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Foto e silenzio. Immagini dai luoghi del terremoto del 1980

| UGO LEONE

Tempo di lettura: 5 minuti

Foto e silenzio. Immagini dai luoghi del terremoto del 1980

Quaranta anni fa il terribile terremoto che colpì l’Irpinia e parte della Basilicata. Una vergognosa pagina di ritardo nei soccorsi e di corruzione e polemiche poi nella ricostruzione. In un libro fotografico il presente di quei luoghi, testimonianza di una nuova identità che non ha nulla a che fare con quanto la storia aveva edificato in quei luoghi.

(Nella foto di apertura, i resti della Chiesa Madre di S. Nicola di Mira – Foto di Pio Peruzzini)

 

In genere non si sbaglia quando si dice che una foto può valere più di mille parole. E si rivaluta il silenzio che ne consegue e la riflessione che stimola lo sguardo.

È il caso di Del silenzio e di altri sguardi. Fotografie dai luoghi del terremoto del 1980. Un libro bello, molto bello, di Pio Peruzzini e Gaetano Paraggio (Presentazione di Rosetta D’Amelio – Testo critico di Massimo Bignardi) finanziato dal Consiglio regionale della Campania e che capita pienamente a proposito in occasione del 40° anniversario di quel terremoto che imperversò tra Campania e Basilicata con epicentro in Irpinia.

Nel silenzio dello sguardo, sfogliando le sue quasi duecento pagine, parlano le foto e alimentano il ricordo di chi quella scossa l’ha vissuta e di chi non c’è più.

Uno sfondo completamente inanimato

Senza parole. “Le parole sono pietre” ricorda nel titolo un bel libro di Carlo Levi. Possono essere pietre e in questo caso quelle che contano sono le pietre del terremoto, quelle che vennero giù frantumando centinaia di abitazioni in diecine di comuni.

Ma nel libro queste pietre non compaiono. Perché nei paesi sinistrati sono state messe pietra su pietra e, dove necessario, intonacate. Perciò le foto ritraggono case nuove, ambienti “rinnovati”. Spesso in comuni che non si trovano più dove il terremoto ne ha distrutto la storia, ma non del tutto l’identità. Ma sono deserti. Le foto non documentano quasi nessuna presenza umana né di altri animali.

…c’è un uomo, davanti ad una automobile. Sta a Lioni, ma è un gigantesco murale (p.107): solo l’automobile è vera.

Solo due foto di Peruzzini ritraggono un uomo di spalle a Sant’Andrea di Conza (p. 23) e una donna imbaccuccata a Teora, la quale, apparentemente per caso, si incrocia con un’altra nell’altro senso. Il tutto avviene (pp. 24 e 25) nello stesso posto – davanti ad un portale ricostruito nel disegno – che nello scatto di Paraggio (p.115) mostra il suo sfondo completamente inanimato.

La presenza umana è solo immaginabile. Panni stesi indicano presenze umane ancorché invisibili, come le bottiglie sotto l’altare di un chiesa, i fiori in vasi sospesi avanti a muri di case, un pallone presumibilmente in attesa di piedi… questo appare nei comuni ritratti: Tutti, come si dice? lindi e pinti.

Nel complesso, l’unico insieme di esseri animati in movimento, appunto, è uno stormo di uccelli nel cielo di Teora. (p.41).

Però c’è un uomo, davanti ad una automobile. Sta a Lioni, ma è un gigantesco murale (p.107): solo l’automobile è vera.

“L’occhio e la memoria”

Il disperato appello in un celebre titolo. I soccorsi arrivarono con grande ritardo, più da parte di una spontanea mobilitazione della società civile di tutta Italia che dalle autorità.

La distruzione non si vede, ma si sa bene quello che è successo in quel drammatico minuto e mezzo alle 19,34 del 23 novembre.

Il libro si apre con la foto della “storica” prima pagina del “Mattino” che il 24 novembre titolava invitando a non perdere tempo.

Poi l’intervento di presentazione della Presidente del Consiglio Regionale della Campania Rosetta D’Amelio che sottolinea come «Ce li portiamo dentro per sempre i paesi e quaranta anni dopo quel ricordo si sovrappone al presente e si scopre da esso arricchito». Vi segue il testo critico di Massimo Bignardi, significativamente titolato “L’occhio e la memoria”, il quale, fra l’altro, mi pare centri il filo conduttore della ampia serie di immagini quando scrive che «Pio e Gaetano, per strade diverse e con un passo diverso, attraversano il presente di quei luoghi, senza spingersi in giudizi, evitando di forzare la fotografia e piegarla alle striscianti polemiche che hanno segnato, e segnano, il dibattito della ricostruzione».

A questo punto comincia il percorso realizzato nel giro di due anni, dal 2018 al 2020, anno quest’ultimo che ha segnato lo “scontro” con il Covid-19 che, per almeno tre mesi ha impedito a Peruzzini e Paraggio di proseguire.

La prima delle “strade diverse” è quella di Pio Peruzzini il quale spiega subito di che si tratta: «Il libro non vuole essere una critica sulla ricostruzione dei paesi del cratere del terremoto del 1980. Non perché il fotografo non debba prendere una posizione netta sulle problematiche dei nostri territori, ma perché credo sia necessario ed utile oggi, promuovere una iconografia del bello».

Un omaggio doveroso alle vittime del sisma

E così è. Anche se, scrive ancora, «Questo libro vuole essere un omaggio doveroso alle vittime del sisma ed a tutti coloro che salvandosi hanno con caparbietà affrontato la sfida della ricostruzione ed a seguire le sfide del mondo contemporaneo»

E così comincia il silenzioso cammino. Da Caposele a Teora a Calitri a Lioni a Morra De Sanctis a Sant’Angelo dei Lombardi a Conza Vecchia a Solofra a Torella dei lombardi a Calabritto (come sono belle le statue di Santi e Madonna (pp. 46 47) a Guardia dei Lombardi a Gesualdo a Montella, Caposele, San Michele di Serino, Senerchia, Bisaccia, Lioni, San Mango sul Calore, Rocca San Felice, tutti in provincia di Avellino. E, poi Campagna (con Pertini disegnato su un muro), Salvitelle, San Gregorio Magno, Laviano, Romagnano al Monte, Laviano, Santomenna, Colliano, Castelnuovo di Conza. Eboli, tutti nel Salernitano.

Dopo la prima parte di foto di Peruzzini il silenzio è “interrotto” a pagina 104 quando e dove Gaetano Paraggio sente il bisogno di spiegare che cosa hanno fatto e cosa stavano facendo prima che questo drammatico Covid-19 intervenisse a intromettersi.

Perché l’ha fatto? Lo spiega chiaramente Gaetano Paraggio: «La spinta emotiva, l’amore per la nostra terra, il nostro sud, per paesi dell’interno del nostro territorio, sono la base sulla quale si poggia tutto il mio lavoro. Non è fotografia documentaria, non sono partito per questo “viaggio” con una idea precisa sul cosa fare. Avevo in mente il come e anche il perché, ma non il cosa».

Un viaggio di conoscenza

Ed eccolo il cosa: soprattutto Teora dove «Un ascensore moderno, di costruzione più recente, credo mai entrato in funzione, collega la parte alta del centro Irpino con quella bassa». Un comune di antica data, distrutto dal terremoto e ricostruito. Ma «La nuova “identità” di Teora, come di Conza della Campania, di Lioni e di Laviano, nulla ha a che fare con quello che la storia aveva edificato in questi luoghi, anche se molto è stato recuperato e riportato alla sua bellezza originaria».

Questo, conclude Paraggio, «è un viaggio di conoscenza, un tentativo di comprensione reciproca tra me e il luogo, di partenze per mete mai raggiunte. È la semplicità di ciò che ci circonda, la sua bellezza e le sue contraddizioni e fragilità. Siamo figli di questa terra, siamo parte di queste storie come del silenzio e di altri sguardi».

E, come dicevo all’inizio, le foto, silenziosamente, dicono più di tante parole. Dicono l’appartenenza filiale a questa terra e alla sua storia. E lo dicono anche con evidente sofferenza. Perché sono le foto di una resilienza che non c’è: niente è più né sarà più come prima.

Scrive per noi

UGO LEONE
UGO LEONE
Già professore ordinario di politica dell'ambiente presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Napoli "Federico II". I suoi interessi scientifici e i contenuti delle sue pubblicazioni sono incentrati prevalentemente sui problemi dell'ambiente e del Mezzogiorno. E' autore di numerosi volumi e editorialista dell'edizione napoletana del quotidiano "la Repubblica". Per molti anni è stato presidente del Parco nazionale de Vesuvio.