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Il talento di vivere la vecchiaia. Pedagogia per un nuovo umanesimo esistenziale

| TIZIANA CARENA

Tempo di lettura: 6 minuti

Il talento di vivere la vecchiaia. Pedagogia per un nuovo umanesimo esistenziale
Il doppio volto della vecchiaia ci mette in guardia dagli opposti stereotipi: il vecchio tranquillo e contento del tempo trascorso e il vecchio inservibile, inefficace, un “peso”. La vecchiaia va vista come una fase della vita, vedere nel vecchio una persona “che ha dei diritti e dei doveri, autenticamente incluso in una società che dell’inclusione ha fatto una bandiera”. Ma è necessario “ribadire il principio della responsabilità pedagogica verso quell’enorme fascia di popolazione invecchiata che non possiede né strumenti, né opportunità, né motivazione per vivere –almeno sufficientemente bene- la bellezza della vita (l’ho definita “la vecchiaia dei semplici”): è una questione di etica”

“la poesia, la narrativa, la mitologia e l’arte pittorica

sanno svelare il doppio volto della vecchiaia:

decadimento, assenza, ma anche energia vibrante,

saggezza e forza, ricerca del daimon, che forse

è rimasto sopito a lungo”

Oltre gli stereotipi: inclusione e responsabilità pedagogica verso la vecchiaia

Il doppio volto della vecchiaia ci mette in guardia dagli opposti stereotipi: il vecchio tranquillo e contento del tempo trascorso e il vecchio inservibile, inefficace, un “peso”. La vecchiaia va vista come una fase della vita, vedere nel vecchio una persona “che ha dei diritti e dei doveri, autenticamente incluso in una società che dell’inclusione ha fatto una bandiera” (p. 12). Ma è necessario “ribadire il principio della responsabilità pedagogica verso quell’enorme fascia di popolazione invecchiata che non possiede né strumenti, né opportunità, né motivazione per vivere –almeno sufficientemente bene- la bellezza della vita (l’ho definita “la vecchiaia dei semplici”): è una questione di etica” (p. 14).

La vita come narrazione: pensiero autobiografico, qualità della vita e nuovi approcci educativi

La strada della vita è complessa: essa abbraccia “la moltitudine di elementi, fatti, incontri, esperienze che diventano parte di noi e s’intessono sulla pelle, nel cuore, nella mente, fino all’ultima cellula” (p. 16). Noi siamo memoria; ma occorre “educare al pensiero autobiografico”: esso consente alla persona di “leggersi come processo oltre a essere espressione massima della cura verso sé stessi: un vero e proprio iter formativo che permette di risignificare il proprio tempo esistenziale, ripercorrendo le stagioni della vita” (p. 19).

Si può formare una persona anziana all’autobiografia? È possibile, ma soltanto a condizione di disporre di professionisti della cura che sappiano comunicare, interagire, ascoltare empaticamente, sospendere il giudizio, liberarsi dell’autoreferenzialità, assumere un atteggiamento riflessivo, avere il massimo rispetto della persona e agire con estrema delicatezza.

Questi professionisti vanno adeguatamente formati a una “pedagogia della narrazione” una “pedagogia dell’auobiografia”; la narrazione autobiografica mette in prospettiva il tempo vissuto e, mettendolo in prospettiva ne discopre il senso.

Parlare di vecchiaia comporta il parlare della medicina i cui progressi sono notevoli, ma Norberto Bobbio (De Senectute) ha osservato che la medicina “spesso non ti fa tanto vivere, quanto t’impedisce di morire”. La ricerca socio-pedagogica, tuttavia, ha indicato, a partire dagli anni Ottanta del XX secolo otto domini della Qualità della Vita: il benessere emozionale, le relazioni interpersonali, il benessere materiale, lo sviluppo personale, il benessere fisico, l’autodeterminazione, l’inclusione sociale, i diritti.

Essi si articolano sulla crescita personale e sulle opportunità di sviluppo, sui programmi e sulle tecniche di miglioramento ambientale, sulle politiche sociali. Dunque, importante non è esclusivamente la salute organica; per una persona anziana la qualità della vita “è proporzionale alla qualità del suo contesto, nel quale la famiglia gioca un ruolo fondamentale” (p. 39). Il supporto emotivo, l’assistenza e la cura, il contrasto all’isolamento sociale, la sicurezza economica sono requisiti fondamentali, in merito pienamente attuabili soltanto nell’ottica di una “comunità responsabile”, cioè del “villaggio educativo”; che è come dire: una “cittadinanza attiva”.

Sul piano della ricerca educativa e scientifica si sta sviluppando la gerontologia, sul piano propriamente educativo si sta sviluppando la geralogia come equivalente della pedagogia; l’educazione, infatti, non è riservata esclusivamente all’infanzia e all’adolescenza. Sul piano dei servizi sociali aumenta il numero delle cooperative e delle strutture che forniscono assistenza a famiglie in difficoltà o in situazioni di emergenza, assistenza garantita da “assistenti familiari”.

Nella Carta Europea dei Diritti dell’uomo (art. 25) “l’unione riconosce e rispetta il diritto dell’anziano come soggetto, come individuo investito di una legittimazione propria” reclamando la protezione, il riconoscimento e la soddisfazione dei diritti della persona anziana. Ma siamo nella dimensione del “dover essere”: quanto sono stati recepiti e attuati questi principi? Soltanto nella misura consentita da un agire emergenziale o economicistico, del resto carente (come mostra l’aumento del mercato privato e convenzionato delle R.S.A.).

Cura, formazione e contesti: per una vecchiaia attiva e integrata

L’intervento dei pedagogisti, in merito alla vecchiaia, “punta a tramutare le mancanze in risorse, la perdita neuronica in occasione di potenziamento cognitivo per ristabilire giusti equilibri attraverso il dialogo intergenerazionale, la disponibilità a incrementare luoghi di incontro nei quali coordinare azioni, esperienze, attività nel rispetto dell’autonomia e della dignità umana” (p. 53). Tuttavia occorre, contestualmente, “apprendere a invecchiare, a vivere senza rimpianti, a elaborare i dolori del passato, ad accettare il dono del presente, a vivere la vecchiaia come una nuova età, ricca di altre opportunità e di nuove sfide, in una dimensione temporale più flessibile e riumanizzata” (pp. 53-54).

L’apprendimento, in senso lato, è il principale antidoto all’invecchiamento mentale, ben al di là della dimensione scolastica. Uno dei vettori dell’apprendimento è costituito dagli “assistenti familiari”; ma gli “assistenti familiari” non sempre sono in possesso di una formazione specifica, nonostante il lavoro di cura sia tra i più delicati e impegnativi; chi lo pratica è a rischio di elevato stress psico-fisico e costantemente a rischio di burnout. Le professioni di cura non possono essere praticate “da soggetti troppo autocentrati, narcisisti, oppure inclini al pessimismo” (p. 63).

Il problema della cura dell’età anziana non può essere affrontato, né, tanto meno, risolto da “una politica concentrata quasi esclusivamente sulla cultura dei sussidi e dei sostegni, pur necessaria” (p. 71), ma va affrontato riformando radicalmente la formazione di chi alla cura delle persone anziane sceglie di dedicarsi. In altri termini: il problema è politico, nel senso più alto di questo aggettivo.

Nel caso dell’ospedalizzazione occorre un approccio olistico (sollecitato, peraltro, dall’OMS) alla persona che ponga al centro le dimensioni psicologiche e relazionali del paziente anziano, oltre alle dimensioni strettamente mediche del problema. Ma un approccio di tale genere non può essere improvvisato: “non solo clinica, ma umanizzazione” (p. 85).

I problemi sono molteplici: la carenza di personale non consente di dedicare tempo e attenzioni sufficienti a ogni persona; il personale medico-sanitario è scarsamente riconosciuto professionalmente ed economicamente; il facile accesso ad alcune professioni sanitarie non garantisce l’effettiva tutela della salute dei cittadini; infine, “alcune professioni socio-sanitarie rappresentano un paracadute sociale” (p. 87). L’etica della cura patisce, ovviamente di queste carenze.

A questo si aggiunge “la frammentazione dei saperi che si traduce nel rischio di una conseguente frammentazione del corpo: una condizione che suscita disorientamento e insicurezza soprattutto nel paziente anziano” (pp. 90-91). L’Intelligenza Artificiale può essere un valido supporto, ma soltanto un supporto: essa non può sostituire il rapporto umano.

La relazione di cura si fonda “sull’accoglienza incondizionata, sull’empatia, sulla congruenza tra azione e pensiero, sul facilitare “il poter essere” dell’altro riconoscendone l’unica e irripetibile progettualità esistenziale, sull’empowerment e molto altro ancora” (p. 111). Ma tale relazione implica competenze e azioni pedagogiche: coordinamento, progettualità, valutazione e supervisione pedagogica in vista della qualità della vita dell’utente.

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La scuola può divenire il luogo dell’incontro intergenerazionale; in qualche realtà regionale “sono nate case di riposo con annessi asili nido e scuole dell’infanzia: bimbi che possono giocare con dei nonni, anziani che possono tornare a sorridere grazie alle risa argentee di bambini che stimolano la memoria e la bellezza” (p. 119). Questo è un modello di reciprocità, la base stessa del “villaggio educativo” in grado di “tutelare a ciascuno e a ogni età, il diritto di viversi parte integrante del sociale” (p. 121).

Occorre, pertanto, transitare verso un sistema educativo di quartiere per vivere la solidarietà, verso un’ “educativa di strada” finalizzata a intercettare giovani e adolescenti nei loro luoghi di vita e di aggregazione e per intercettare la popolazione anziana (un progetto realizzato a Bergamo nel 2016 prevedeva nel quartiere la presenza di Custodi Sociali, punti di riferimento per chi si trova in situazioni di difficoltà, operanti in contatto con una équipe territoriale, particolarmente attenta alle situazioni degli anziani). Andrebbero ipotizzati sportelli d’ascolto pedagogico itinerante, come servizio domiciliare.

Va riscoperta la bellezza della vecchiaia, una condizione che, come avverte Vittorino Andreoli, “si costruisce fin dall’infanzia” (p. 129): questo l’obiettivo di una educazione permanente degli anziani, cercando di migliorare “la qualità delle esperienze apprenditive e allenare l’attività mentale” (p. 136).

La vecchiaia è “parte integrante di ciascuno di noi, è testimonianza di una biografia individuale e sociale, il suo grande racconto è specchio di ogni esistenza, è l’identità dell’umanità stessa, in cui riflettersi” (p. 140).

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TIZIANA CARENA
TIZIANA CARENA
Tiziana C. Carena, insegnante di Filosofia, Scienze umane, Psicologia generale e Comunicazione, Master di primo livello in Didattica e psicopedagogia degli allievi con disturbi dello spettro autistico, Perfezionamento in Criminalistica medico-legale. È iscritta dal 1993 all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Si occupa di argomenti a carattere sociologico. Ha pubblicato per Mimesis, Aracne, Giuffrè, Hasta Edizioni, Brenner, Accademia dei Lincei, Claudiana.