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Moni Ovadia propone il Cabaret Yddish contro il “nazionalismo furioso” di Israele

| Laura Tussi

Tempo di lettura: 4 minuti

Moni Ovadia propone il Cabaret Yddish contro il “nazionalismo furioso” di Israele
Moni Ovadia denuncia il sionismo come una minaccia per l’ebraismo, evidenziando le punizioni collettive in Israele e la violazione dei diritti umani dei palestinesi.

“Il sionismo sta portando alla distruzione dello statuto etico-spirituale dell’ebraismo. Se l’ebraismo viene ridotto a un nazionalismo furioso e isterico che idolatra una terra, questo è in contrasto con lo spirito dell’ebraismo.” Questa è la dura denuncia di Moni Ovadia, attore, cantante, compositore e attivista per i diritti umani, nato 76 anni fa in Bulgaria da una famiglia ebraica sefardita, emigrata poi a Milano quando era bambino.

Come ha scritto recentemente Avvenire, “l’artista è rimasto indelebilmente intriso della cultura yiddish mitteleuropea, che oggi infiamma il pubblico”. Pur essendo profondamente legato alle sue radici religiose, Ovadia non può tacere la verità: “Gli israeliani – ha affermato in una recente intervista – stanno commettendo uno dei più grandi crimini possibili: le punizioni collettive. Stanno distruggendo il principio più elementare del diritto.”

“È possibile,” si chiede, “che siamo tutti così accecati e vigliacchi da non avere il coraggio di parlare? Persone come me non vengono lasciate esprimere; e se per sbaglio vengono invitate, si circondano di ‘mastini’ pronti a zittirle, etichettandole come ‘antisemiti’ o ‘amici di Hamas’. Ora stanno criminalizzando anche gli studenti che, di fronte alla strage a Gaza, hanno il coraggio di mobilitarsi, manifestare e trasformare la loro indignazione in lotta”

Continua Ovadia: “Io sto con loro. E con quei docenti e università che hanno rifiutato di partecipare a un bando per la cooperazione scientifica con Israele in un settore in cui l’applicazione militare è inevitabile. Qual è lo scandalo? Rifiutarsi di assistere in silenzio o, peggio, di collaborare all’etnocidio di un popolo? Infine, riguardo al 7 ottobre, non c’è stata un’inchiesta indipendente.”

Secondo Moni Ovadia, “quello che sta accadendo a Gaza è caratterizzato da una crudeltà terrificante. Alcuni ministri israeliani, veri e propri fascisti, lo hanno dichiarato apertamente. Si punta l’indice contro chi ha il coraggio di usare la parola ‘genocidio’. Intanto, migliaia di bambini vengono uccisi e muoiono di stenti, ma pronunciare la parola ‘genocidio’ è considerato una vergogna… È un orrore senza limiti”.

E aggiunge “ci sono foto e video che circolano, in cui i soldati, dopo aver combattuto, si riposano e postano selfie trionfanti, mostrando indumenti intimi femminili come trofei di guerra. Con gioia. Se un giorno un tribunale della storia chiederà cosa avete fatto lì, cosa diranno i soldati israeliani? ‘Obbedivamo agli ordini’? Ma come si può fare una cosa del genere?”

Queste domande non hanno facili risposte, ma è fondamentale porsela. Moni Ovadia le ha formulate con grande sofferenza, poiché, come si vede nei suoi spettacoli—e come ha scritto Laura Tussi—sente profondamente la sua appartenenza all’ebraismo, e questo alimenta la sua indignazione.

“Una democrazia,” riflette, “non può sottoporre un popolo a ciò che ha subito il popolo palestinese: vessazioni, umiliazioni, arresti arbitrari e torture… Io sono furibondo! E chi governa Israele dice di rappresentare tutti gli ebrei. A me, col cavolo, per usare un eufemismo, che mi rappresenta! Sono un ebreo della diaspora, legato alla cultura e alla spiritualità ebraica, ma il sionismo è un nazionalismo idolatrico, e come tale è antiebraico. Non sono l’unico a pensarla così: lo pensano anche rabbini e ebrei ortodossi. È necessario imporre all’esercito israeliano di ritirarsi immediatamente. Non basta far passare gli aiuti umanitari: bloccano il cibo deliberatamente, perché il loro scopo è cancellare i palestinesi come popolo.”

“E dietro ci sono anche ragioni economiche,” conclude Moni Ovadia, accennando al futuro sfruttamento del territorio di Gaza una volta liberato dai palestinesi.

di Salvatore Izzo, direttore di FARO DI ROMA

Il cabaret delle meraviglie. Lo spettacolo di Moni Ovadia “Cabaret Yddish”

Nell’attuale contesto tragico di violenza, odio e guerra, la responsabilità non ricade sul popolo israeliano, ma sulla sua leadership e sull’establishment al potere. Le politiche adottate dai governi militari, sciovinisti e suprematisti di Israele non mirano al bene; al contrario, allontanano il paese dalla grande, ricca e colta tradizione della saggezza e cultura ebraica, che in passato ha influenzato e arricchito gli altri popoli attraverso le arti e le varie forme di sapere e pensiero a livello internazionale.

Purtroppo, le attuali politiche governative diffamano e annientano il patrimonio culturale delle genti di Israele, tradendo lo spirito cosmopolita, ironico e, soprattutto, umanistico del popolo ebraico. In un contesto di odio e genocidio, queste politiche affermano una supremazia dittatoriale e imperialista. Attualmente, in Palestina e a Gaza, si sta perpetrando un genocidio criminale da parte del governo e della nazione di Israele.

La musica coinvolgente e esilarante che permea lo spettacolo da camera Cabaret Yiddish è rappresentata dal Klezmer, una tradizione musicale ebraica dell’est europeo che affonda le radici circa nel XVI secolo. Questo genere musicale riflette, con la sua drammaticità, la storia della diaspora, esprimendo l’esilio, la dispersione e l’erranza del popolo ebraico. Come sottolinea Moni Ovadia, il talentuoso regista e straordinario attore, il Klezmer è accompagnato da citazioni, aneddoti, storie, racconti e canti in Yiddish, che fungono da filo conduttore dello spettacolo.

La cultura Yiddish è un crogiolo di diversità e identità complesse, un pluriverso che mescola ebraico, russo, polacco, tedesco, romeno e ucraino. In questo contesto, l’ebreo errante vive in una condizione di dialogo ininterrotto e costruttivo con le differenze culturali, favorendo un confronto interetnico e una risorsa interculturale creativa, sempre in vicinanza con il divino.

Cabaret Yiddish diventa così un emblema ricco di significato, in cui contenuti e valori si intrecciano in una ricerca di senso. Le performance musicali e le interpretazioni esilaranti fondono umoristicamente la tradizione ebraica con grande sapienza e anima popolare, creando un insieme colto, semplice e multiforme, arricchito da formule linguisticamente internazionali. Questo spettacolo offre un’esperienza ampia e universale, pervasa da una sagace ironia Yiddish.

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Laura Tussi
Laura Tussi
Laura Tussi, docente, giornalista e scrittrice, si occupa di pedagogia nonviolenta e interculturale. Ha conseguito cinque lauree specialistiche in formazione degli adulti e consulenza pedagogica nell'ambito delle scienze della formazione e dell'educazione. Coordinamento Campagna Internazionale ICAN - Premio Nobel per la Pace 2017 per il disarmo nucleare universale, fa parte dei Disarmisti Esigenti, gruppo membro della rete mondiale e premio Nobel per la pace ICAN.