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Pace e crisi socio-ecologica: ecco i legami

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Pace e crisi socio-ecologica: ecco i legami
Policrisi: cause profonde e soluzioni (più o meno credibili) in ambito politico-economico, relazioni internazionali, diritti e sicurezza.

(Pubblichiamo per il suo grande interesse – acuito dalla guerra scatenata dagli Usa e Israele in Medio Oriente – l’editoriale del n. 36 della nostra rivista scientifica internazionale “Culture della sostenibilità”, firmato dai tre condirettori. I numeri della rivista sono consultabili sul sito www.culturedellasostenibilita.it e scaricabili – per la maggior parte gratuitamente – dall’Ecostore della rete WEEC, www.shop.weecnetwork.it)

(Nell’immagine di apertura, il bombardamento Usa-Israele su una scuola elementare ha provocato la morte di più di cento bambine)

L’attuale fase storica è segnata da una convergenza senza precedenti tra collasso ecologico, riarticolazione delle gerarchie geopolitiche e intensificazione dei dispositivi di guerra.

Su questo c’è un ampio consenso tra osservatori e commentatori appartenenti a scuole di pensiero diverse. Le differenze sorgono quando, dalla constatazione, si passa all’analisi delle cause profonde e, soprattutto, delle soluzioni (più o meno credibili) proposte in ambito politico-economico, relazioni internazionali, diritti e sicurezza.

Tale configurazione rende sempre più evidente l’insufficienza dei quadri analitici settoriali che separano la dimensione ambientale, l’ordine politico e le dinamiche sociali. Al contrario, emerge una crisi sistemica (“policrisi”) che investe simultaneamente i processi di riproduzione della natura e quelli della società.

In questo contesto, il concetto di ecologia integrale può essere riformulato come categoria critico-teorica, volta a pensare in modo unitario ecologia, economia politica e teoria della pace. Esso non indica un semplice obiettivo di policy, bensì un paradigma interpretativo che consente di interrogare le condizioni materiali e simboliche della riproduzione sociale entro i limiti biofisici del pianeta.

Metabolismo sociale e frattura ecologica

Le recenti elaborazioni riconducibili alla cosiddetta “svolta metabolica” hanno recuperato il concetto marxiano di metabolismo sociale per analizzare i flussi storicamente determinati di energia, materiali e lavoro che mediano il rapporto tra società e natura. In tale prospettiva, il capitalismo appare come una specifica forma storica di organizzazione metabolica, caratterizzata dall’imperativo dell’accumulazione illimitata.

Questa dinamica impone processi estrattivi rapidi, lineari e accelerati, generando una pressione crescente sulle capacità di rigenerazione degli ecosistemi. Il risultato è una frattura metabolica che destabilizza al contempo le basi materiali della natura e le condizioni sociali della vita collettiva. La crisi ecologica non è dunque un’esternalità del sistema economico, ma un suo prodotto strutturale.

Tale frattura si manifesta oggi in forma ampliata, assumendo una scala globale e intrecciandosi con le trasformazioni dell’ordine geopolitico. I conflitti per l’accesso alle risorse strategiche, il controllo delle infrastrutture energetiche e dei corridoi logistici segnalano una crescente militarizzazione del metabolismo planetario.

Il processo estrattivo, però, ha riguardato non solo il sottosuolo, il suolo (cioè il settore primario minerario e agricolo) e tutta la “critical zone” (cioè tutto quello strato di sottosuolo e biosfera che racchiude la quasi totalità della vita sulla Terra, ovvero l’”ambiente eterogeneo, vicino alla superficie, in cui interazioni complesse che coinvolgono roccia, suolo, acqua, aria ed organismi viventi regolano l’habitat naturale e determinano la disponibilità di risorse vitali”, U.S. National Research Council), ma anche una particolare specie appartenente al mondo naturale: l’homo sapiens. A questa specie, in una sorta di autocannibalismo, il processo estrattivo – esteso ai settori secondario e terziario – ha sottratto lavoro, vita, intelligenza e, infine – con l’avvento del capitalismo delle piattaforme – anche i dati.

I due processi estrattivi sono strettamente interconnessi ed è per questo che giustizia sociale e giustizia ambientale sono le due facce di una stessa medaglia. E che, come accennato sopra, la pressione sugli ecosistemi non è disgiunta da quella sugli umani e le due pressioni si alimentano reciprocamente.

Caos metabolico, imperialismo e guerra

In questa cornice, la guerra contemporanea può essere interpretata come momento interno dell’ecologia politica del capitalismo avanzato. Il militarismo non opera soltanto come strumento di dominio geopolitico, ma anche come dispositivo metabolico che riorganizza i flussi materiali su scala globale, esternalizzando i costi ambientali e sociali verso le periferie del sistema-mondo.

L’imperialismo attuale non si fonda primariamente sull’annessione territoriale (anche se non la disdegna, vedasi le mire della Russia di Putin sul Donbass e degli Usa di Trump su Groenlandia e Canada), bensì sulla capacità di garantire le condizioni di circolazione del capitale, del lavoro e delle merci in un contesto di vincoli ecologici crescenti. Ne risulta una forma paradossale di potere: una proiezione militare senza precedenti, orientata non tanto alla conquista quanto alla gestione dell’instabilità sistemica.

Il cosiddetto caos metabolico designa precisamente questa configurazione: una situazione in cui l’accelerazione dei flussi materiali si scontra con i limiti biofisici del pianeta (e con i limiti di sopportabilità della condizione umana), producendo crisi concatenate — climatiche, sociali, politiche, la “policrisi”, appunto — che alimentano dinamiche di conflitto. La guerra emerge, così, non come evento eccezionale, ma come modalità ordinaria di governo delle contraddizioni ecologiche del capitale.

Tale è stata anche in passato, il testimone delle armi è stato trasmesso, in una tragica e mortifera staffetta, da regni e imperi dell’antichità a feudatari in lotta per un pezzo di terra alle potenze coloniali dell’età moderna e contemporanea.

Le differenze rispetto alla fase attuale sono, però, numerose:

  1. Intorno al 1970 l’umanità supera nel suo complesso l’impronta ecologica pari a un pianeta, ma è una media, perché il cosiddetto Nord Globale o petrodemocrazie e le ricche e energivore petromonarchie la superano di molte volte, mentre complessivamente il Sud Globale resta al di sotto o raggiunge l’Overshoot Day molto più tardi, restando uno scrigno di risorse a disposizione degli appetititi della brown e, paradossalmente, della green economy dei paesi ricchi e delle loro classi dominanti.
  2. La crisi climatica rischia di avviarsi verso un possibile collasso, stante il “tipping point” cui è giunta, criminalmente sottovalutato dai difensori del “business as usual”.
  3. L’accelerazione esponenziale del cambiamento prodotto dall’immissione nel sistema economico e nell’ecosistema terrestre di immense quantità di energia estratte dalle viscere della Terra e messe a disposizione della potenza trasformatrice delle macchine e della crescente tecnosfera ha assunto, proprio per il suo carattere esponenziale, un andamento frenetico e travolgente, rendendo la corsa verso un probabile abisso sempre più irrefrenabile.
  4. La pervasività di strumenti informatici nuovi e nuovissimi ha creato un nuovo mercato di beni materiali e immateriali e ha moltiplicato, sì, le opportunità di comunicazione tra umani, ma ha anche centuplicato le possibilità di sorveglianza, controllo, manipolazione, censura.

Governamentalità ecologica, necropolitica e metabolismo del capitale: verso una politica della vita

L’attuale configurazione della crisi climatica si inscrive sempre più chiaramente all’interno di una razionalità di governo che articola dispositivi biopolitici, logiche securitarie e pratiche di eccezione. Gli shock ambientali — siccità, eventi meteorologici estremi, collasso degli ecosistemi — non producono soltanto discontinuità materiali, ma ristrutturano le forme della sovranità, favorendo una transizione verso modalità autoritarie di amministrazione della vulnerabilità collettiva.

In tale quadro, l’emergenza ecologica tende a cristallizzarsi in uno stato d’eccezione permanente, in cui la sospensione delle procedure deliberative ordinarie diventa una tecnica ordinaria di governo. L’urgenza climatica, la dichiarata priorità delle esigenze di crescita economica (“Whatever it takes”) e i cambiamenti del quadro geopolitico legittimano la concentrazione del potere decisionale nell’esecutivo, il bypassing parlamentare in materia di difesa, energia e infrastrutture strategiche, nonché la neutralizzazione del conflitto politico mediante la sua trasformazione in un problema tecnico-amministrativo e la repressione delle voci critiche. L’eccezione non appare più come interruzione temporanea dell’ordine giuridico, bensì come sua modalità operativa stabile.

Parallelamente, la governance ambientale assume una configurazione biopolitica sempre più marcata: la vita viene amministrata in modo selettivo, attraverso la classificazione delle popolazioni in base alla loro esposizione al rischio, alla loro mobilità e alla loro funzionalità sistemica. Le migrazioni climatiche vengono ricodificate come minacce alla sicurezza, l’esistenza di profughi e rifugiati climatici viene negata, mentre interi territori vengono trasformati in zone di sacrificio metabolico, destinate ad assorbire gli effetti combinati dell’estrazione intensiva, del degrado ecologico e della destabilizzazione sociale.

Questa gestione differenziale della vita si intreccia direttamente con il metabolismo del capitale.

La necropolitica non costituisce un semplice eccesso del sistema, ma un suo momento funzionale: l’esposizione sistematica di alcune popolazioni alla morte lenta — attraverso inquinamento, precarizzazione, abbandono infrastrutturale e violenza ambientale — opera come meccanismo di stabilizzazione dei flussi metabolici globali. La possibilità stessa dell’accumulazione in condizioni di vincoli ecologici crescenti dipende dalla produzione di spazi e corpi sacrificabili, capaci di assorbire i costi sociali ed ecologici della valorizzazione del capitale.

In questo senso, il caos metabolico contemporaneo assume una dimensione apertamente necropolitica: la gestione delle contraddizioni socio-ecologiche avviene attraverso una geografia diseguale della vivibilità, in cui alcune vite vengono protette mediante dispositivi di resilienza selettiva, mentre altre sono destinate a una progressiva esposizione alla malattia, allo sfollamento e alla morte. Il collasso ambientale viene così incorporato come variabile governabile all’interno dell’architettura del capitalismo securitario.

All’interno di tale configurazione si consolida una forma specifica di governamentalità ecologica, caratterizzata dal “soluzionismo” in nome della presunta “neutralità tecnologica”, dalla “tecnocratizzazione” delle politiche ambientali e dalla loro integrazione negli apparati di sicurezza.

Le questioni ecologiche vengono sottratte al campo della deliberazione democratica e riformulate come problemi di gestione del rischio, di protezione delle infrastrutture critiche e di stabilizzazione dei flussi strategici. L’autoritarismo ecologico emerge pertanto come modalità ordinaria di regolazione delle contraddizioni socio-ecologiche, orientata non alla rimozione delle cause strutturali della crisi, bensì alla loro amministrazione differenziale.

È precisamente a partire da questa saldatura tra il metabolismo del capitale e la necropolitica che diventa possibile comprendere la posta in gioco delle pratiche comunitarie e nonviolente discusse nella sezione conclusiva. Se il regime socio-ecologico dominante organizza la riproduzione della società attraverso la produzione sistematica di vite sacrificabili, allora ogni progetto di sostenibilità integrale deve necessariamente articolarsi come politica della vita, capace di interrompere tale logica attraverso forme di cooperazione, cura e ricomposizione comunitaria.

La comunità-natura e la nonviolenza non si configurano, così, come opzioni etiche marginali, ma come contro-razionalità materiali che mirano a disattivare i dispositivi necropolitici del capitalismo, riaprendo lo spazio di una riproduzione sociale orientata alla dignità, alla reciprocità e alla continuità del vivente.

Riproduzione sociale, alienazione e critica della ricchezza

La critica marxiana consente di cogliere il profondo nesso tra la devastazione ambientale e l’alienazione sociale. La riduzione della natura a input produttivo e la subordinazione del lavoro umano alle esigenze dell’accumulazione configurano un medesimo processo di espropriazione delle condizioni della vita.

La crisi ecologica e l’omologazione culturale appaiono come due facce di una stessa violenza sistemica.

In tale quadro, il concetto di ricchezza viene radicalmente ridefinito: non l’accumulo di merci, ma il tempo liberato per lo sviluppo delle capacità umane, per la cura, la creatività e le relazioni. La sostenibilità, intesa in senso forte, implica quindi una ristrutturazione dei regimi di produzione e riproduzione, orientata alla centralità della vita anziché alla valorizzazione del capitale e al rispetto dei limiti fisici del pianeta.

Questa prospettiva trova riscontro nelle tradizioni etiche della sufficienza, che distinguono tra bisogni essenziali e desideri indotti, concependo il rapporto con la natura in termini di fiducia più che di proprietà.

Comunità, educazione e nonviolenza come categorie trasformative

L’intensificarsi delle catastrofi climatiche rende evidente una dinamica di accumulazione della vulnerabilità: l’espansione della tecnosfera accresce al contempo la capacità di intervento umano e la fragilità delle società. Come conseguenza di tali processi, emergono forme eterogenee di azione collettiva, che vanno dalle insurrezioni popolari alle varie forme di protesta che si presentano come rivolte, ribellioni, sommosse, sollevazioni, tumulti, dalle variopinte mobilitazioni di massa alla sperimentazione di pratiche comunitarie alternative, tutte forme di mobilitazione che si intrecciano in modi imprevedibili e creativi attorno all’agire comunitario e ai beni comuni che ne costituiscono la base materiale

La comunità si configura pertanto come categoria centrale della trasformazione socio-ecologica. Da un lato persiste una comunità-capitale, strutturata da relazioni mercantili e adiacenze forzate; dall’altro si profila la possibilità di una comunità “politica della natura” – una Gemeinwesen, come la chiamava Marx – fondata sulla cura condivisa dei destini umani e non umani. Tale polarità non è semplicemente normativa, ma riflette tensioni materiali inscritte nel processo storico in atto.

All’interno di questo orizzonte, educazione e nonviolenza rivestono un ruolo strategico. L’educazione ecologica, intesa come pratica critica, mira alla formazione di soggettività capaci di pensiero sistemico ed empatia interspecifica. Ovviamente, essa richiede una critica radicale degli attuali sistemi educativi (finalità, organizzazione, governance, contenuti, base epistemica) a ogni livello (primario, secondario, superiore, professionalizzante), in ogni ambito (anche non formale e informale) e in ogni età della vita. Richiede un cambiamento di paradigma (da riduzionistico a olistico e della complessità) e un cambiamento dei metodi e dei programmi di apprendimento, da “decolonizzare”, da “deaziendalizzare” e da aprire ai saperi locali e indigeni.

La nonviolenza, a sua volta, può essere compresa come principio di coerenza tra mezzi e fini, opponendosi alla logica estrattiva che permea tanto l’economia quanto la geopolitica.

Ecologia integrale come politica della vita e orizzonte di trasformazione

L’ecologia integrale può essere interpretata come un concetto-limite che mette in questione l’intero assetto dei sistemi socio-ecologici contemporanei. Essa non si presta a essere tradotta in una serie di aggiustamenti incrementali, ma rinvia a una trasformazione strutturale dei regimi di produzione e riproduzione, delle istituzioni politiche e delle forme di soggettivazione.

Alla luce dell’analisi proposta, pace e ambiente emergono come dimensioni co-costitutive di un medesimo campo problematico, inscritto nella crisi del metabolismo del capitale e nella sua crescente articolazione necropolitica. La possibilità stessa di una pace duratura risulta inseparabile dalla ricomposizione della frattura socio-ecologica che attraversa società e natura, nonché dalla disattivazione dei dispositivi che organizzano la riproduzione del sistema attraverso la produzione differenziale di vite sacrificabili.

In questo senso, la sostenibilità integrale può essere intesa come forma embrionale di una politica della vita, orientata a sottrarre i corpi, i territori e le relazioni sociali alla razionalità estrattiva e securitaria del capitalismo contemporaneo. Le pratiche comunitarie, l’educazione ecologica e la nonviolenza assumono qui un significato che va oltre la dimensione etica: esse si configurano come contro-razionalità materiali, capaci di aprire spazi di cooperazione, cura e corresponsabilità entro un contesto segnato dalla governance autoritaria della catastrofe.

Lungi dal rappresentare un semplice ideale normativo, tale prospettiva rinvia a una speranza materialmente situata nelle contraddizioni del presente: una tensione immanente verso forme alternative di riproduzione sociale che emergono nei conflitti, nelle pratiche collettive e nelle esperienze di ricomposizione ecologica. È in questa eccedenza rispetto all’ordine esistente — in questa utopia concreta inscritta nelle pieghe della crisi — che si apre la possibilità di una trasformazione autentica dei sistemi socio-ecologici del pianeta.

L’ecologia integrale non designa dunque un esito garantito, ma un campo di lotta teorica e pratica, entro cui si gioca la riconfigurazione dei rapporti tra umanità e natura.

In tale orizzonte, la costruzione di comunità ecologiche fondate sulla dignità, sulla reciprocità e sulla continuità del vivente appare non come un’opzione residuale, ma come condizione di possibilità di un futuro abitabile.

Scrive per noi

MARIO SALOMONE
MARIO SALOMONE
Sociologo dell'ambiente, giornalista e scrittore, Mario Salomone dirige ".eco" dalla fondazione (1989), è autore di saggi, romanzi e racconti e di numerosi articoli su quotidiani e riviste. Già professore aggregato all'Università di Bergamo, è Segretario generale della rete mondiale di educazione ambientale WEEC, che realizza ogni due anni i congressi del settore.