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Europa armata. O no?

| FRANCESCO INGRAVALLE

Tempo di lettura: 5 minuti

Europa armata. O no?
Piazza divisa a Piazza del Popolo, piazza contrapposta a Piazza Barberini, questa la cronaca del 15 marzo scorso: le cose però sono più complesse. La realtà ci dice che l’Unione Europea è un paradosso istituzionale: non è uno Stato. E non può diventarlo esclusivamente con un piano di armamento, peraltro inutile, perché gli Usa continueranno ad essere interessati a Europa e Mediterraneo (altro che Cina) e non si disimpegneranno militarmente. Per una non facile “statualizzazione” federale, inoltre, manca ancora un’opinione pubblica europea conforme, nonostante la manifestazione del 15 marzo.

(Nell’immagine di apertura, Piazza del Popolo a Roma piena – Foto Comune di Roma)

“Una piazza per l’Europa” titola “La Repubblica” del 15 marzo 2025 che esce con il volume–supplemento Il manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli e Ernesto Rossi introdotto da Corrado Augias. Ma, come riferisce l’Ansa un corteo di manifestanti partito dall’assemblea di Potere al popolo al Teatro Quirino si è unito alla manifestazione per la pace e contro gli armamenti in piazza Barberini e “ha bruciato delle bandiere europee davanti allo striscione di Pap “Non un euro alla guerra” con i volti di Meloni, Macron, von der Leyen e altri leader europei”. Ma negli altri quotidiani è piuttosto ridotta l’attenzione riservata alla manifestazione di Roma per l’Europa.

In “La Repubblica” Massimo Giannini scrive: “Per come la vedo io, sventolare la bandiera europea significa prima di tutto invocare la pace e la libertà, come valori fondativi dell’Unione che ce le ha garantite per almeno 80 anni”.

Non a caso, idealismo e realismo si intrecciano nel Manifesto di Ventotene, sostegno ideologico di una differenziazione dal neo-imperialismo di Trump e Musk da un lato, e di Putin dall’altro. Però il piano ReArm Europe “non parla al cuore dell’Europa che vorremmo”, ma lo si sarebbe dovuto votare unitariamente “perché siamo un partito responsabile e vogliamo l’unità dell’Europa e della sinistra, ma da domani ci batteremo per riscrivere quel piano, e lo faremo con tutte le nostre forze.”

Maggioranza e opposizione divise

L’opposizione in Italia si divide, la maggioranza si divide tra Salvini che vota “no” al piano von der Leyen e Meloni che si astiene sulla mozione di sostegno a Kiev perché “troppo anti-trumpiana”. Pare che emerga oggettivamente, attraverso i partiti (non esclusivamente tra i partiti italiani), uno schieramento trasversale pro-Europa e uno schieramento trasversale anti-Europa. Pare. Ma, forse, la cosa è un poco più complessa.

Sul palco della manifestazione, 50 sindaci da tutta Italia – foto Comune di Roma.

Ci si può “rifugiare a Ventotene”, come sembra suggerire Giannini, in una piega dello spazio politico (il luogo di confino fascista) e del tempo (il 1941-42, primo biennio della Seconda guerra mondiale per l’Italia), come in un telefilm della serie di inizio anni Sessanta del XX secolo “Ai confini della realtà”, ma per ritornare, com’era tipico dell’arte del suo ideatore, Rod Serling, alla realtà con uno sguardo nuovo. Nuovo, non, necessariamente, incoraggiante.

La realtà ci dice che l’Unione Europea è un paradosso istituzionale: possiede una moneta unica, l’euro, per la maggioranza dei suoi Stati-membri, ma non è uno Stato. Il governo della sua moneta è in mano alla Bce, che non dipende da alcuna istituzione dell’Unione europea (mentre le banche centrali degli Stati membri dipendono da ciascuno Stato), ma dipende, in modo più o meno informale, eufemisticamente parlando, dal Fondo monetario internazionale, istituzione a maggioranza delle quote statunitense. Paradosso: perché il “battere moneta” è simbolo del potere sovrano (e non soltanto nell’età moderna e contemporanea); ma nell’Unione Europea il potere sovrano, il potere politico non c’è, in materia monetaria.

La dipendenza europea

A questo paradosso, se prendesse corpo, realmente, il piano ReArm Europe se ne aggiungerebbe un altro: un esercito senza Stato. Due segni del potere sovrano (moneta ed esercito) cui non corrisponde alcun potere sovrano. Il motivo? L’Unione europea non è uno Stato, non è uno Stato federale perché i popoli europei non manifestano la volontà che essa lo diventi, perché i governi degli Stati membri non manifestano la volontà che essa lo diventi. Gli Stati-membri si sono privati della sovranità esclusivamente nelle materie in cui non potevano più esercitarla efficacemente, cioè in materia di commercio e in materia di moneta.

Non è tutto. Se, sotto il profilo monetario, la dipendenza dal Fondo monetario internazionale è un dato oggettivo, sotto il profilo militare c’è un altro dato oggettivo da considerare, che in questi giorni non è stato evidenziato. Secondo David Vine (Base Nation. How U.S. Military Bases abroad Harm America and the World, Metropolitan Books, 2015) in Europa sono attive 240 basi della Nato, oltre un centinaio in Italia. Dire Nato. è dire, al di là ogni understatement, Usa. Questo significa che se l’Unione Europea si arma, non può farlo che all’interno dell’organizzazione militare della Nato.

I precedenti sono noti. Il piano presentato il 14 ottobre 1950 prevedeva la creazione di una forza armata europea, l’istituzione di un ministero della Difesa europeo responsabile di fronte a una Assemblea europea; questo piano intendeva impedire l’adesione della Germania alla Nato; statunitensi e tedeschi preferivano la soluzione dell’adesione di un esercito tedesco alla Nato. e gli inglesi erano contrari alle implicazioni sovranazionali del piano, perché sospettarono che i Francesi preferissero una “Alleanza atlantica a basso voltaggio” (secondo l’espressione di Leonardo Rapone, Storia dell’integrazione europea Carocci, Roma, 2002, p. 19) per mantenere il proprio primato in Europa. Soltanto alla metà del 1951 gli Usa appoggiarono il progetto, pur di arrivare, comunque, a un riarmo della Germania in funzione antirussa.

La bocciatura da parte della Francia

Il 27 maggio 1952 i sei paesi della Ceca firmarono il trattato che istituiva la Comunità europea di difesa, agli ordini del comando generale della Nato. Il che deludeva le aspettative francesi di avere un ruolo preponderante nella nuova Comunità. Avversato dai nazionalisti (preoccupati che il piano avrebbe sottratto energie alla difesa nazionale), dai comunisti (contrari al riarmo della Germania) e dalla sinistra democratica (preoccupata di guastare le prospettive di distensione fra l’Occidente e la Russia aperte dalla morte di Stalin, nel marzo 1953, e dall’armistizio in Corea del luglio 1953), il trattato della Comunità europea di difesa fu bocciato dal Parlamento francese il 30 agosto 1954. Nel 1955 era creata l’Unione europea occidentale interamente funzionale alle esigenze della Nato.

Integrazione europea e Alleanza atlantica sono facce della stessa medaglia.

L’armamento dell’Unione europea dovrebbe fare i conti con la presenza statunitense in Europa e, considerato che l’Alleanza atlantica è a guida statunitense, al di là dei gradevoli, ma irreali, discorsi di “collegialità nella difesa”: l’ostacolo attuale è il dissenso tra Unione europea e Stati uniti sulla questione ucraina; né si può ritenere che, nonostante gli interessi statunitensi più urgenti riguardino le “terre rare”, e siano orientati a distaccare il più possibili la Russia dalla Cina popolare, oltre che a coltivare gli interessi nell’area del Pacifico, il Mediterraneo sia diventato privo di interesse.

Il noto giacimento di gas naturale al largo della striscia di Gaza e l’esigenza di mantenere ben saldo un piede in Palestina (dopo le guerre in Iraq e in Afghanistan) mostrano che il Mediterraneo – e la stabilità militare dell’Europa che circonda il Mediterraneo- è pur sempre interessante per gli Stati uniti d’America. In altri termini, è piuttosto improbabile un disimpegno militare statunitense in Europa (e non soltanto per non annientare le conquiste maturate con la Seconda guerra mondiale).

Una forza armata europea inutile. Gli Usa non ci lasceranno

Ma se questo è vero, come, concretamente, l’armamento dell’Unione europea potrebbe differenziarsi dalla vecchia Unione dell’Europa occidentale di metà anni Cinquanta del XX secolo? Con una politica di appoggio militare all’Ucraina? Materialmente, esso non potrebbe sostituire, nell’immediato, l’appoggio all’Ucraina di Washington, anche se potrebbe interferire in una certa misura con la politica dell’attuale presidente statunitense nei confronti della Russia. Con una politica di pacificazione in Palestina? No, per gli stessi motivi: la pace è l’esito di rapporti di forza e l’Unione europea non è militarmente una forza. Oppure con una politica di maggiore apertura commerciale alla Cina (e all’India)? Ma qui la creazione di una forza armata sarebbe superflua. O, ancora, con una politica africana decisa? Ma, anche qui, la forza armata sarebbe superflua: non è di un appoggio militare, almeno per ora che abbisogna l’Unione africana.

Sembra che larga parte delle polemiche di questi giorni prescindano dal dato più evidente: l’Unione europea non è uno Stato, né ha la prospettiva di diventarlo esclusivamente con un piano di armamento cui mancherebbe un governo politico (per avere il quale occorrerebbe modificare i Trattati: impresa non da poco, se si segue la lettera e lo spirito dei trattati vigenti attualmente); del resto, l’unione monetaria stessa non ha accresciuto la statualità dell’Unione europea. Vero è che la centralità della Commissione europea, già nella gestione dell’emergenza Covid-19 e ora nella presa di posizione sull’Ucraina, la centralità del Parlamento europeo in tutti e due i frangenti sembrano far emergere un possibile disegno istituzionale con il quale gli Stati-membri potrebbero dover fare i conti nella direzione di una “statualizzazione” dell’Unione. Una “statualizzazione” federale. Per la quale, tuttavia, manca ancora un’opinione pubblica europea conforme, nonostante la manifestazione del 15 marzo.

Scrive per noi

FRANCESCO INGRAVALLE
FRANCESCO INGRAVALLE
Francesco Ingravalle, già ricercatore di Storia delle istituzioni politiche presso l'Università del Piemonte Orientale, saggista e storico del pensiero e delle istituzioni politiche.