Le vittime ignorate dell’estinzione di massa
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Certo, i mammiferi si estinguono e da decine di migliaia di anni, non per suicidio, ma per mano dell’homo sapiens che appena diventato sapiens e sviluppato armi più letali sterminò, nel tardo Pleistocene e poi nell’Olocene, i grandi mammiferi erbivori, specie in Europa, nelle Americhe e in Australia. Gli ultimi mammuth furono uccisi circa 4.000 fa tra Siberia e Alaska dai cacciatori del Neolitico. Allora non esisteva la Lista rossa dell’IUCN e quei cacciatori non sapevano quello che stavano facendo.

Tra i mammiferi, sono famosi i cosiddetti “Big Five”, i cinque grandi animali dell’Africa: leone, leopardo, rinoceronte, elefante africano, bufalo africano.
Ma se guardiamo ai dati degli ultimi secoli (dalle conquiste coloniali e dalla Rivoluzione militare del XVI-XVII secolo in poi), il tasso di estinzione, che si impenna con l’Antropocene, è maggiore per gli uccelli e globalmente per tutti i vertebrati (pesci esclusi).
Non tutti gli esseri viventi, però, sono uguali. Alcuni, come capita nelle nostre società umane diseguali, sono più uguali degli altri e così l’86 per cento dei finanziamenti va ai mammiferi di grossa taglia (che rappresentano solo un terzo dei mammiferi minacciati). Lo rivela, per la prima volta al mondo, uno studio delle Università di Firenze e Hong Kong che ha preso in esame ben 14.566 progetti di conservazione realizzati tra il 1992 e il 2016.
Ignorate la maggior parte delle specie a rischio
Ebbene, quasi il 94% delle specie a diretto rischio di estinzione non ha ricevuto alcun sostegno. Lo studio (pubblicato su PNAS, la rivista dell’Accademia nazionale delle scienze degli Stati uniti, https://doi.org/10.1073/pnas.2412479122) calcola che «dei 1.963 miliardi di dollari assegnati complessivamente dai progetti – spiega Stefano Cannicci, docente di Zoologia dell’Università di Firenze -, l’82,9% è stato destinato a vertebrati. Piante e invertebrati hanno rappresentato ciascuno il 6,6% dei finanziamenti, mentre funghi e alghe sono appena rappresentati, con meno dello 0,2% per ciascuna delle specie».
Non fa bella figura il programma europeo Life, il più ricco e importante programma di fondi per la conservazione europeo, che rappresenta una grossa quantità dei progetti analizzati e che è la spina dorsale dei fondi per la conservazione delle specie italiane, e che quindi ci riguarda direttamente.
Il bello, il brutto e il cattivo
«I dati dicono, per esempio – prosegue Cannicci – che tra i vertebrati più a rischio di estinzione ci sono gli anfibi (salamandre e rane), ma i fondi a loro dedicati sono meno del 2% del totale. In generale, gli animali che noi consideriamo ‘brutti’ o pericolosi (pipistrelli, serpenti, lucertole, e moltissimi insetti escluse le farfalle) sono scarsissimamente finanziati in termine di conservazione».

A guidare le scelte di chi propone i progetti di conservazione sembra insomma un criterio antropocentrico, estetico o di vicinanza (i mammiferi). Non hanno letto, i proponenti, l’Enciclica Laudato si’ di papa Francesco, che osserva: «Probabilmente ci turba venire a conoscenza dell’estinzione di un mammifero o di un volatile, per la loro maggiore visibilità. Ma per il buon funzionamento degli ecosistemi sono necessari anche i funghi, le alghe, i vermi, i piccoli insetti, i rettili e l’innumerevole varietà di microorganismi. Alcune specie poco numerose, che di solito passano inosservate, giocano un ruolo critico fondamentale per stabilizzare l’equilibrio di un luogo.».
E non hanno nemmeno studiato l’ecologia (che il pontefice invece conosce bene). Un ecosistema ha bisogno di tutti i regni del mondo vivente e le specie minacciate sono tra l’altro alla base della catena alimentare di cui gli animali più protetti costituiscono invece il vertice.
Lo ricorda il professor Cannicci, che all’enciclica di Francesco sembra proprio essersi ispirato con i suoi colleghi delle università di Firenze e Hong Kong: «Investire i fondi sulla conservazione di poche specie non preserva gli ecosistemi che li supportano: che senso ha conservare un animale ma non gli animali o le piante che mangiano? – si domanda -: Per affrontare in modo efficace la sfida della tutela della biodiversità gli autori dello studio propongono che siano destinate complessivamente più risorse alla conservazione, ma anche che le organizzazioni governative e non governative lavorino per riallineare, sulla base delle conoscenze scientifiche, le priorità di finanziamento verso le specie a reale rischio di estinzione e attualmente trascurate».
La natura “Oh oh! Ah Ah”
Le politiche di conservazione della biodiversità sembrano insomma frutto di un corto circuito con l’attenzione dell’opinione pubblica (sensibile soprattutto alla sorte degli animali “belli” e possibilmente grandi) o addirittura con esigenze di attrazione turistica. Un’attenzione a sua volta alimentata da campagne e da una documentaristica che privilegia una visione superficiale di una “Natura oh oh! Ah ah!”, una natura, cioè, fonte più di contemplazione e ammirazione estetica che di scientificamente fondate valutazioni ecologiche.
Pesa la maledizione della “notiziabilità”: fa più notizia l’orsa braccata dagli sgherri di qualche feroce amministratore pubblico (certo, poveretta, da difendere) che un milione di formiche. Pesa la ricerca dell’audience che sale con le belle immagini di un elegante leopardo-micione più che con un fungo che sta lì e ramifica lento e silenzioso i suoi miceli nascosti. Pesa molto l’ignoranza, sia degli operatori dell’informazione, sia generale: l’alfabetizzazione ecologica sta ancora peggio di quella civile e costituzionale.
Largo dunque all’educazione ambientale, che (vale la pena di ricordare) non è divulgazione naturalistica, ma è la capacità di vedere in modo sistemico tutte le relazioni, le interconnessioni e le interdipendenze che contraddistinguono il mondo e la presenza umana sul pianeta. Ricerca scientifica, politiche, comunicazione, cultura, formazione devono essere permeate dalle stesse competenze di sostenibilità, da attrezzare di fronte alla complessità.
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- MARIO SALOMONE
- Sociologo dell'ambiente, giornalista e scrittore, Mario Salomone dirige ".eco" dalla fondazione (1989), è autore di saggi, romanzi e racconti e di numerosi articoli su quotidiani e riviste. Già professore aggregato all'Università di Bergamo, è Segretario generale della rete mondiale di educazione ambientale WEEC, che realizza ogni due anni i congressi del settore.
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