Dal dopo guerra alla pre-guerra? L’educazione ambientale come educazione alla pace

4 febbraio, giornata della fraternità, ma piovono le bombe. Il 4 febbraio del 2019 papa Francesco firmava a Abu Dhabi la dichiarazione sulla “Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune” denunciando i segnali di una “terza guerra mondiale a pezzi”. Oggi questi segnali si moltiplicano e anche l’educazione ambientale deve fare la sua parte.

La domenica 4 febbraio 2024 si è celebrata la Giornata internazionale per la fratellanza umana. Proclamata dall’Assemblea generale delle Nazioni unite (il 21 dicembre 2020, con la risoluzione 75/200) è uno dei risultati del viaggio apostolico di papa Bergoglio negli Emirati arabi uniti. Il 4 febbraio del 2019 papa Francesco firmava a Abu Dhabi insieme al Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb la dichiarazione sulla “Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune” (testo in varie lingue sul sito del Vaticano) denunciando i segnali di una “terza guerra mondiale a pezzi”.

«Declinare una simile questione vitale anche davanti ai conflitti attuali – ha scritto su “Avvenire” Stefania Falasca – risponde alle attese del nostro tempo. Non c’è dubbio che il documento firmato cinque anni fa rappresenti ancora una pietra miliare, segnando un punto di non ritorno, a più livelli».

I segnali di terza guerra mondiale a pezzi si moltiplicano

Aprendo il 12th WEEC, Mario Salomone ha ricordato il quinto anniversario della dichiarazione di Abu Dhabi sulla fraternità umana.

Aprendo il dodicesimo WEEC proprio a Abu Dhabi ho ricordato il quinto anniversario della dichiarazione. Quel documento interreligioso (poi riproposto dal pontefice a ogni occasione istituzionale) invitava a un abbraccio tra Oriente e Occidente, tra Nord e Sud e tra i credenti e i non credenti, e tra tutte le persone di buona volontà.

La dichiarazione indicava tra gli obiettivi una piena cittadinanza, la pace, i diritti, il dialogo, il rispetto reciproco.

Oggi i segnali di terza guerra mondiale a pezzi si moltiplicano: continuano in Ucraina, incrudeliscono a Gaza, colpiscono in Libano, in Siria, in Iraq, in Yemen, per restare solo ad aree più vicine a noi.

Che la situazione non sia destinata a migliorare lo testimoniano i lucrosi e crescenti affari delle industrie belliche (il miglior investimento per quelli per cui “pecunia non olet” di morte). E le numerose dichiarazioni belliciste che accompagnano il riarmo e lo schieramento di truppe e flotte.

Da post-guerra a pre-guerra

Le sintetizza ad esempio sul “Manifesto” Francesco Strazzari in un articolo dal preoccupante (ma non immotivato) titolo “L’inevitabile guerra che ci aspetta”.

“Un attacco russo alla Nato – riferisce Strazzari nel suo editoriale facendo una panoramica di affermazioni allarmanti – è possibile, fra 5 anni, forse 8. A parlare è il ministro della difesa tedesco, Boris Pistorius. Mosca minaccia sempre più paesi baltici e Moldavia e il capo del comitato militare Nato, Rob Bauer, evoca la necessità di una warfighting transformation dell’Alleanza.

Fino a ieri neutrale, il vertice militare svedese – continua Strazzari – invita i cittadini a «prepararsi mentalmente per la guerra». Il ministro degli esteri lituano dichiara che «non esiste uno scenario in cui l’Ucraina non vince la guerra e le cose finiscono bene per l’Europa», mentre la leadership polacca, che già destina alla difesa il 4% del proprio Pil, sottolinea come a questo punto nessuno scenario possa essere escluso. Fuori dalla Ue, il ministro della difesa britannico parla di «transizione da un mondo post-guerra a un mondo pre-guerra», mentre il capo dell’esercito, Patrick Sanders, evidenzia la necessità di poter disporre di più truppe («l’Ucraina ci mostra in modo brutale come le guerre siano iniziate dagli eserciti regolari ma siano vinte dagli eserciti di cittadini»). Per l’Italia, che ha assunto il comando tattico dell’Operazione Aspides nel Mar Rosso, il ministro Crosetto parla di «minaccia ibrida globale», proponendo inter alia l’istituzione di una riserva militare e chiedendo più carri armati (che evidentemente non servono alla difesa nel Mediterraneo).”

Una educazione “naturaliter” per la pace

Gli aspetti sociali e quelli ambientali sono strettamente collegati, afferma l’autore in “Giustizia. Sociale e ambientale” (Doppiavoce, Napoli).

Siamo, insomma, agli ultimi (ultimi?) sussulti di un Antropocene che innescando la “grande accelerazione” di ogni fenomeno ha anche accresciuto la distruttività degli armamenti e inasprito disuguaglianze e ingiustizie sociali e ambientali.

Dall’Antropocene bisogna uscire, da questi sussulti espressione di una “sindrome di Phileas Fogg” bisogna salvarsi.

Poiché è il modello feroce di saccheggio e sfruttamento sia di risorse naturali sia di esseri umani che un approccio integrale all’ecologia vuole cambiare, l’educazione ambientale può e deve fare la sua parte. Non può che essere anche, come si è detto al congresso di Abu Dhabi, e come è nella sua natura una educazione alla pace e all’ecocittadinanza.

Scrive per noi

MARIO SALOMONE
MARIO SALOMONE
Sociologo dell'ambiente, giornalista e scrittore, Mario Salomone dirige ".eco" dalla fondazione (1989) e la rivista scientifica "Culture della sostneibilità" (fondata nel 2007), è autore di saggi, romanzi e racconti e di numerosi articoli su quotidiani e riviste. Già professore aggregato all'Università di Bergamo, è Segretario generale della rete mondiale di educazione ambientale WEEC, che realizza ogni due anni i congressi del settore, e fa parte del Consiglio di amministrazione della Fondazione Aurelio Peccei, sezione italiana del Club di Roma.

MARIO SALOMONE

Sociologo dell'ambiente, giornalista e scrittore, Mario Salomone dirige ".eco" dalla fondazione (1989) e la rivista scientifica "Culture della sostneibilità" (fondata nel 2007), è autore di saggi, romanzi e racconti e di numerosi articoli su quotidiani e riviste. Già professore aggregato all'Università di Bergamo, è Segretario generale della rete mondiale di educazione ambientale WEEC, che realizza ogni due anni i congressi del settore, e fa parte del Consiglio di amministrazione della Fondazione Aurelio Peccei, sezione italiana del Club di Roma.

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