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Oltre il “no”: rigenerare la democrazia. Per una cittadinanza ecologica all’altezza del tempo che viviamo

| Aurelio Angelini

Tempo di lettura: 5 minuti

Oltre il “no”: rigenerare la democrazia. Per una cittadinanza ecologica all’altezza del tempo che viviamo
Difesa, con la vittoria del no al referendum, la Costituzione, la cultura ecologica ha qualcosa di specifico e insostituibile da dire. Perché le grandi questioni di cui il Paese ha bisogno non sono separabili le une dalle altre. Occorre un processo partecipativo dal basso, capace di raccogliere i bisogni reali del Paese — il lavoro che cambia con la transizione energetica, la povertà nelle periferie, il diritto alla casa, la domanda di pace — e di trasformarli in un’agenda politica ecologica e sociale.

C’è un momento in cui un voto smette di essere un dato elettorale e diventa un fatto culturale. Il referendum sulla giustizia ha attraversato questa soglia. Non perché i numeri siano stati straordinari, ma per ciò che quei numeri dicevano: una domanda collettiva di cambiamento, articolata e consapevole, che veniva da lontano e che andava molto più in là della questione tecnica su cui i cittadini erano stati chiamati a esprimersi.

Leggere quel segnale richiede strumenti che la politica tradizionale fatica a adoperare. Richiede, anzitutto, la capacità di ascoltare.

Il risveglio che non ci aspettavamo

Tra i dati più significativi di questa tornata elettorale — e tra i meno commentati con la dovuta attenzione — c’è il ritorno alle urne delle giovani generazioni. Non un ritorno per inerzia, non per fedeltà partitica, ma per scelta consapevole. Una scelta maturata in anni di angoscia climatica, di precarietà lavorativa strutturale, di impossibilità concreta di accedere a una casa, di indignazione davanti alle immagini di Gaza e alle macerie di una pace europea che sembrava acquisita per sempre.

Queste ragazze e questi ragazzi non hanno votato nonostante la disillusione. Hanno votato attraverso di essa, trasformandola in atto politico. Ed è questo che rende la loro partecipazione non solo un dato sociologico, ma anche una sfida culturale e pedagogica per chiunque si occupi di costruire il futuro.

Come scriveva Vandana Shiva, la cui riflessione attraversa da decenni il confine tra ecologia e democrazia: «Il futuro è nelle mani di chi coltiva la terra e nelle menti di chi sa ancora immaginare un’alternativa». Ecco: questi giovani stanno immaginando. La domanda è se la politica saprà ascoltarli.

Il vuoto di progettualità e la trappola della sintesi

A fronte di questa mobilitazione, la risposta dei principali leader delle forze democratiche ha messo in luce i limiti strutturali di una politica ancora troppo ripiegata su sé stessa. Primarie, quattro punti condivisi, sintesi tra leadership: strumenti utili, certo, ma del tutto sproporzionati rispetto alla profondità della domanda che veniva dalla società.

Il rischio, in questa impostazione, è che il filosofo e attivista Boaventura de Sousa Santos chiama «epistemicidio democratico»: la sistematica svalutazione delle forme di conoscenza e di partecipazione che vengono dal basso, a vantaggio di una razionalità politica autoreferenziale che finisce per escludere proprio chi vorrebbe rappresentare. La politica che si riduce a competizione tra gruppi dirigenti non tradisce solo i propri elettori: tradisce l’idea stessa di democrazia come processo collettivo e aperto.

La riforma della giustizia non basta: serve un processo costituente

Tra le questioni emerse con più forza dal voto c’è quella della giustizia. Ma sarebbe un errore — politico e culturale insieme — trattarla come una questione tecnica da affidare ai soli giuristi. La riforma della magistratura e dell’accesso alla giustizia ha senso solo se inserita in un progetto più ampio: quello di uno Stato che torna a essere percepito come garante dei diritti fondamentali da parte di tutti, non solo di chi può permetterseli.

E questo progetto più ampio non si costruisce a tavolino. Si costruisce attraverso un processo partecipato e inclusivo, che coinvolga la società civile, i movimenti, le comunità territoriali. Un processo costituente informale, che parta dai bisogni reali — la sanità pubblica che erode, il lavoro povero che si moltiplica, la casa che diventa privilegio — e li trasformi in proposta politica condivisa.

La giustizia, in questa prospettiva, non è separabile dall’equità sociale né dalla sostenibilità ambientale. È parte dello stesso sistema di diritti che la Costituzione disegna e che la crisi ecologica, se non governata, rischia di rendere sempre più inaccessibili proprio a chi ne ha più bisogno.

La posta ecologica: riconversione, energia, cibo

È qui che la cultura ecologica ha qualcosa di specifico e insostituibile da dire. Perché le grandi questioni di cui il Paese ha bisogno non sono separabili le une dalle altre, e l’ecologia politica è forse l’unico pensiero che sa tenerle insieme senza forzature.

La transizione verso l’autonomia energetica non è solo una questione ambientale: è una questione di sovranità, di giustizia territoriale, di creazione di lavoro dignitoso nei luoghi dove il lavoro è scomparso. Le comunità energetiche rinnovabili, le cooperative di autoproduzione, la riconversione delle aree industriali dismesse sono al tempo stesso risposte alla crisi climatica e risposte alla crisi sociale. Non si può fare buona politica climatica ignorando chi paga il conto della transizione. E non si può fare buona politica sociale ignorando che il modello energetico attuale è insostenibile.

Lo stesso vale per la sovranità alimentare. In un Paese dove il 70% delle sementi è controllato da poche multinazionali e dove la dipendenza dalle catene globali di approvvigionamento è diventata una vulnerabilità sistemica — come la pandemia e i conflitti hanno brutalmente dimostrato — riportare al centro il tema del cibo significa fare politica nel senso più alto del termine. Significa parlare di territorio, di comunità, di resilienza, di giustizia.

Su questo, le parole di Robin Wall Kimmerer — botanica, scrittrice e pensatrice indigena — suonano come un programma: «In una democrazia vivente, la voce della terra deve avere un posto al tavolo delle decisioni. Non come metafora, ma come principio politico». Un principio che la cultura ecologica ha il compito di tradurre in proposta concreta, in pratiche condivise, in istituzioni rinnovate.

Per una ecologia integrale

In questo quadro, le forze politiche che si rifanno alla giustizia sociale e all’ambientalismo hanno di fronte a sé una scelta che non possono rinviare e non devono limitarsi ad assecondare la logica degli equilibri di coalizione. Sarebbe una rinuncia alla propria ragione d’essere, oltre che un’occasione storica sprecata.

Queste forze hanno la possibilità di svolgere un ruolo che nessun altro soggetto delle forze progressiste può svolgere: quello di farsi promotore di un processo partecipativo dal basso, capace di raccogliere i bisogni reali del Paese — il lavoro che cambia con la transizione energetica, la povertà nelle periferie, il diritto alla casa, la domanda di pace — e di trasformarli in un’agenda politica ecologica e sociale. Non una lista di buone intenzioni, ma un progetto radicato nei territori: assemblee aperte, scuole di formazione ecologica e civica, carovane nei quartieri e nelle aree interne, connessione con i movimenti giovanili per il clima.

Un approccio ecologista che sa stare nei luoghi, che ascolta prima di proporre, che costruisce comunità di pratica civica prima di chiedere consenso elettorale: questo è il contributo specifico e insostituibile che può portare al campo progressista. Non come junior partner, ma come bussola programmatica.

Educare alla democrazia ecologica: il nostro compito

Come rivista di cultura ecologica, non siamo spettatori di questo processo. Ne siamo — o vogliamo essere — parte attiva.

Perché la cultura ecologica non è un sapere specialistico da riservare agli esperti. È una forma di intelligenza collettiva che sa leggere i sistemi, tenere insieme le scale, connettere il locale e il globale, il presente e il futuro. È, in ultima istanza, una pedagogia del vivere insieme su un pianeta che ha limiti invalicabili.

Questa intelligenza ha bisogno di spazi: nelle scuole, nei quartieri, nelle piazze, nelle istituzioni. Ha bisogno di pratiche: laboratori di progettazione partecipata, esperienze di comunità energetiche, percorsi di educazione alimentare come atto politico, assemblee in cui la voce dei giovani non sia decorativa ma costitutiva.

E ha bisogno di coraggio narrativo. Il coraggio di dire, come scriveva Murray Bookchin — padre dell’ecologia sociale — che «il problema ecologico è in ultima istanza un problema politico: non si può avere una società ecologica senza una democrazia radicale, e non si può avere una democrazia radicale senza riconciliarsi con la natura».

La democrazia è un atto ecologico. Trasformare la domanda in progetto

Quel “No” referendario non era un punto di arrivo. Era — è — un punto di partenza. Una domanda che attende risposta. E le risposte non si costruiscono nelle stanze dei gruppi dirigenti: si costruiscono nei luoghi dove la vita accade, dove i bisogni si incontrano, dove le persone sono disposte a immaginare insieme qualcosa di diverso.

Tradire questa spinta significherebbe non solo perdere un’occasione politica. Significherebbe alimentare quella disillusione che oggi — più di qualsiasi avversario — è la vera minaccia per la democrazia. Si chiama astensionismo. Si chiama cinismo. Si chiama resa.

Noi scegliamo un’altra strada. Quella di chi crede che la democrazia si possa rigenerare, come un suolo esausto che torna fertile se lo si cura con pazienza, sapienza e comunità.

È, in fondo, un atto ecologico.

Scrive per noi

Aurelio Angelini
Aurelio Angelini
Aurelio Angelini è Ordinario di Sociologia dell’Ambiente, preside della facoltà di Scienze Umane e Sociali, Coordinatore del Dottorato Contesti, Ambienti e Stili di Vita per la Salute e il Benessere presso l’Università di Enna “Kore”. É Copresidente del Comitato Nazionale per l’Educazione alla Sostenibilità Agenda 2030 per l’UNESCO.
È codirettore della rivista Cultura della sostenibilità, della Rivista ECO l’educazione sostenibile e dell’Editorial Advisory Board di Sociology and Social Work Review. Ha diretto dossier di candidature del sito UNESCO e di Palermo Arabo-normanna e le Cattedrali di Cefalù e Monreale. Ha diretto la redazione dei piani di Gestione dei Siti UNESCO: delle Isole Eolie, Le Città Tardo Barocche della Val Di Noto, Villa Romana del Casale, Siracusa e le Necropoli Rupestri di Pantalica, Palermo Arabo-normanna e le Cattedrali di Cefalù e Monreale. Ha diretto i dossier di candidatura delle città di Palermo per l’iscrizione nelle rete UNESCO Learning Cities e nella Rete UNESCO The European Coalition of Cities against Racism.
Ha Contribuito alla realizzazione del Dictionary of Ecological Economics, Terms for the New Millennium con la definizione dei Seguenti lemmi: Environmental Impact Assement, Limits, Complexity Theory, Circular Economy, Circular Economy. É Autore: Il Mitico Ponte sullo Stretto di Messina; Società Sostenibile e di altre rilevanti pubblicazioni. Fa parte tra gli altri, del Comitato Scientifico della 12th WEEC (World Environmental Education Congress). Ha svolto numerosi progetti, ricerche, piani e consulenze per organismi internazionali, nazionali ed enti locali, su gestione, progettazione ambientale e culturale in tema Sostenibilità, Rifiuti, Risorse Idriche, Biodiversità e Valutazioni Ambientali.