari; Università di Foggia). Le sue principali ricerche vertono sul ciclo delle merci, sull’energia solare, sulla dissalazione delle acque e sul problema dell’acqua. Per due legislature è stato parlamentare della Sinistra indipendente alla Camera (1983-1987) e al Senato (1987-1992). L'archivio Giorgio e Gabriella Nebbia è ospitato presso il centro di storia dell'ambiente della Fondazione Luigi Micheletti. La sua email è nebbia@quipo.it

GIORGIO NEBBIA

Giorgio Nebbia è una delle principali figure del movimento ambientalista. Bolognese di nascita, è stato professore ordinario di Merceologia all’Università di Bari dal 1959 al 1995. Ora professore emerito, è stato insignito dottore honoris causa in Scienze economiche e sociali (Università del Molise) e in Economia e Commercio (Università di Bari; Università di Foggia). Le sue principali ricerche vertono sul ciclo delle merci, sull’energia solare, sulla dissalazione delle acque e sul problema dell’acqua. Per due legislature è stato parlamentare della Sinistra indipendente alla Camera (1983-1987) e al Senato (1987-1992). L'archivio Giorgio e Gabriella Nebbia è ospitato presso il centro di storia dell'ambiente della Fondazione Luigi Micheletti. La sua email è nebbia@quipo.it

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