Social Landscapes (2026): quando un selfie supera ogni dignità umana.
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Il documentario è stato proiettato venerdì 5 giugno presso il Cinema Massimo in occasione della 29° edizione del festival CinemAmbiente, dove ha concorso in qualità di documentario internazionale.
Il regista svizzero, Jonas Meier, dipinge in 78 minuti una società governata dagli algoritmi e le evidenti conseguenze sulla realtà. Lo fa creando un vero e proprio mosaico di luoghi geografici sparsi in tutto il mondo, sulla base di commenti e recensioni rilasciati dagli utenti sulla celebre piattaforma di recensioni TripAdvisor.
Il regista, con la sua cinepresa, ci porta in diversi luoghi del Pianeta Terra, accompagnandoci in una moltitudine di viaggi attraverso le lenti di questi utenti che, nella stragrande maggioranza dei casi, ricoprono le vesti di turisti.
Turismo contemporaneo: dai luoghi sacri ai non-luoghi
Meier fa una rassegna di molte aree geografiche, dall’India alla Svizzera, dalla Cina al Messico, dagli Stati Uniti all’Egitto, mostrando tanto i cosiddetti non-luoghi teorizzati dall’antropologo francese Marc Augé nel 1992 – come ad esempio una città indiana costruita sul modello di Dubai o l’aeroporto di Zurigo – quanto luoghi sacri, come il fiume Gange, ma anche ambienti fragili dal punto di vista ambientale – come le spiagge del Kenya – e delicati dal punto di vista sociale, sul confine tra Stati Uniti e Messico.
Per quanto si tratti di luoghi anche molto diversi fra loro, sono tutti legati da un elemento comune: i turisti. Turisti che non solo attraversano questi luoghi nella totale mancanza di rispetto verso le culture e le popolazioni locali, ma che superano ogni limite immaginabile, fotografando le baracche in India, lamentandosi di spiagge “too sandy” (troppo sabbiose) e perfino pagando un’esperienza simulata per diventare “a migrant for one night”. (migranti per una notte).
Il lato oscuro dei social media
Il documentario del regista svizzero, senza aggiungere commenti personali, ci rigurgita in faccia tutta la pochezza umana e ci porta ad interrogarci su dove siano andate a finire consapevolezza ed empatia (ammesso che siano mai esistite). Una consapevolezza tanto ecologica quanto sociale e culturale e un’empatia che sembra non trovare luce.
Da qui nasce una riflessione sui social media, che sappiamo tutti e tutte essere un’arma a doppio taglio.
Se da un lato possono fungere da collante tra persone geograficamente distanti fra loro e da megafono di idee e voci che altrimenti difficilmente verrebbero ascoltate, è altresì vero che questo comporta allo stesso tempo una rapida propagazione di idee e concetti talvolta anche pericolosi, come la sponsorizzazione di diete alimentari estreme antiscientifiche che possono portare a disturbi alimentari e far insorgere malattie, oppure promuovere un’idea di bellezza canonica, soprattutto nelle giovani donne, provocando insicurezza e portare, in alcuni casi, alla chirurgia estetica già in giovane età. Un altro esempio riguarda gli innumerevoli travel blogger, influencer e content creator che promuovono comportamenti non etici verso gli animali selvatici.
Per quanto possa sembrare contradditorio, spesso molti di questi contenuti portano tanto ad una omologazione quanto a un desiderio di differenziazione. In entrambi i casi si nasconde la volontà di dimostrare alla propria cerchia sociale quanto la propria vita sia più bella, ricca e divertente e soprattutto le esperienze fatte più uniche rispetto agli altri. Chiaramente, il rovescio della medaglia è sentirsi in costante competizione con le altre persone, provando insoddisfazione e frustrazione. Da qui nasce il desiderio di fare esperienze sempre più esclusive, sempre più uniche e particolari. Non è tanto l’esperienza in sé a suscitare nel turista il desiderio, quanto il desiderio di condividerla, in tempo reale, o in un secondo momento con i propri amici e famigliari, in una gara che non ha fine.
Riflessioni finali
E allora come possiamo navigare in un modo che pare sempre più cupo ed egoista? In mancanza di una coscienza civica, dovremmo forse emanare delle leggi che limitino questo tipo di comportamenti? Delle leggi che vietino, ad esempio, le visite turistiche nelle baraccopoli? Oppure dovremmo basarci unicamente sul buon senso delle persone e quindi rafforzare a monte l’educazione, sperando così di scuotere le coscienze? Un documentario di questo genere potrebbe ridurre drasticamente in alcune persone la fiducia e la speranza nell’umanità, ma allo stesso tempo ci pone di fronte a interrogativi complessi proprio come questo. È quindi fondamentale non farsi prendere dallo sconforto e dalla rabbia (emozioni assolutamente legittime) ma per poi trasformale in un’autoanalisi che ci permetta di adottare uno sguardo critico e interrogarci su come ciascuno di noi è turista o, molto più semplicemente, essere umano nel mondo.
Nonostante il rincaro del petrolio e le crisi economico-sociali in corso, molte persone occidentali, e non, sono o sono state turiste più di una volta nella vita. Anche non riconoscendosi in esempi così estremi – seppur veri – come quelli riportati nel documentario, è molto più semplice di quanto crediamo cadere nelle cosiddette bolle turistiche, dimenticandoci a volte di cosa significhi davvero visitare un paese nel totale rispetto e senza alimentare business turistici deleteri per le popolazioni, le culture e gli animali del posto. È importante perciò essere in grado di distinguere, tra gli innumerevoli servizi proposti, le buone dalle cattive pratiche e tentare di essere non solo cittadini ma anche turisti migliori di come siamo partiti.
È possibile guardare il documentario fino a domenica 14 giugno, registrandosi gratuitamente sulla piattaforma OpenDDB. Si tratta di una novità di quest’anno, grazie alla quale viene garantita la possibilità di guardare in streaming una selezione delle pellicole trasmesse in sala.
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