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Algoritmi e dipendenza digitale

| Clemente Porreca

Tempo di lettura: 4 minuti

Algoritmi e dipendenza digitale
Il report Digital 2026 evidenzia un consumo eccessivo di social media, con medie settimanali che superano le soglie critiche per la dipendenza tecnologica. Una sentenza storica della Corte di Los Angeles ha recentemente riconosciuto la responsabilità di Meta e Google, non per i contenuti, ma per un design (algoritmi e scrolling) progettato per massimizzare la permanenza online. Mentre l’Europa risponde con il Digital Services Act per tutelare i minori, la sfida finale resta educativa: promuovere un utilizzo consapevole e critico per ritrovare l’equilibrio tra vita digitale e reale

Secondo il report Digital 2026 condotto da We Are Social in collaborazione con Meltwater, gli utenti trascorrono in media 18 ore e 36 minuti a settimana sui social media. Ossia, circa 2 ore e 39 minuti al giorno; leggermente più basso il dato italiano che si ferma, si fa per dire, a 2 ore e 31 minuti. Gli utenti più attivi sembrano essere le giovani donne fra i 16-24 anni con una media 25 ore e 45 minuti settimanali. Dati molto preoccupanti se si tiene conto che la soglia di venti ore settimanali, ossia circa tre ore al giorno, è indicata da molti studi clinici come punto critico per sviluppare una vera e propria dipendenza tecnologica. Mentre il limite delle 30 ore settimanali è segnalato come il punto in cui il rischio di sviluppare una tecnodipendenza aumenta significativamente, poiché il tempo trascorso online inizia a compromettere seriamente le attività quotidiane, quali il sonno e le relazioni sociali.

Oltre il tempo: la Social Media Disorder Scale

Per definire e misurare l’uso disordinato o problematico dei social media, molti istituti, fra cui l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), non si basano solo sul tempo trascorso sui social, ma adottano la Social Media Disorder Scale, uno strumento clinico validato a livello internazionale. Esso si basa su nove parametri: preoccupazione, tolleranza, astinenza, persistenza (perdita di controllo), spostamento (perdita di interesse), problemi, inganno, evasione e conflitto. L’eventuale presenza di cinque di loro, negli ultimi dodici mesi, caratterizza il comportamento come problematico/disordinato.

Se da un lato i social media hanno il merito di abbattere le barriere geografiche, creando un senso di comunità globale (global village per dirla con McLuhan), dall’altro celano il rischio di un progressivo isolamento, non solo fisico. Il paradosso è evidente: pur percependosi come soggetti iper-connessi, si rischia di perdere l’autenticità dei legami diretti, tangibili della quotidianità.

Il design della dipendenza: perché i social funzionano

Il successo dei social media non è casuale, ma il risultato di una combinazione studiata tra bisogni psicologici profondi (appartenenza, approvazione e stima, auto-rappresentazione, curiosità e voyerismo, ricompensa variabile) e tecnologia avanzata (algoritmi di raccomandazione, interfacce a scrolling infinito, notifiche push predittive, riconoscimento d’immagine e deep learning, analisi dei big data). 

La svolta legale di Los Angeles: il caso Kaley G. M.

Ed è proprio partendo da questo che assume un rilievo notevole la recente sentenza della Corte Superiore di Los Angeles, che ha riconosciuto la responsabilità di Meta e Google, nella progettazione di piattaforme potenzialmente capaci di generare dipendenza nei minori. Ciò segna un punto di svolta nel dibattito globale sulla responsabilità delle Big Tech.

Il caso è nato dalla denuncia di una giovane californiana, Kaley G. M., che ha raccontato di aver iniziato a usare YouTube a sei anni e Instagram a nove, sviluppando una dipendenza tale dai social da sfociare in depressione e pensieri suicidi.

Il cuore della questione: design, non contenuti

Uno dei punti di maggiore innovazione emersi in questo procedimento è stato lo spostamento di focus dal contenuto al design delle piattaforme. In altri termini, finora i colossi tecnologici l’hanno sempre fatta franca appellandosi alla Section 230 della legge federale degli Stati Uniti Communications Decency Act, firmata nel 1996 dall’allora presidente Bill Clinton. Essa sancisce che le piattaforme online (social network, blog, forum, eccetera) non sono considerate responsabili per i contenuti pubblicati dagli utenti, possono solo moderare tali contenuti senza però essere considerate al pari di editori tradizionali: a loro viene riconosciuto il ruolo di intermediari e non di editori.

Nel caso in questione, al contrario di quanto accaduto in passato, lo schermo della norma non ha retto e ad essere messo in discussione è stato non tanto ciò che gli utenti vedono e leggono, ma piuttosto come gli algoritmi, le notifiche, lo “scrolling infinito” sono progettati per massimizzare il tempo di permanenza online.

Una sentenza storica per diversi motivi che, se confermata nei tribunali di secondo grado, può divenire un caso pilota il cui esito peserà notevolmente sulle altre circa duemila cause civili intentate da diversi attori in svariati altri Stati.

La vicenda ci offre lo spunto per una riflessione più generale sul concetto di “architettura della scelta”, già teorizzata nell’economia comportamentale, ma che sembra trovare le proprie radici più profonde nella filosofia: già Platone, nel suo famoso dialogo sulla Repubblica, metteva in guardia dal potere delle immagini e delle illusioni sulle percezioni della realtà: una dinamica che sembra riproporsi in forma moderna e digitale.

Il contesto europeo: Digital Services Act e GDPR

A differenza di quanto avviene negli Stati Uniti d’America, dove la Sezione 230 del Communications Decency Act ha storicamente circoscritto l’esercizio di responsabilità delle piattaforme online, l’Unione europea, sul piano normativo, sembra aver intrapreso una via più interventista.

Due strumenti legislativi appaiono in tale contesto più rilevanti: il Digital Services Act (DSA), entrato in vigore nel 2024 e che obbliga le piattaforme online a stringenti obblighi di prevenzione, in particolare per quanto riguarda la protezione dei minori, la trasparenza degli algoritmi e la mitigazione di rischi sistemici, e il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), che prevede già tutele specifiche per i dati dei minori e circoscrive le prassi di profilazione più aggressive.

In tale contesto, il DSA sembra introdurre anche un principio di notevole rilievo: le piattaforme devono valutare e mitigare i rischi inerenti al loro funzionamento, compresi quelli per la salute mentale: in tale senso, la sentenza americana potrebbe rafforzare l’interpretazione più rigorosa di tali obblighi anche nel contesto europeo.

Il ruolo degli algoritmi nella costruzione dell’esperienza digitale sembra trovare eco nella riflessione filosofica di Michel Foucault sul potere diffuso e invisibile. Non è più il controllo esplicito, ma il “governamentalità” a orientare il comportamento e il desiderio.

Le piattaforme digitali, da questo punto di vista, non possono essere considerate solo strumenti, ma dispositivi che organizzano l’attenzione, modellano soggettività. E la dipendenza, quindi, non è solo un effetto collaterale, ma può diventare addirittura una conseguenza del sistema.

Verso un’educazione digitale consapevole

Se il diritto può imporre il limite e la responsabilità, la risposta più profonda alla questione resta comunque quella educativa. La dipendenza da social media infatti si colloca in uno scenario generale di vulnerabilità psichica, di solitudine, di bisogno di riconoscimento.

In questo senso, torna d’attualità, forse, la riflessione aristotelica sull’equilibrio, sull’esigenza del giusto mezzo tra eccesso e difetto. E il mondo digitale, da questo punto di vista, sembra chiedere l’utilizzo consapevole, guidato da competenze critiche, di una buona educazione civica.

Conclusioni

La sentenza di Los Angeles è quindi destinata a influenzare il dibattito a livello globale. Ma al di là delle leggi, la questione resta profondamente culturale: quale rapporto vogliamo costruire con le tecnologie che plasmano le nostre vite? La risposta, oggi più che mai, richiede un dialogo tra diritto, filosofia ed educazione.

Scrive per noi

Clemente Porreca
Clemente Porreca
Porreca Clemente, docente a tempo indeterminato presso l'I.I.S."Albert Einstein" di Torino. Laurea in filosofia ed insegnante nei corsi PNRR DM 65/23 e DM 66/23 su varie tematiche quali: applicativi informatici per l'inclusione, fake news, intelligenza artificiale, sicurezza in rete e cyberbullismo. Formatore ed esaminatore ICDL, DigComp, DigComp Edu