COP16 sulla biodiversità: un’opportunità per amplificare le voci indigene
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L’articolo, firmato da Jason J. Pitman, co-organizzatore del prossimo congresso mondiale WEEC 2026, offre uno sguardo approfondito sul ruolo delle comunità indigene nei dibattiti globali. Scopri la versione originale in inglese qui.
Le discussioni alla Conferenza delle Nazioni Unite sulla biodiversità (COP16), tenutasi a Cali, Colombia, nell’ottobre 2024, hanno messo in evidenza il contributo inestimabile delle comunità indigene nel dibattito globale sull’ambiente. Sia negli spazi formali della blue zone, dove si svolgevano le discussioni politiche e sociali, sia negli incontri informali della green zone, le voci indigene hanno lanciato un appello forte per la decolonizzazione e l’indigenizzazione dell’educazione ambientale. Questo invito sottolinea l’urgenza di integrare i sistemi di conoscenza indigena nei programmi educativi per affrontare le sfide ambientali globali in modo più inclusivo e olistico.
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Il ruolo delle comunità indigene nei dibattiti globali
Alla COP16, i leader e gli attivisti indigeni non sono stati solo osservatori, ma protagonisti del dibattito su cambiamento climatico, perdita di biodiversità e pratiche ambientali sostenibili. Nella blue zone, i panel formali hanno offerto uno spazio in cui le prospettive indigene hanno influito su temi centrali come la giustizia climatica, il degrado ambientale e la sostenibilità. Le testimonianze condivise hanno messo in luce il legame profondo tra i popoli indigeni e le loro terre, ribadendo la necessità urgente di politiche che tutelino i territori, le risorse e le conoscenze indigene.
Azioni concrete nella green zone
Nella green zone, l’atmosfera è cambiata, passando dalle discussioni formali all’azione comunitaria. Qui, i gruppi indigeni, gli attivisti e gli alleati hanno mostrato come la conoscenza ecologica tradizionale (TEK) venga applicata per affrontare sfide ambientali concrete. Questi spazi informali hanno evidenziato l’importanza dei modi di conoscere, vedere e interagire con l’ambiente delle comunità indigene, dimostrando come cultura e biodiversità siano intrecciate in un sistema complesso che deve essere rispettato e protetto. Un messaggio ricorrente, ripreso con forza, è stato che le donne indigene stanno guidando la lotta per la conservazione della biodiversità e che ora è il momento che gli uomini facciano un passo indietro per permettere loro di guidare.
Un passo avanti per il riconoscimento delle conoscenze indigene
Dopo due settimane di intensi negoziati, i delegati della COP16 hanno raggiunto un importante accordo: la creazione di un organo sottordinato che includerà i popoli indigeni nelle future decisioni sulla conservazione della natura. Questo passo segna un progresso significativo nel riconoscere il ruolo centrale delle comunità indigene nella protezione della terra e nella lotta contro il cambiamento climatico. La decisione sottolinea il crescente riconoscimento della leadership indigena nella protezione ambientale.
L’importanza di indigenizzare l’educazione ambientale
A seguito di questi sviluppi, emerge un appello globale per riprendersi, rivoluzionare e “indigenizzare” l’educazione ambientale. In un mondo sempre più segnato dai devastanti effetti del cambiamento climatico, della perdita di biodiversità e del degrado ambientale, è essenziale che l’educazione evolva per integrare la saggezza indigena. Decolonizzare e indigenizzare i curricula e le pratiche educative non significa solo riconoscere le conoscenze indigene, ma implica un cambiamento radicale nel modo stesso in cui concepiamo l’educazione.
L’insegnamento della saggezza indigena
Imparare dai sistemi di conoscenza indigena è un privilegio, poiché questi sistemi sono radicati in millenni di osservazione, pratiche culturali e credenze spirituali. Offrono intuizioni fondamentali per vivere in modo sostenibile e gestire l’ambiente. Questi sistemi di pensiero sono spesso olistici, e enfatizzano l’interconnessione di tutti gli esseri viventi, l’importanza della comunità e la reciprocità tra esseri umani e natura. Tuttavia, è fondamentale riconoscere che queste conoscenze sono state storicamente estratte senza il dovuto riconoscimento o compenso. Integrarle nei sistemi educativi non solo amplifica l’educazione ambientale, ma promuove un approccio più equo e inclusivo all’apprendimento, che riconosca il valore profondo di questi contributi.
Guardando al futuro: il 13° WEEC 2026
Guardando al futuro, il 13° Congresso mondiale di educazione ambientale (WEEC) del 2026, che si terrà in Australia Occidentale, rappresenta un’opportunità simbolica e tempestiva per approfondire il dibattito internazionale sull’importanza delle voci indigene nell’educazione ambientale. L’Australia Occidentale ospita una ricca varietà di popoli delle Prime Nazioni, la cui conoscenza della terra, dei mari e dei cieli affonda le radici in decine di migliaia di anni. Includere queste prospettive nell’agenda del WEEC 2026 permetterà uno scambio significativo di idee su come trasformare l’educazione ambientale in un sistema più inclusivo e culturalmente rilevante, capace di affrontare le sfide globali.
Il ruolo della conoscenza indigena nel sud globale
La conoscenza indigena è particolarmente cruciale nel sud globale, dove risiedono molte delle comunità più vulnerabili del mondo. In risposta alle crisi ambientali che il nostro pianeta sta affrontando, è fondamentale non solo ascoltare le voci indigene, ma rispettarle e integrarle nei sistemi educativi formali e informali. Incorporare queste prospettive nell’educazione ambientale, tanto nelle aule quanto nei campi, non è solo un dovere morale, ma un passo essenziale verso la vera sostenibilità. Mentre il mondo si allontana dalla COP16 e ci avviciniamo al 13° WEEC 2026, ascoltiamo, impariamo, collaboriamo e agiamo sull’appello dei popoli indigeni per costruire un mondo migliore per le generazioni future.
Leggi anche: COP16 sulla biodiversità: educazione, empowerment giovanile e partnership globali al centro dell’azione
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